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INFORM - N. 16 - 23 gennaio 2004

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

La crisi economica e i nuovi spazi del solidarimo sociale

ROMA - Un recente rapporto internazionale, "State of world 2004", che sarà pubblicato anche in italiano nel prossimo marzo, evidenzia una realtà che emerge con progressiva chiarezza ma che ancora non fa parte delle idee comunemente percepite. Lo stile di vita che normalmente associamo all’Occidente ricco e consumista coinvolge crescenti aliquote di popolazione mondiale (sebbene minoritarie in termini assoluti). 270 milioni di nord-americani (Usa e Canada) 350 milioni di euro-occidentali, 120 milioni di giapponesi, ma poi ci sono 240 milioni di cinesi, 120 milioni di indiani… Insomma, una buona metà di "ricchi" vive nei paesi che definivamo "in via di sviluppo". Complessivamente 1,7 miliardi di persone che accedono al mercato dei consumi, aggiudicandosi il 60 per cento della relativa torta. Mentre in fondo alla classifica stazionano 3 miliardi di persone che sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno, dividendosi appena il 3,2 per cento dei consumi mondiali.

Si potrebbe auspicare un progressivo, quantunque lento e graduale aumento della percentuale dei "benestanti" nel mondo e rassegnarsi ai tempi infiniti della perfettibilità della condizione umana. Se non che ci sono due grosse obiezioni a tale scenario. C’è che la percentuale dei ricchi, grassi e consumisti che si dichiara contenta del proprio stato è sempre, grosso modo, stazionaria da 50 anni in qua: circa uno su tre, a dispetto del raddoppio del reddito disponibile, intervenuto nel frattempo. Ma c’è anche il fondato allarme degli ambientalisti, a proposito della sostenibilità del modello, man mano che al club dei privilegiati si iscrivono nuove folle di soci.

Dunque c’è un meccanismo economico vigoroso, vincente e in espansione nel mondo. Un modello che ha sbaragliato ideologicamente ogni ipotesi contraria, durante il corso del secolo XX, sia con guerre fredde che hanno sfiancato l’Unione Sovietica prima ma anche, di fatto, il comunismo cinese e infine, in quest’ultimo scorcio di tempo, il nazional-socialismo nel Medio-Oriente, dopo la caduta del quale, dovrebbe essere la volta della rivoluzione terrorista.

Il modello capitalistico, fondato sulla forza della naturale dinamica interna del mercato, si è dunque dimostrato invincibile e probabilmente continuerà a dimostrarsi tale, ogni volta che verrà attaccato frontalmente e con la violenza più o meno fondamentalista, messianica, radicale o massimalista. Esso tuttavia è apparso vulnerabile tutte le volte che è stato messo in crisi dalle sue contraddizioni interne o dalle idee naturali del solidarismo, della fraternità e della equità. La lezione storica degli ultimi due secoli ci mostra infatti costantemente due spinte realmente evolutive per la condizione socio-economica dei popoli: le grandi crisi cicliche ricorrenti (e quella che stiamo attraversando è, a detta degli storici dell’economia, superiore per gravità a quella famosa del 1929); e la spinta delle grandi idee non violente e miti della social-democrazia e della dottrina sociale cristiana.

Dall’osservatorio italiano possiamo considerare alcuni eclatanti fenomeni critici che evidenziano enormi distruzioni di ricchezza sia economiche che sociali: scandali finanziari sbalorditivi per la loro portata truffaldina e per le connivenze che mostrano anche a livello di rinomate istituzioni finanziarie internazionali; angoscia per l’impoverimento delle fasce popolari salariate e pensionate; degrado degli istituti della sicurezza sociale, della tutela e della promozione del benessere pubblico, dalla previdenza alla scuola, alla sanità; sistemi di relazioni sindacali picconati irresponsabilmente e senza riguardo verso le conseguenze negative per la convivenza civile. Un quadro che i connazionali che vivono nei paesi amici dell’Europa e dell’America latina (ma anche negli Usa della Enron in cui la disoccupazione non scende, a dispetto delle droghe somministrate alla locomotiva americana dalle politiche dell’Amministrazione Bush che, al contrario, ha bruciato 2 milioni e 300 mila posti di lavoro negli ultimi anni), un quadro ­ ripetiamo ­ che gli amici connazionali in tutto il mondo, potrebbero completare con abbondanza di esemplificazioni di diretta esperienza.

Ma sono proprio queste crisi interne al modello economico-sociale vincente nel mondo, a riaprire gli spazi all’iniziativa del solidarismo riformatore, alle sue proposte e alla sua azione organizzata. Spazi riequilibratori per perseguire cioè obiettivi di bilanciamento rispetto alla corsa consumistica descritta in premessa e che non potrà mai soddisfare, né qualitativamente né quantitativamente, le aspettative dell’umanità. Spazi nei quali il sindacalismo e le sue strutture operative, come il nostro patronato Inas, vogliono inserirsi e lavorare. (Corrispondenza Italia/Inform)


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