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INFORM - N. 182 - 28 settembre 2002

Convegno dei Direttori diocesani Migrantes: le riflessioni conclusive

ROMA - A Mons. Bruno Maggioni che ha svolto la relazione introduttiva al Convegno dei Direttori Diocesani Migrantes, svoltosi nei giorni scorsi a Roma presso la Domus Pacis, è stato chiesto di interporre ogni tanto nello svolgimento dei lavori qualche suo appunto di ispirazione biblica. Cosa che ha fatto anche in precedenti altri incontri della Migrantes. Cogliendo dalla ricchezza delle sue sollecitazioni, l’assemblea ha approvato il testo finale qui sotto riportato.

Le comunità cristiane sono oggi chiamate a confrontarsi - e con urgenza - con situazioni profondamente mutate, in parte inedite: per esempio l’immigrazione massiccia e non senza tragedie che scuotono, la situazione di minoranza, il pluralismo razziale, culturale e religioso, il diffondersi di una religiosità informe del tutto abbandonata al sentire soggettivo, la mobilità sempre più generale che sembra impedire ai gruppi umani di farsi comunità, di porre radici e di crearsi tradizioni. Siamo persuasi che il confronto con queste situazioni esige da parte della comunità un rinnovamento dell’annuncio del Signore Gesù, della pastorale, del modo di rendersi visibili nella società. Si tratta certamente di situazioni cariche di pericoli, ma è altrettanto vero che per un uomo del vangelo anche queste situazioni costituiscono delle opportunità per profonde conversioni.

1 - Al primo posto, come sempre, l’annuncio del Signore Gesù, la testimonianza del primato di Dio. Si può dire che oggi più di un tempo il riconoscimento del primato di Dio e del vangelo si visibilizza nel riconoscimento della dignità di ogni uomo. Sappiamo che il centro dell’annuncio è il vangelo, ma sappiamo anche che nel vangelo è racchiusa - non come semplice conseguenza, non a lato, ma al centro - la proclamazione dell’amore di Dio per ogni uomo: dunque la dignità di ogni uomo. Nella Scrittura Dio è direttamente chiamato in causa come fondamento e difensore della dignità di ogni uomo. Si può dire che il discorso biblico discende da Dio e l’impegno per i diritti – prima e più che una risposta a una rivendicazione che sale dal basso – è un prolungamento del moto di giustizia che discende da Dio. Per il cristiano la dignità dell’uomo è colta nell’atteggiamento dell’amore di Dio verso l’uomo. Un atteggiamento, questo, che non soltanto fonda la dignità dell’uomo e la riconosce, ma interviene attivamente per difenderla. Difendendo attivamente la dignità di ogni uomo il cristiano mostra visibilmente chi è il suo Dio. Non dunque un semplice gesto di solidarietà verso l’uomo, ma una vera rivelazione. Così Gesù per rivelare il volto del Padre.

2 - Già per questo siamo convinti che il primo compito della comunità cristiana è di rievangelizzare se stessa, ponendo al centro con decisione la testimonianza di Gesù Cristo: non solo la testimonianza al Signore Gesù, ma lo stile di testimonianza che Lui stesso ha mostrato. E dunque la sottolineatura della condivisione, della centralità della persona, della gratuità della dedizione, dell’universalità. Nelle nostre comunità – così pensiamo – c’è bisogno che tutto questo venga riportato al centro: della catechesi, di ogni forma pastorale, del modo di valutare gli avvenimenti.

3 - Una sottolineatura merita il fatto che oggi la comunità cristiana in Italia, come dovunque nel mondo, si trova a vivere e operare dentro un pluralismo religioso molto marcato. Ebbene, siamo convinti che anche su questo punto l’attenzione deve essere rivolta all’interno della comunità cristiana, della sua formazione e delle sue scelte pastorali. Non pensiamo che il cristiano in situazioni di pluralismo religioso debba necessariamente conoscere tutte le religioni che lo circondano. La verità della propria fede non si regge sui limiti delle altre. Bisogna formare cristiani che sappiano radicare la forza della loro fede nello splendore della verità che il vangelo mostra da se stesso, non nelle eventuali carenze altrui. È tempo di cristiani maturi, capaci di chiarire anzitutto a se stessi la propria fede e le sue ragioni. Da qui il coraggio della testimonianza che deve ovviamente essere evangelica. Questo implica almeno due cose. La prima è che il rispetto evangelico dell’altro non concede spazio a nessuna forma di relativismo. È un rispetto convinto e generoso, che nasce però dall’assolutezza della propria fede, non dalla sua relatività. La seconda è che il rispetto evangelico si connota per una sua irrinunciabile gratuità. Non si assume in forza di una specie di contratto. Ci sono atteggiamenti tipicamente evangelici - fra questi la giusta libertà religiosa, il saper riconoscere le verità presenti dovunque, persino il perdono - che non si misurano anzitutto sulla risposta dell’altro, ma sulla verità della propria fede. È così che la testimonianza evangelica diventa veramente una testimonianza della figura del Dio di Gesù e della sua vera differenza. (Migranti press/Inform)


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