Rodolfo Ricci (Fiei) - Lettera aperta al Ministro per gli Italiani nel mondo on. Tremaglia
"Le chiediamo un segnale esplicito di dissociazione dal testo di legge sull’immigrazione"
ROMA – Il segretario generale della FIEI – la Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione costituita per volontà della Filef e dell’Istituto Fernando Santi – ha inviato al ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia, una lettera aperta con la quale lo invita a dissociarsi dalla legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Eccone il testo.
Signor Ministro, la legge Bossi-Fini sull'immigrazione è stata approvata dalla Camera. A nulla sono valse le molteplici richieste provenienti dalla società civile, prima che dall'opposizione parlamentare, per modificarne l'impianto e norme particolarmente vessatorie contro questi cittadini del mondo, definiti eufemisticamente "extracomunitari" (cioè fuori dalla comunità), che sono costretti a lasciare i propri villaggi, paesi, città, per sopravvivere e per assicurare un avvenire migliore per i propri figli o familiari.
Questi cittadini del mondo assomigliano moltissimo, come Lei sa, ai nostri connazionali che per oltre un secolo sono emigrati dall'Italia verso tanti paesi del mondo fuggendo da condizioni di miseria e di indigenza; anzi, a distanza di un secolo ed oltre, essi rappresentano le stesse facce, le stesse storie degli italiani nel mondo.
Lei, nei numerosi viaggi fatti per incontrare i nostri connazionali dall'America Latina, al Nord America, all'Australia, all'Europa del nord, avrà potuto ascoltarne le storie, i racconti di queste esperienze, conoscerne la difficoltà e la durezza, apprezzarne infine l'inventiva e le strategie individuali e collettive per superare le condizioni di emarginazione, di razzismo, esplicito o strisciante, conosciuto nei luoghi di lavoro e nella vita quotidiana, che ha permeato i loro giorni e i giorni dei loro figli e talvolta dei nipoti, come in alcune situazioni, tuttora, accade.
Lai avrà ascoltato i racconti della vita dei nostri emigrati ai confini delle foreste brasiliane, o nei campi di concentramento australiani, o nei ghetti del nordamerica, o nelle baracche tedesche, circondate da filo spinato e sorvegliate da cani lupo e guardiani armati, alla fine degli anni cinquanta e per gli anni sessanta inoltrati.
Lei, Signor Ministro, ha sostenuto l'istituzione della giornata del lavoro italiano all'estero nella data dell'8 di Agosto, giorno in cui, a Marcinelle, in Belgio, nel non lontano 1956, morirono oltre un centinaio di minatori italiani, ceduti a questo paese in cambio di qualche sacco di carbone.
Lei ha avuto modo di ripetere in molteplici occasioni che si sente il Ministro degli italiani nel mondo al di là di appartenenze e di ideologie, perché l'epopea di questo popolo di migranti è un pezzo di storia patria che vuole essere riconosciuto in quanto tale, nella sua complessità e nella sua ricchezza.
Lei ha tenuto in più occasioni a sottolineare la Sua autonomia, la Sua indipendenza e i Suoi distinguo dalla sua maggioranza in diverse occasioni in cui essa si è esercitata nella trattazione della problematica dei cittadini migranti, e di ciò vogliamo darle atto.
E' per tutto ciò, che Le chiediamo, Signor Ministro, di dissociarsi pubblicamente ed esplicitamente da questo testo di legge che istituisce una varietà di Apartheid tra presunte categorie di cittadini a partire da quella degli italiani e quella degli extracomunitari. E poi, tra quelli che avranno la fortuna di conoscere un mecenate che richiede la loro presenza sul nostro suolo e quegli altri che, al contrario, se arriveranno, saranno per forza clandestini; tra le badanti e le colf -che (come le nostre balie esportate a suo tempo nel mondo) ci occorrono- e le altre e gli altri che, pur occorrendoci, sono considerati dei produttori di seconda leva; tra quelli che avranno diritto a rimanere e i loro parenti che non potranno mai raggiungerli; tra quelli che avranno diritto a percepire i contributi versati -quando otterranno il permesso di soggiorno dopo 6 anni di lavoro continuativo- e quelli a cui toglieremo quei contributi, legittimamente acquisiti, per finanziare i campi di raccolta e le espulsioni dal nostro territorio.
Un territorio, dove, come Lei sa, nel corso dei secoli si sono succeduti razze e tribù le più disparate, provenienti dal nord, dal sud, dall'est e dall'ovest.
Un territorio, abitato da un'etnia tra le più spurie che la storia registri: quella italiana.
Lei, Signor Ministro, avrà partecipato -riteniamo- alla discussione sull'introduzione delle impronte digitali come strumento e metodo di riconoscimento per gli extracomunitari; è vero, nessuna impronta è uguale ad un'altra, ed in un certo senso, ogni impronta è un'impronta di libertà, libertà della natura dalle convenzioni e dagli usi; un grande scrittore olandese ha scritto che c'è più differenza genetica tra due fratelli che tra due individui pescati agli opposti angoli del globo; è vero: l'impronta digitale consente di evidenziare un'identità unica; e allo stesso tempo consente di escludere qualsiasi possibilità di identità etnica. E' quindi giusto -se lo si ritiene opportuno introdurla per tutti, stranieri ed italiani; ed è anche giusto, Lei converrà, che per il principio di reciprocità, qualsiasi Stato del mondo, la introduca -se lo riterrà opportuno- per gli italiani che per svariati motivi (turismo, affari,. lavoro, studio) transiteranno per quei suoli.
Dovremmo farci interpreti di una richiesta in tal senso, a partire da quei paesi dove in maggioranza sono residenti nostri connazionali (a parte la U.E., dove per il momento vigono principi di civiltà superiori a quelli dello Stato membro Italia). Ma per la Svizzera, gli Usa, il Canada, l'Australia, il Brasile, l'Argentina, il Venezuela, l'Uruguay, il Cile, tanto per fare alcuni esempi, l'opzione di reciprocità appare del tutto legittima e giustificabile. Ancor più lo sarebbe per tutte quelle isole del Caribe che sono servite e servono ad alcuni nostri connazionali per i loro poco limpidi affari. Tra gli irrintracciabili conti bancari e le fantasiose sigle di libretti al portatore, resterebbe almeno una piccola impronta di libertà.
Lei, Signor Ministro, ha più volte, correttamente ripetuto le cifre importanti che riguardano l'italianità nel mondo: 4 milioni di cittadini, circa sessanta milioni di oriundi; 150.000 miliardi delle vecchie lire, l'indotto che essi producono a favore della madrepatria.
Sarà Suo l'onere di dire, tra breve, ai nostri oriundi senza passaporto italiano, che venendo in Italia saranno costretti a subire questa onta del "pollice verso" imbrattato di inchiostro, e successivamente tutte le infelici norme della Legge Bossi-Fini che li tratteranno come pura forza lavoro transitoria, nel migliore dei casi, a partire dai nostri ex connazionali argentini che tutti diciamo di voler aiutare.
Lei, Signor Ministro, se la sentirà di dire chiaramente a quali trattamenti vanno incontro i nipoti di nostri connazionali emigrati che da ora in poi giungeranno nel nostro paese ? Perché Le è certamente chiaro che essi sono degli extracomunitari a tutti gli effetti.
Signor Ministro, la grande tradizione filosofica e letteraria tedesca, che Lei da giovane deve avere apprezzato, ci ha tramandato il concetto di "Kultur". Un concetto, mutuato dalla cultura greco-romana, giuntoci attraverso quella islamica, che i tedeschi stessi -assieme a noi - hanno, in modo grottesco e terrificante al tempo, equivocato e storpiato nella prima metà del novecento.
Kultur -che non vuol dire né etnia, né razza- significava tradizione, tradizione specifica, originale: con la legge Bossi-Fini la grande millenaria cultura italiana ed italica di apertura, di comprensione, persino di avveduto interesse mercantile, di voglia di scambi, di opportunità, di arricchimento, viene drasticamente cancellata, spazzata via sull'altare del più rozzo e grezzo dei sentimenti: quello, patologico, della paura e della carenza di identità reale.
Signor Ministro, dall'alto dei Suoi anni, della Sua esperienza vissuta, della Sua sensibilità e del Suo incarico, Le è richiesto un segnale esplicito di dissociazione da questo dispositivo offensivo dei diritti e della loro indivisibilità. Glielo chiediamo pubblicamente, in modo che possiamo continuare, pur nella diversità di opinioni e di visioni, a riconoscerle il ruolo di rappresentante istituzionale di questo popolo di migranti che sono stati e sono gli italiani. (Rodolfo Ricci, Segretario Generale della FIEI - Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
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