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INFORM - N. 235 - 28 dicembre 2000

Prima Conferenza degli italiani nel mondo

Tutela delle lingue regionali ed emigrazione di ritorno nell'intervento del prof. Meo Zilio (CGIE/Lega)

ROMA - Nel suo intervento alla Prima Conferenza degli italiani nel mondo, il prof. Meo Zilio, rappresentante della Lega nel CGIE, si è intrattenuto su due aspetti: primo,la valorizzazione delle lingue e culture regionali (cosiddette "minoritarie") tanto in Italia quanto all’estero, là dove si siano conservate a livello comunitario; secondo, l'emigrazione di ritorno, cioè il rientro in Patria dei nostri emigranti e di quei loro discendenti che volessero inserirsi nel mercato del lavoro italiano.

Per quanto riguarda il primo punto, il prof. Zilio ha ricordato innanzitutto che i cosiddetti "dialetti"- che poi non sono altro che lingue, sorelle dell’italiano nazionale e figlie anch’esse del latino (cioè "lingue neo-latine") - sono in buona parte ancora vitali con una propria dignità e prestigio, anche letterario: basti pensare, ad esempio, al lombardo o al piemontese, come al napoletano o al siciliano, senza contare il veneto che è stato la lingua ufficiale per più di mille anni della Serenissima Repubblica di Venezia dove esso continua ad essere parlato perfino ai livelli socioculturali più alti.

Essi sono tuttora vivi non solo in Italia ma anche in diverse comunità italiane all’estero: chi conosca, ad esempio, l’America latina in lungo e in largo, sa di intere comunità tutt’oggi dialettofone (cioè parlanti lingue italiche). Si pensi in Argentina alla ben nota Colonia Caroya, nei pressi di Cordoba, dove si parla correntemente, dopo più di cent’anni, il friulano accanto al veneto, oppure a Villa Regina nella provincia di Rio Negro dove la comunità prevalentemente venetofona ha trasformato il deserto della Patagonia nel più importante frutteto dell’Argentina; o nel Mexico alla cittadina di Chipilo, provincia di Puebla, dove una comunità di almeno 15.000 persone proveniente dall’alto trevigiano alla fine del’800, anch’essa venetofona, ha sviluppato in quelle lande desertiche la più importante industria di prodotti caseari analogamente a quanto ha fatto la comunità di Colonia Valdense in Uruguay, dove pure si sente ancora parlare, dopo più di un secolo, la lingua "valdese" (di tipo franco-provenzale) proveniente dal Piemonte.

Questa gente italofona conserva, insieme alla lingua, l’orgoglio della propria nazionalità: nel senso innanzitutto della propria regionalità. Si può dire che la coscienza della loro "italianità" passa attraverso quella della loro territorialità di origine (veneticità, piemontesità, friulanità, napoletanità, sicilianità, calabresità…).Gli stessi toscani, che pure hanno come lingua madre l’italiano nazionale, sogliono sentirsi innanzitutto toscani prima ancora che italiani. Particolarmente accesa è la coscienza della territorialità, per le loro note e drammatiche vicende storiche conseguenti all’ultima guerra, tra le comunità giuliano- dalmate, che continuano a coltivare il loro veneto dalmato-istriano di antica e prestigiosa origine veneziana.

La salvaguardia del patrimonio socioculturale - ha affermato il prof. Zilio - deve cominciare dalla tutela delle lingue regionali che ne sono il veicolo: non solo della lingua sarda e di quella friulana - com’è previsto "inspiegabilmente" (per noi linguisti, ha detto) dall'attuale legge sulle minoranze linguistiche che va urgentemente modificata - ma anche di tutte le altre lingue italiche, diffuse nelle singole regioni, le quali hanno titoli storici, scientifici e letterari di non minore prestigio: se vogliamo parlare, come giustamente parliamo, di federalismo non dobbiamo dimenticare il "federalismo culturale". Esemplari in questo senso sono le iniziative già avviate in alcune regioni come il Veneto e la Lombardia, che già hanno in programma progetti mirati rivolti a corsi di lingua e di cultura regionali, all’invio nelle proprie comunità all’estero di materiali culturali e di risorse umane, alla raccolta di testimonianze storiche, linguistiche ed etnografiche, ivi compresi documenti di singoli emigrati, a corsi di storia dell’emigrazione ai vari livelli scolastici, Università comprese, com'è stato richiesto nella stessa relazione dei giovani. Emblematica al riguardo può essere considerata la nuova Università di Treviso, gestita dalla Fondazione Cassamarca, che ha programmato, appunto all’interno della sua Facoltà di Giurisprudenza, una vera e proprie cattedra di Storia dell’Emigrazione.

Per quanto riguarda il secondo punto, quello dell’emigrazione di ritorno, il prof. Zilio ha detto che si tratta di " riportare a casa" i nostri emigrati o i loro discendenti tenendo conto che il mercato del lavoro nelle nostre regioni, soprattutto del nord, richiede ormai consistenti apporti immigratori a tutti i livelli: dagli assistenti agli anziani, agli infermieri, ai tecnici dei vari settori, agli esperti in informatica, ai ricercatori, agli scienziati ecc. e che la nostra gente residente all’estero, soprattutto nei paesi di maggior crisi economica come l’Argentina o il Brasile, è la più adatta e la più assimilabile per cultura, tradizione, usi e costumi, lingua e religione, rispetto ad altre etnie; e che pertanto ad essa dovrebbero essere riservate particolari facilitazioni burocratiche e, a parità di condizioni, la priorità nei contratti di lavoro. Senza contare che, oltre all’indotto di circa 114.000 miliardi che l’Italia ricava annualmente dalla presenza degli italiani all’estero, essa e le singole regioni hanno storicamente contratto un debito di riconoscenza nei riguardi dei nostri emigranti. (Inform)


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