* INFORM *

INFORM - N. 231 - 21 dicembre 2000

La Conferenza del nuovo millennio

di Graziano Tassello*

La Conferenza del nuovo millennio, intesa a dare una svolta definitiva alla politica italiana nei confronti della sua diaspora, ha evidenziato ancora una volta lo scarso interesse che giornali e TV nutrono nei confronti degli italiani all’estero, giudicati incapaci di suscitare emozioni forti ed ipotizzare idealità nuove. Ha così vinto un provincialismo vecchia maniera che ha disertato la cultura della memoria per cui, oltre al regalo di due giorni di sciopero proprio nei primi giorni della Conferenza, i giornalisti hanno preferito dissertare di un’Italia con figli dai tanti nonni e niente cugini o del problema dei collari e ossi griffati per animali domestici mentre a Palermo si discuteva di trafficanti di carne umana, un tema in cui la nostra storia avrebbe qualche cosa da insegnare.

Risultano pertanto quanto mai attuali le richieste della commissione "Identità, lingua e cultura" che ha sostenuto la necessità di un museo nazionale dell’emigrazione a Roma e l’introduzione nei testi scolastici italiani di capitoli dedicati a questa saga per aiutare l’Italia a leggere la sua storia nella sua interezza.

Eppure i delegati e gli invitati alla Conferenza erano visivamente bombardati all’ingresso da schermi giganti su cui Rai International trasmetteva in continuazione interventi in aula ed interviste, dando la sensazione che tutto il mondo fosse sintonizzato all’evento.

Il desiderio profondo, e ribadito ormai da decenni, di essere presi in considerazione non come persone da assistere ma come protagonisti non ha ancora ottenuto i risultati sperati, soprattutto se si considera l’incertezza che permane sulla questione del voto all’estero, nonostante noti esponenti politici siano intervenuti per garantire il loro appoggio alla legge ordinaria, ma intenti anche a precisare difficoltà o comunque incolpare gli avversari per le inadempienze. Una lezione in conflittualità all’italiana tipica di un clima preelettorale che si respirava a pieni polmoni in aula.

Questa atmosfera ha, di fatto, ostacolato la ricerca di creatività, ponendo in atto spartizioni che hanno rotto l’incanto dell’unitarietà. Chi voleva che questa Conferenza costituisse un momento forte di riconciliazione tra una patria di partenza, cui ci si rivolge per ispirazioni, e la sua diaspora e la ricerca di una politica di sinergia fra le tante categorie che compongono la diaspora italiana è rimasto deluso.

Sono, tuttavia, emersi frammenti di creatività che andranno rivisitati, dando organicità al tutto con una metodologia di lavoro che preveda una pianificazione pluriennale capace di raccordare tutte le attività delle varie categorie che compongono la diaspora e che permetta una verifica al termine di ogni legislatura.

In questo momento di transizione in cui la comunità italiana all’estero deve prendere coscienza della sua autonomia, diventa ancora più vitale il ruolo della "stampa di emigrazione", l’unica che di fatto ha mantenuto vivo il dibattito nella fase preparatoria della Conferenza ed ha saputo cogliere le varie istanze della comunità. Se si vuole che la diaspora si assuma responsabilità specifiche derivanti dalla sua matrice italiana, la stampa dovrà addossarsi responsabilità ancora maggiori poiché si è dimostrata finora l’unica compagna fedele dell’emigrazione.

Il dopo-Conferenza: alcune domande

L’analisi degli interventi e dei documenti prodotti offre spunti per risposte ad alcune domande che da tempo vanno assillando studiosi ed operatori.

Chi sono gli italiani all’estero?

Le definizioni sono innumerevoli e vanno dal "patrimonio inestimabile" alla "grande risorsa", dalle "risorse inesplorate" alla "agorà di valori e saperi", dal "demos senza confini" ad "una nuova categoria dello spirito". Ma il lessico proposto dalla Conferenza lascia perplessi, in quanto la definizione sulla natura degli italiani all’estero non incide affatto sulla realtà e sulle scelte strategiche da parte dell’Italia. E’ sintomatico il comportamento di Rai International che per valorizzare la risorsa strategica della diaspora riceve un fondo annuale sostanziale da parte del Governo e poi, ad esempio, trasmette in Sud Africa programmi in differita di sei ore sebbene Pretoria abbia lo stesso fuso orario di Roma.

Si intuisce, d’altro canto, una composizione molto variegata della diaspora con gruppi di interesse e categorie diversificate: una indubbia risorsa economica, sebbene si tratti di una comunità che, mediamente, è ancora molto legata alla congiuntura economica dei singoli paesi per cui il mito del successo va di pari passo con condizioni di vita molto disagiate.

Quanti sono gli italiani all’estero?

Accanto alla definizione degli italiani all’estero, esiste anche il problema della quantificazione della diaspora. La disparità dei conteggi degli italiani all’estero in possesso di un passaporto italiano tra Ministero dell’Interno ed il Ministero degli Affari Esteri è notevole. Ma stupisce soprattutto la retorica dei numeri nei confronti degli oriundi. Alcuni anni fa studiosi di chiara fama facevano ammontare a 40 milioni la stima della consistenza degli oriundi italiani nel mondo, sebbene tutti ammettessero l’impossibilità di quantificare con esattezza tale popolazione poiché i dati dei censimenti nazionali non erano confrontabili per le diverse tecniche utilizzate nella raccolta dei dati. Alla Conferenza le cifre proposte parlano di 70 milioni e non si comprende bene come si arrivi a tale cifra. Questa esercitazione accademico-politica fa emergere un dato di fatto: più si fa crescere ad artificio il numero dei componenti della diaspora e più diminuisce l’interesse della patria di origine verso di essa.

Che cosa vogliono gli italiani all’estero?

Nelle pre-conferenze continentali i molti oggetti del desiderio e la lunga lista delle spese e delle inadempienze, ma anche una analisi accurata delle potenzialità che la politica internazionale italiana poteva esprimere entrando in sinergia con la sua diaspora, erano stati accuratamente segnalati. Bisogna prendere atto di una buona capacità di analisi da parte di alcuni settori della diaspora, anche se si percepisce un distacco tra Comites e comunità reale. I documenti finali della Conferenza, preparati in gran fretta e senza una reale possibilità di un approfondimento in aula, hanno tentato di riassumere le varie anime della diaspora. Ma è difficile scorgere un filo rosso che unisca le varie istanze. La questione del voto ha, di fatto, distolto l’attenzione da problemi complessi e dalla ricerca di soluzioni innovative, accennate nei laboratori, ma che sono ancora da testare presso le comunità della solidarietà, degli affari ed i gruppi scientifici sparsi per il mondo. Non è ancora chiaro che cosa significhi l’offerta di reciproche opportunità.

Che cosa promette l’Italia?

L’Italia ha riformato la sua Costituzione per permettere agli italiani all’estero il voto in loco: un passo da gigante, invocato da decenni. Ma questa modifica rischia di rimanere dormiente a giudicare dai distinguo e dai cavilli dei politici che si sono susseguiti sulla scena della Conferenza. Di fatto una burocrazia farraginosa, una mancanza di regia unica, la parcellizzazione degli interventi e soprattutto una ottica strettamente partitica che, di fatto, mantiene la comunit‡ italiana all’estero legata a schemi che le stanno stretti, ostacola la piena valorizzazione della diaspora e l’attuazione di nuove strategie, rivolte soprattutto agli aspetti linguistici e culturali e alla informazione. (Graziano Tassello-Inform)


Vai a: