* INFORM *

INFORM - N. 208 - 23 novembre 2000

Prima Conferenza. I media all'estero sono troppi? Allora restino tutti a casa! FUSIE compresa!

FRIBURGO - A distanza di alcuni giorni dall'approvazione da parte dei delegati per la continentale di Berlino del documento, prodotto dal Quinto gruppo di lavoro, una nota d'agenzia c'informa che la stampa italiana all'estero sarebbe stata esclusa dai lavori della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo, come pure è stato della FUSIE (Federazione Unitaria della Stampa Italiana all'Estero), l'organismo che la rappresenta o dovrebbe farlo. Secondo alcuni addetti ai lavori, infatti, la FUSIE esisterebbe solamente sulla carta, ragione per cui non sarebbe stata invitata a partecipare né all'organizzazione, né allo svolgimento delle preconferenze continentali e della Conferenza finale di Roma.

Le 392 testate italiane, poi, operanti all'estero - suddivise in 213 giornali e riviste (copie annue 100.416.892), 150 radio (ore annue di trasmissione 178.793), 29 televisioni (ore annue di trasmissioni 28.307), che occupano 2.370 dipendenti, di cui 1.318 a tempo pieno, secondo i dati diffusi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria (Via Po, 16 a - 00198 Roma), con l'opuscolo "I media della Diaspora. Giornali, radio e televisioni dell'Italia fuori d'Italia", - sarebbero troppo numerose perché possano essere tutte invitate. Si sarebbe, d'altra parte, cercato di evitare discriminazioni, invitandone solo alcune in conformità a criteri d'anzianità, diffusione, importanza o altro.

Gli organizzatori avrebbero, invece, chiamato alla partecipazione le agenzie specializzate, una per ogni preconferenza continentale, e tutte alla Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo, creando anche un portale "ufficiale", onde assicurare la diffusione in tempi brevi delle notizie, riguardanti detti eventi.

Niente di sicuro: solo voci. C'è stata, al solito, poco trasparenza nell'informare, e possiamo solo sperare che questo lasso di tempo, che ci divide dall'ultima preconferenza continentale d'Africa e dalla Conferenza romana, serva ad un ripensamento degli organizzatori sull'opportunità di un chiarimento in proposito.

Abbiamo espresso più volte, nel corso di questi notiziari, allarme immediatamente captato dalle agenzie stampa specializzate, le nostre perplessità, riserve e timori in merito al silenzio, mantenuto fino alle assise di Berlino, ed ivi espressi anche in sede di Commissioni, di Quinto gruppo di lavoro, e, con inquietudine, nei capannelli di corridoio, sostanziale centro di concertazione delle parti sul da farsi e sulle alleanze occorrenti al buon esito degli accordi.

Le risposte sono state sempre fuggevoli e tuttavia tendenti ad assicurare in qualche modo gli interessati, al fine di evitarne le reazioni: l'eventualità dell'esclusione è stata presentata sempre come una faccenda troppo grossa, perché potesse verificarsi. Nessuno, pertanto, si è accollato la responsabilità o ha sentito il dovere di esprimersi sul mancato invito e sui rimedi approntati.

Dubitiamo ormai, come ardentemente avevamo sperato, che la Conferenza di Roma possa costituire l'inizio del nuovo patto tra lo Stato italiano ed i connazionali all'estero. Temiamo, insomma, che essa sarà indirizzata con impegno professionale - altro che dilettantistica improvvisazione - tra passerelle e muri del pianto; tra le solite richieste, non commisurate alle possibilità finanziarie dello Stato per essere attuabili, e le solite promesse, da assolutamente non onorare.

I delegati, secondo quanto abbiamo sempre espresso e pensiamo, sono stati inviati a Roma col preciso mandato di statuire finalmente i termini di un'alleanza, concreta e corretta, sulla quale fondare la futura politica tra Stato e Diaspora e non per provvedere alla stesura di documenti finali ed unitari d'alto respiro, ma di scarsa o nulla realizzazione. (Vito d'Adamo-de.it.press/Inform)


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