* INFORM *

INFORM - N. 204 - 18 novembre 2000

DOCUMENTAZIONE - CONFERENZA DEGLI ITALIANI NEL MONDO

PRECONFERENZA EUROPEA - BERLINO 16-17 NOVEMBRE 2000

L'intervento del Segretario generale del CGIE Franco Narducci

BERLINO - È con sentimenti contrastanti che prendo la parola qui a Berlino davanti a voi. C’è la consapevolezza serena del compito svolto, del lavoro fatto, dell’impegno del CGIE, dei COMITES, della rete di associazioni sparse in ogni parte del mondo e di tanti altri nei 12 anni che ci separano dalla seconda Conferenza nazionale dell’emigrazione. E c’è la consapevolezza, anche, di quanto si poteva fare di più, delle ambizioni di ampio respiro che non si sono compiute.

Ma se oggi siamo qui, se abbiamo preservato ancora una parte dell’entusiasmo che caratterizzò quella Conferenza, non è soltanto per fare il bilancio dei successi e delle delusioni, che pesano sul piano delle responsabilità. Noi siamo qui soprattutto per riconsiderare le ragioni di una storia e di una prospettiva che interrogano con forza la società italiana, ne rappresentano tuttora un aspetto vitale, del quale continueremo ostinatamente a riproporre il significato e la portata. E perchè vorremmo essere ascoltati, sapendo di avere molto da dire ed in alcuni settori anche da insegnare. Per esempio nel dibattito a proposito dell’immigrazione, che infiamma la scena politica italiana sulla dimensione numerica del fenomeno, sulle corsie preferenziali per gli oriundi italiani, sui rifugiati, sui clandestini, sui processi d’integrazione. E via dicendo ma sempre dimenticando di ascoltare gli italiani emigrati, che in molti casi potrebbero fornire risposte adeguate e largamente sperimentate.

Ma siamo qui anche per proiettarci nel terzo millennio, alla ricerca di una nuova politica per le comunità italiane residenti fuori dai confini nazionali, per aprire una nuova frontiera e per "osare il futuro", obiettivi che rappresentano poi il tema forte della Conferenza. E per "delineare una politica che alla piena valorizzazione del patrimonio storico, economico e culturale rappresentato dagli italiani nel mondo, unisca una particolare attenzione alle problematiche di interesse delle nuove generazioni", come recita la legge. Per farlo dobbiamo partire da un’analisi rigorosa delle nostre comunità all’estero, degli organi democratici che le rappresentano e di quell’ampio e articolato tessuto costituito dall’associazionismo.

L’associazionismo italiano nel mondo è stato di volta in volta punto di aggregazione e partecipazione, società di mutuo soccorso, ispiratore di opere sociali e di solidarietà di cui abbiamo segni tangibili come, per esempio, gli ospedali italiani, cinta di trasmissione dei valori e delle tradizioni, ma anche luogo politico delle rivendicazioni e delle battaglie per i diritti di cittadinanza, per le condizioni di lavoro, della scuola e per i processi d’integrazione. In questo modo noi abbiamo traghettato non una ma svariate culture e una presenza destinati altrimenti ad eclissarsi nei traumatici cambiamenti che hanno segnato il cammino dell’integrazione. Ed abbiamo assicurato sostegno e consistenza agli organi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero.

L’esaurirsi di questa fase storica ha obbligato e obbliga l’associazionismo ad interrogarsi, a guardare dentro il cambiamento, a non chiudere semplicemente i battenti e a ricercare invece i nuovi valori di riferimento per operare una riconversione strategica non più rimandabile. E a guardare alle giovani generazioni, un punto di riferimento fondamentale per costruire il futuro.

Le nuove generazioni

I giovani non possiedono la memoria storica dei loro genitori, e spesso mettono in luce una contraddizione marcata tra l’idea sfumata che hanno dell’Italia, che rasenta il sapore di favola, e la forte domanda delle radici, dell’identità. Sono giovani nati e cresciuti spesso in società multiculturali che s’interrogano sulle proprie origini e sono portatori di un’identità multipla. Ma sono anche i giovani che parlano il linguaggio di Internet e della nuova economy, che si trovano a loro agio nel mondo del E-Commerce e possono dare un contributo grande alla promozione dell’Italia meno conosciuta e all’internazionalizzazione delle regioni del meridione italiano.

Cosa chiedono questi giovani all’Italia? Anzitutto cultura e possibilità di partecipare in Italia a stages per neolaureati, usufruendo di borse di studio per soggiorni linguistico-culturali. Una domanda che è cresciuta rapidamente in questi ultimi anni e che sollecita risposte dal nostro Stato. L’intensificarsi dei contatti con i giovani italiani all’estero e le iniziative messe in campo anzitutto dalle Regioni, hanno evidenziato l’importanza dei progetti di cooperazione e di formazione in azienda nella fascia postlaurea e postdiploma che vedono impegnati giovani di origine italiana provenienti da ogni parte del mondo. Un’esperienza che consente alle aziende italiane dell’area medio-alta di fortificare la propria immagine all’estero e di stabilire preziosi punti di riferimento. Ma sollecita anche le università italiane ad un impegno più incisivo e consistente verso i giovani italiani all’estero, e rilancia il dibattito sullo scottante tema del riconoscimento dei titoli di studio al di fuori dell’area Unione Europea, una questione che sappiamo di non facile soluzione, che va affrontata soprattutto sul piano del negoziato bilaterale.

Il CGIE ha voluto dedicare proprio questa settimana i lavori della Commissione continentale alle problematiche del mondo giovanile italiano all’estero. Da questa riflessione estesa ed animata è scaturita una proposta importante: proclamare il 2001 come "anno dei giovani" e lanciare un progetto ambizioso di ricerca scientifica e di confronto, che dovrebbe coinvolgere tutte e tre le commissioni continentali e, soprattutto affidare largamente le responsabilità specifiche ai giovani. Il condizionale è d’obbligo poichè le altre commissioni continentali dovranno ancora discutere questa iniziativa. Il progetto dovrebbe avere un forte riferimento, anche di partecipazione, nelle realtà nazionali per approdare poi in una visione mondiale. In questa direzione, il raduno dei giovani che si terrà nel Molise prima della Conferenza di Roma, potrebbe rappresentare l’occasione per il lancio dell’iniziativa.

Rafforzare e disciplinare la politica culturale

La domanda di cultura e di lingua italiana che proviene dalle giovani generazioni dovrebbe contribuire a dare un indirizzo attendibile alla politica del nostro Governo su questo campo, facendo i conti anche con un altro paio di considerazioni. Ciò di cui siamo debitori al mondo è la nostra cultura. Promuoverne la diffusione è compito di fondamentale rilevanza, che dobbiamo adempiere ad ogni costo, anche per il suo enorme valore nei rapporti di politica estera. "I popoli – ebbe a dire qualche anno fa il Presidente Scalfaro – non si conoscono e non s’incontrano solo per il mercato, pure tanto necessario, si incontrano davvero in modo profondo e permanente sulle grandi vie del pensiero, della storia, dell’arte, della comune ricerca del comune sentire".

In effetti, noi tutti assegniamo alla diffusione della lingua italiana un valore di risorsa strategica che va ben oltre l’interpretazione di puro strumento di comunicazione tra generazioni in cui era stata confinata per lungo tempo. E non si contano i momenti di analisi, di riflessione, di rivendicazione che l’emigrazione ha prodotto in ogni parte del mondo. Il "Convegno sulle iniziative per l’insegnamento e la diffusione della lingua e cultura italiana all’estero nel quadro della promozione culturale e della cooperazione internazionale", andato in scena a Montecatini nel 1996 grazie al forte impegno del CGIE, fu salutato come una tappa fondamentale per dare stabilità sistemica a questa materia.

Parve allora che il ceto politico avesse preso pienamente coscienza di detta importanza e le promesse di ridefinire il quadro legislativo, tenendo conto delle profonde innovazioni intervenute nell’organizzazione e nella gestione delle attività linguistico-culturali per le comunità italiane all’estero, parvero serie e fondate.

Promesse evaporate nell’iperuranio del bla bla senza lasciare una sola traccia nella predetta direzione. E con il 2001 stiamo andando addirittura verso il collasso del sistema, che dopo la cura dimagrante del 2000 si vede confermata dalla legge finanziaria una diminuzione di risorse rispetto al 1999 quantificabile in 13,4 miliardi di lire, senza tenere conto dell’apprezzamento del dollaro, che di fatto erode ulteriormente le risorse destinate agli interventi.

Anche da questa Conferenza rivolgo un appello forte ai Parlamentari presenti, affinchè intervengano nella discussione della legge finanziaria nell’Assemblea del Senato per modificare una decisione iniqua che non tiene conto dei danni che si arrecano e nemmeno dell’enorme mole di lavoro fatto da migliaia di cittadini italiani a titolo di volontariato.

Le donne e la prima Conferenza

Per la prima volta le donne hanno uno spazio di partecipazione reale in un evento di questa portata, seppure ottenuto stabilendo una quota minima obbligatoria. Mi auguro che la loro presenza possa veramente passare trasversalmente in ogni area tematica o gruppo di lavoro, anche se mi rendo conto che a Roma avrete bisogno di uno spazio esclusivo minimo per sviluppare la riflessione su temi specifici. Occorre soprattutto una piattaforma programmatica che a partire dal lavoro già svolto ai livelli continentali possa stabilire le priorità assolute e l’articolazione della proposta di lavoro.

L’indigenza colpisce anche la nostra gente

Così come ho espresso amarezza per la scarsa considerazione riservata in sede di legge finanziaria alla diffusione della Lingua e della Cultura italiana, è doveroso esprimere riconoscimento al Parlamento e al Governo per avere riconosciuto il drammatico problema dell’indigenza che colpisce anzitutto l’America Latina, e per avere coerentemente incrementato lo stanziamento destinato all’assistenza diretta, indirizzata prima di tutto al sostegno dei costi della salute. Lo stato di povertà che colpisce molti cittadini del nostro globo ci richiama alla mente le condizioni imposte dall’economia, il dramma dello sviluppo sostenibile e del debito dei Paesi più poveri. Il tempo della mondializzazione, questa parola magica e complessa che evoca una miriade di processi e fenomeni non facili da perimetrare, è sulla bocca di tutti ed è diffusa la tendenza ad attribuirgli le colpe o le lodi di tutto ciò che accade.

La critica alla mondializzazione è in parte contraddittoria: il rifiuto del capitalismo ma anche la paura nella sua trasformazione. Insomma la confusione è grande e merita sicuramente uno spazio di tempo maggiore per mettere a fuoco l’attenzione su alcuni punti che permetterebbero di meglio capire l’evoluzione in atto, soprattutto se il terminale della riflessione riguarda le comunità italiane all’estero come valore e risorsa.

La nuova filosofia organizzativa della capacità di essere rete sulla globalità dei mercati ha rivalutato e rilanciato l’importanza della diffusa presenza italiana nel mondo, passata da potenziale mercato di consumatori a tramite intelligente e punto di riferimento di molte imprese. Ma la pura e semplice presa d’atto di tali potenzialità non produrrebbe quelle sinergie che il sistema Italia persegue. Su questa strada si devono intensificare i rapporti con le comunità italiane ad ogni livello, con le loro rappresentanze sul territorio e riconsiderare i modelli di collaborazione tra tutte le Istituzioni che operano nel nome dell’Italia sul territorio.

In buona sostanza, la possibilità di usufruire dei valori e delle risorse che i nostri concittadini emigrati indubbiamente esprimono dipende in misura crescente dalla quantità e qualità delle risorse destinate alla promozione dei loro interessi sul piano educativo e culturale, alla intercettazione dei loro bisogni di formazione professionale stimolati da un mercato del lavoro sempre più dinamico. Occorre – per dirla con Rifkin – aumentare il "prodotto culturale", vale a dire il "capitale sociale" costituito dalle risorse umane.

Il sistema Italia deve avere però anche la capacità di richiamare e immettere nel processo il knowhow, le potenzialità e le capacità di fare impresa che molti connazionali hanno sviluppato all’estero in ambienti produttivi eccellenti. Penso al riguardo a quanti giovani professionisti italiani occupano posti di rilievo nel Fondo Monetario Internazionale di Francoforte, nella ricerca scientifica in campo chimico-farmaceutico presso le grandi case farmaceutiche svizzere o nelle principali softwarehome mondiali.

L’obiettivo in questo ambito si potrebbe allora esplicare come segue: collocare l’emigrazione in una strategia mirata a rafforzare l’interscambio e le relazioni economiche, in particolare gli operatori che ricoprono incarichi importanti nelle businnes communities, creando eventi nel settore economico, portando gli operatori mono o plurisettoriali nelle nostre realtà produttive, investendo nella rete dei contatti e nelle tecnologie di comunicazione informatica per rendere visibile la domanda e l’offerta di prodotti finiti delle piccole e medie imprese.

Partecipazione e diritti politici

Avviandomi a conclusione sento il dovere di richiamare l’attenzione di questa assemblea sulla storia infinita del voto all’estero. I mezzi d’informazione così diffusi tra le nostre comunità italiane all’estero hanno dedicato grandi titoli all’approvazione definitiva della modifica degli articoli 56 e 57 della nostra Costituzione. La decisione storica votata dalla Camera dei Deputati il 18 ottobre scorso ha fatto esultare molta gente, convinta di poter votare alle prossime elezioni politiche. Perchè questo obiettivo si realizzi sappiamo bene, però, che si deve approvare la legge ordinaria e che il tempo disponibile si riduce sempre più. Ci sono aspetti nella legge ordinaria come quello dell’elettorato passivo che hanno sollecitato già in passato l’Assemblea del CGIE, stimolandola ad esprime un parere formale. Il nostro auspicio è che si possano candidare unicamente i cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’AIRE da almeno tre anni. Ma è altrettanto evidente che il Parlamento è sovrano e che noi rispetteremo l’orientamento che adotterà per emanare la legge secondo le modalità concordate dalla forze politiche.

Dobbiamo però esprimere le nostre preoccupazioni per il palleggiamento che si sta delineando e che porterà di certo alla mancata approvazione della legge, un evento che avrà un effetto devastante sulla fiducia dei connazionali emigrati per la politica italiana. E nemmeno siamo disponibili ad accettare eventuali alibi di ordine organizzativo. Il Ministero degli Affari Esteri è da quasi un anno che ci rassicura in tutte le salse di essere al lavoro per predisporre tutte le operazioni come se si votasse alla scadenza prevista

Ai nostri Parlamentari, che ringraziamo per la costanza con cui hanno tenuto alto l’impegno assunto in un’Assemblea straordinaria del CGIE nel mese di settembre 1998, rivolgiamo l’appello a tenere in vita il forte senso di unitarietà che ha consentito di modificare la Costituzione due volte nell’arco di un anno e l’invito a non dare spazio alla strategia della paura, altrimenti che senso avrebbe aver prodotto questa mole di lavoro e questo grande risultato?

Cari amici, molti sono i temi che saranno dibattuti in questi due giorni; basti pensare al sempre attualissimo nodo dell’informazione, ai provvedimenti legislativi che non avanzano, alle nuove esigenze che si aggiungono a quelle note, al processo d’integrazione europeo e alla carta europea dei diritti, una tappa fondamentale per la costruzione dell’Europa del nuovo millennio. Sei capitoli che rappresentano sei valori fondamentali per lo sviluppo delle nostre società e per la civile e pacifica convivenza tra i popoli: dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza e giustizia. La cornice del prossimo vertice dell’UE di Nizza, il 7 e 8 dicembre, celebrerà degnamente questo appuntamento. Il nostro auspicio è che le tante società civili in cui siamo immersi possano contribuire alla costruzione della casa comune europea anche con il nostro contributo e contro le tante violenze di ogni genere che riprendono vigore, violenze che le comunità emigrate hanno spesso dovuto subire. (Inform)


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