Diritti politici e identità culturale, bisogni comuni nella composita comunità italiana in Germania
FRANCOFORTE - Dall'ultimo numero di "Clic Donne del 2000", il trimestrale delle donne italiane in Germania diretto da Marcella Continanza, riprendiamo questo servizio di Mariagrazia Bianchi Schaeffer, incaricata di Italiano alla Technische Universität di Darmstadt, sulla Prima Conferenza degli italiani nel Mondo.
A dicembre si terrà a Roma la prima Conferenza mondiale degli italiani all’estero. "Italiani" è una definizione che accomuna, ma tace le differenze che ci sono nella comunità all’estero. Tace il fatto che vivere altrove comporta spesso la riduzione o la sospensione dei diritti civili. Non dice se gli italiani all’estero siano cittadini italiani a pieno diritto o meno.
Non si sono ancora tenute le preconferenze previste dalla legge per mettere a punto le questioni da dibattere e per nominare i futuri delegati. Che parte avrà l’emigrazione in tale consesso? Si sentirà a Roma solo la voce di chi ha avuto successo all’estero o anche quella di chi ha contribuito con il proprio lavoro a creare ricchezza nel paese ospite senza per questo avere fatto fortuna? Avrà spazio la voce delle donne?
La Conferenza mondiale è comunque un’ottima occasione perché il nostro paese affronti i problemi comuni di tutti. Ed è una grande opportunità per cominciare a vedere la situazione degli italiani nelle nazioni europee in quanto cittadini di un paese membro dell’Unione Europea, al fine di sfruttare i vantaggi insiti in questa particolare posizione. La comunità italiana in Germania è composita. Da una parte ci sono professionisti, funzionari di banche e ditte commerciali, persone che lavorano in istituzioni ed enti tedeschi o italiani, dall’altra tre generazioni di cittadini emigrati, che, in alcuni casi, hanno ancora problemi legati alla permanenza in questo paese.
Il problema più grave è la mancanza del diritto di voto e di partecipazione politica. Gli italiani non hanno avuto per decenni il diritto di voto all’estero. La legge tedesca disconosce il diritto ad una doppia cittadinanza. Questo fa sì che gli italiani continuino a vivere ai margini dei processi decisionali, nell’ingenua ma legittima speranza dell’avvento di nuove regole europee che permettano una partecipazione il cui prezzo non sia la perdita della cittadinanza italiana. Il voto all’estero non è ancora divenuto realtà e non risolve del tutto il problema. Sarebbe auspicabile un’efficace azione del governo italiano a livello europeo ed anche a quello di accordi bilaterali per riconoscere e regolarizzare il diritto alla doppia cittadinanza a quel numero sempre crescente di cittadini che vivono stabilmente in un altro paese della comunità, non ultimo nell’interesse delle generazioni nate e cresciute in Germania, che mantengono profondi legami con il paese di provenienza dei genitori. Non è un problema di emigrati, ma quello degli attuali cittadini dell’Europa unita. L’Italia può assumere un ruolo innovatore e adoperarsi a favore di un diritto di cittadinanza che rispecchi le identità non più mononazionali di molta parte degli europei.
Un altro tema va posto all’ordine del giorno: vivere all’estero presuppone l’apprendimento della lingua locale, come mezzo fondamentale di comunicazione e di scambio con il paese in cui si vive. Deve però questa facoltà che arricchisce essere pagata al prezzo della perdita o dell’impoverimento della lingua d’origine? L’Italiano, non riconosciuto nella scuola tedesca come lingua veicolare obbligatoria, è insegnato poco e solo a carattere sperimentale, nonostante la domanda si riveli alta là dove è offerto. I corsi di lingua materna, nati negli anni dell’emigrazione, sottostavano alla logica di mettere in grado i lavoratori italiani di ritornare al proprio paese. Ma la mobilità in continuo aumento tra i paesi dell’Unione Europea e la crescente necessità di competenze plurilingui insegnano che questa ottica è divenuta obsoleta.
È necessario arrivare al riconoscimento del diritto dei cittadini dei paesi membri - degli italiani in questo caso - di usufruire dell'insegnamento della propria lingua a scuola. Solo la scuola può promuovere lo sviluppo delle competenze linguistiche acquisite in famiglia, impedendo che la lingua italiana s’impoverisca progressivamente o si riduca ad una pratica puramente orale. L’Italia si deve fare anche promotrice di una campagna per la diffusione dell’Italiano nelle scuole e nelle università all’estero. Per far questo bisogna procedere a nuovi accordi con la Germania in materia scolastica ed universitaria. L’insegnamento dell’Italiano costituisce un arricchimento per il paese ospite e garantisce ai cittadini italiani lo sviluppo di competenze bilingui spendibili sul mercato del lavoro. Non esiste vera convivenza plurinazionale in Europa senza il riconoscimento del diritto dei cittadini degli stati membri a conservare e promuovere la propria lingua.
Esercizio dei diritti civili e convivenza improntata al reciproco riconoscimento della lingua e della cultura d’appartenenza sono pilastri necessari per vivere oggi da cittadine e cittadini italiani in Europa. Sono bisogni sentiti che accomunano emigrati e chi risiede all’estero per motivi professionali. Il tempo stringe. Sarebbe miope ridurre gli attuali problemi giuridici e culturali legati alla mobilità a problemi solo specifici dell’emigrazione. Andrebbe perduta una grande occasione se la Conferenza di Roma desse voce solo a quegli italiani che per le professioni svolte hanno avuto meno difficoltà di affermarsi e non sono rappresentativi della più composita realtà degli italiani all’estero. (Mariagrazia Bianchi Schaeffer, Clic Donne 2000, de.it.press/Inform)