Dalla stampa italiana all'estero - L'Eco", Basilea
Grande Fratello: la banalità in diretta
BASILEA - George Orwell, quando scrisse il suo mitico "1984", inventando quel termine "Grande fratello", forse non immaginava che nel 2000, uno dei più seguiti format televisivi nel mondo avrebbe scimmiottato la sua meravigliosa intuizione. Ad Orwell dobbiamo rispetto e riconoscenza, ai produttori di questa nuova trasmissione non possiamo che concedere compassione. Quella compassione che ci stimolano quanti, nel tentativo di seguire un solco, di imitare e sviluppare una traccia, precipitano inesorabilmente nel ridicolo. Sapete è la stessa sensazione che si prova quando si prendono tra le mani quei gadget che simulano, imitano i grandi capolavori dell’arte. Manca qualcosa.
Ma cerchiamo di capire dov’è il ridicolo di questa vicenda, che trasforma la nostra tv in un colossale frullatore di banalità. Il Grande fratello è un gioco mediale: si prendono dieci persone, si chiudono in una casa fornita in ogni angolo di telecamere, e le si osserva per tre mesi, trasmettendo al pubblico quel che ritiene la regia o la produzione. I protagonisti devono rispettare delle regole, poi il pubblico deciderà chi deve uscire di casa di volta in volta finché non ne rimarranno solo due e di questi solo uno vincerà il grande premio che ammonta a duecentocinquanta milioni. Ovviamente la prova di destrezza sta nel sopportare un così lungo tempo di convivenza forzata, con la complicazione di essere sotto continua osservazione di telecamere pronte a cogliere quanto potrebbe interessare il pubblico, aumentare l’audience ed a ruota i clienti per la pubblicità. Grande fratello, ma soprattutto grande operazione commerciale che tira fuori dalla palude alcune fasce orarie e disincrosta i palinsesti sempre più piatti, sempre più omologati tra le varie reti.
Ho già visto, qualche volta, la versione tedesca che andava in notturno, ed era pionieristica in Europa; poi è arrivata quella inglese dove nel gioco si è mostrato un amplesso in diretta. Da questa italiana ci si aspetta di tutto ed ovviamente l’ansia mediale viene scatenata di proposito per stimolare ed aumentare il "target". Ci si chiederà allora dov’è il dolo? Ebbene, a mio avviso ci troviamo di fronte ad un fenomeno, punto di passaggio da noi sdoganato in ritardo, alla interattività totale del mezzo televisivo. Questo fenomeno, risposta goffa dei media all’invadenza di internet, a me viene di difinirlo così:" extrem fiction". Ma si, diciamola in inglese per renderla più inquietante. Finzione estrema, sensazionalismo per babbei da telecomando (così veniamo considerati spesso). La fiction tradizionale ha avuto un grande successo, della serie: prendi un avvocato, tradito dalla moglie ed un architetto sposato con due figli uno dei quali poliziotto con un fratello prete, mettili in relazione attraverso un cane che scopre un cadavere e mentre giri le prime dieci puntate vedrai che vien fuori il resto. Ma la fiction ha un target popolare e limitato, e confini prestabiliti morali e di costume. Interessa poco ai giovani anche se rappresenta, al momento il comparto più solido delle produzioni televisive. Insomma , non basta. E’ nella spietata ricerca del "di più" che nasce l’occhio del "grande fratello", nell’approssimazione a tappe all’interattività televisiva. Oggi si possono osservare, giudicare, soggetti precotti in relazione casuale e forzata, domani potremmo essere giudicati, osservati quali altrettanto precotti soggetti inseriti in una ragnatela televisiva globale ed interconnessa. Così facendo si potrebbe passare dalla fiction, alla finzione estrema, e di seguito alla realtà sui mass-media, fino alla realtà estrema. Cioè potremmo così giungere presto alla "vita reale cadenzata a puntate" e destinata al consumo di massa inframmezzato dalla pubblicità. Esagerazioni? Forse.
Comunque nell’attesa, se un consiglio posso darvi è il seguente: quando va’ in onda il grande fratello, escludete l’audio, calzate entusiasti una bella cuffia collegata con lo stereo, ed ascoltatevi l’ultimo cd di Bregovic partendo da "la nuit". Sicuramente la grandezza dell’arte del musicista iugoslavo vi terrà lontani da contaminazioni interattive, e soprattutto vi impedirà di guardare in maniera sensibile lo schermo. Così il grande fratello passerà e non avrete perso quei momenti sensazionali, che promette, ma vi sarete risparmiati quella colossale sovraesposizione alla banalità, che assicura. Massimo Pillera-L'Eco/Inform)