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INFORM - N. 155 - 13 settembre 2000

L'intervento del Ministro Lamberto Dini all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

"Operare perché nel fenomeno migratorio la libertà sia salvaguardata"

NEW YORK - l’Italia presenta la sua candidatura al Consiglio di Sicurezza per il biennio 2001-2002. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Lamberto Dini, intervenendo all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso a New York. Un intervento, il suo, tutto centrato sui problemi legati alle migrazioni internazionali. Problemi la cui soluzione è condizionata dal processo della globalizzazione.

L’Italia ha molto da dire in proposito, ha detto il nostro ministro degli Esteri. Essa ha vissuto fino a pochi decenni or sono l’esperienza di nuclei importanti della propria popolazione costretti a cercare lavoro in terre lontane: terre caratterizzate da lingue e tradizioni diverse e in contesti, sovente dolorosi, di bisogno e di separazione familiare. Si tratta di una storia sociale caratterizzata da luci e da ombre ma in complesso di grande ricchezza morale e spirituale.

A partire dagli inizi degli anni settanta l'Italia è diventata terra di immigrazione senza, peraltro, avere raggiunto la piena occupazione al suo interno. Ma proprio questa duplice posizione dell’Italia, che è stata terra di emigrazione e che è ora terra di immigrazione, le dà titolo per contribuire a affrontare in misura costruttiva l’odierno fenomeno delle migrazioni globali.

Sul piano interno, la legge italiana si è ispirata al principio della "integrazione dolce", tendente a fornire agli stranieri che abitino stabilmente il Paese un’opportunità che non comporta affatto la rinuncia a coltivare la grande ricchezza derivante dall’appartenenza ad altre culture.

Il 2001 sarà l’anno delle Nazioni Unite per il dialogo tra le civiltà. Ma Il dialogo fra le civiltà non va gestito in maniera astratta e accademica. Pertanto dobbiamo operare tutti assieme perché i flussi migratori non abbiano a svilupparsi nel disordine di cui, in definitiva, è la persona umana a pagare il prezzo più elevato. Bisogna, allora, che le migrazioni si svolgano nel rispetto di regole certe e trasparenti.

Il capitale umano non è una merce, ha affermato Dini. Quando si trasferisce, i soggetti che lo compongono portano con sé le loro radici, le loro specificità e le loro esperienze, che conservano anche quando entrano in contatto stabilmente con società diverse da quelle di appartenenza. Di qui l’esigenza della tolleranza reciproca a tutela dei rispettivi usi e delle rispettive tradizioni.

Come operare, allora, perché nel fenomeno migratorio la libertà sia salvaguardata e non si trasformi in schiavitù? Come sottrarre alle tensioni sociali lo sviluppo economico globale? Come far sì che il sempre maggior contatto tra civiltà diverse produca il dialogo e non l’intolleranza? Servono, da parte di tutti, una determinazione e un impegno fortemente sostenuti per elaborare regole che, se applicate, potranno esercitare sulle migrazioni internazionali un’azione positiva, a tutto beneficio sia degli Stati di emigrazione sia degli Stati di immigrazione.

Le iniziative di aiuto allo sviluppo dei Paesi industrializzati, così come quelle delle Organizzazioni non governative, difficilmente potranno sconfiggere la miseria e la povertà a causa dell'enorme peso del debito estero. L’ampia remissione del debito dei Paesi più poveri non rappresenta un’opzione bensì una via obbligata. A tal fine, l’Italia ha recentemente adottato una legge comportante la riduzione dei debiti nella misura complessiva di 6 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi tre anni.

Ma la riduzione del debito estero da sola non basta. Essa deve essere accompagnata da politiche di buon governo all’interno dei Paesi beneficiari, politiche che costituiscono una componente importante di una strategia integrata alla base di un nuovo contratto sociale internazionale.

Nei Paesi industrializzati l’immigrazione non può essere vissuta con quell’ansia che invoca l’innalzamento di nuovi muri e di nuove cortine e che rifiutando il contatto con le diversità provoca l’angoscia del sentirsi stranieri in terra propria. Ogni sforzo volto al superamento di uno stereotipo così negativo deve essere incoraggiato e in questo quadro si colloca la Conferenza contro il Razzismo che avrà luogo a Pretoria nel 2001.

L’Unione Europea ha grandi capacità di accoglienza e da tempo ospita vaste comunità di immigrati; soltanto ora però, sta sviluppando una cultura comune verso l’immigrazione. La sua strategia si basa sulla cooperazione con altri Paesi dal momento che il problema non si risolve con la visuale ristretta che privilegia il controllo delle frontiere e la repressione ad ogni costo della immigrazione clandestina.

Per molto tempo l’Europa non si è molto preoccupata delle conseguenze a lungo termine dell'immigrazione. Oggi, tuttavia, si trova a dover affrontare i problemi del calo del tasso di natalità e dell’invecchiamento della sua popolazione, ciò che postula una strategia che si faccia carico della complessità di un processo di integrazione che coinvolge persone provenienti dalle più svariate regioni del mondo.

Agli inizi degli anni ottanta - ha ricordato il ministro Dini - , il numero dei Paesi di immigrazione era di 39 ed è salito oggi a 67; mentre quello dei Paesi di emigrazione è passato da 29 a 55. Pensare di risolvere i problemi derivanti da una realtà che si allarga a macchia d’olio ricorrendo soltanto a intese bilaterali tra gli Stati significa farsi delle illusioni.

A partire dal Consiglio Europeo di Tampere dell’ottobre del 1999 l'Unione Europea ha fatto della cooperazione tra i governi nazionali una priorità; ma proprio l’esperienza maturata anche di recente porta a concludere che è necessaria una linea di condotta cui soltanto le Nazioni Unite possono conferire l’indispensabile universalità.

Per questo Dini ha esortato l'Assemblea Generale a dare prova di sensibilità e a mettere in cantiere strumenti appropriati. Ed ha indicato i tre strumenti da coordinare e da integrare tra loro. Anzitutto, l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo; in secondo luogo, una legislazione più severa e cogente che scoraggi i fenomeni clandestini; in terzo luogo, una gestione dei flussi migratori tale da fare di questi ultimi una fonte di stabilità e di ricchezza a vantaggio di tutti. Questi flussi - ha detto il ministro - debbono prodursi in un clima di legalità. E se la legalità verrà rispettata da tutti, essi saranno i benvenuti nei Paesi di accoglimento, ciò che favorirà il processo di integrazione nelle relative società.

Le tre linee-guida postulano un quadro di riferimento globale. Occorre un patto di solidarietà avente come obiettivo la ricerca delle soluzioni più idonee e efficaci a fare sì che la domanda e l’offerta di lavoro raggiungano, nel pieno rispetto delle specificità delle persone interessate, l’auspicabile punto di equilibrio.

La massima sfida nell’epoca della globalizzazione - ha concluso Dini - consiste nel disegnare forme nuove di cooperazione tra i Governi che permettano a ciascuno di essi di vedere riflessi i propri interessi nelle scelte di politica internazionale. Le Nazioni Unite continuano ad essere il luogo più naturale per l'adozione di tali scelte e per assicurare la loro puntuale osservanza. (Inform)


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