* INFORM *

INFORM - N. 151 - 7 settembre 2000

Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo

Interviene Claudio Lizzola (CGIE Forza Italia/Azzurri nel Mondo) sulla ripartizione dei delegati alla preconferenza di New York

ROMA - Assegnare 105 delegati agli Stati Uniti e 65 al Canada, per la preconferenza di New York in preparazione della Prima Conferenza degli italiani nel mondo, è assolutamente inaccettabile, aveva dichiarato Gino Bucchino, componente della delegazione canadese del CGIE e vice segretario generale per i Paesi anglofoni. A Bucchino avevano replicato Silvana Mangione ed Enzo Centofanti (CGIE USA), componenti del sottocomitato che aveva preso la decisione (vedi Inform n. 150).

Ora registriamo l'intervento di Claudio Lizzola, residente in Canada, ma componente del CGIE in rappresentanza di Forza Italia, che propone di superare la polemica e di giungere ad un ragionevole compromesso.

A proposito della ripartizione dei partecipanti alla Preconferenza di New York - scrive Lizzola - , ho letto la lettera di Bucchino e la replica degli amici Centofanti e Mangione.

Innanzi tutto, da fervente anticomunista, non vedo come si possa tirare in ballo il comunismo, come fa Centofanti, a proposito delle osservazione di Bucchino. Contestare agli Stati Uniti il ruolo di centro del mondo per quanto riguarda l'emigrazione nei paesi anglofoni non mi pare affatto una espressione di antiamericanismo (e quindi di comunismo, se leggo bene la risposta di Centofanti) e le rivendicazioni di Bucchino a proposito del Canada sono corrette, puntuali ed oggettive.

Lo stesso non si può dire della lettera di Centofanti che, a un certo punto, tira in ballo "35 milioni di neri"; argomento questo che oltre a entrarci come i proverbiali cavoli a merenda, lascia in bocca un pessimo sapore.

Le argomentazioni della Mangione, invece, soprattutto per quanto riguarda il conciso ma cogente sommario delle benemerenze degli italo-americani, si collocano certamente al centro del problema ma, vorrei amabilmente replicare, hanno un corrispettivo canadese, forse meno noto ai miei compatrioti che vivono negli Stati Uniti, ma non meno importante.

Come i miei colleghi del CGIE ben sanno, io, sebbene viva in Canada, non sono in seno al CGIE un rappresentante della comunità italo-canadese e non scrivo queste note per prendere posizione a favore degli Stati Uniti o del Canada. Al contrario, l'incarico politico che rivesto e che mi vede anche Vice Presidente dell'Associazione Azzurri nel Mondo e coordinatore delle sue attività in Nord America, mi pone in un osservatorio privilegiato dal quale ho avuto modo di ben approfondire la problematica in questione e dove ho imparato a valutarla in modo concreto ed obiettivo.

A me sembra che le realtà delle comunità italiane negli Stati Uniti e in Canada siano sostanzialmente assai diverse e quindi difficilmente comparabili. La prima è rappresentata nella stragrande maggioranza da una emigrazione ormai lontana nel tempo e in gran parte completamente diluita ed integrata nella società americana, la seconda, certamente numericamente assai inferiore, vive però la propria italianità in maniera assai più profonda, reale, viva e concreta a cominciare dalla lingua.

Comunque, se proprio si deve parlare di numeri, vorrei citare un caso significativo: negli ultimi mesi il consolato di Toronto ha superato quello di New York per numero degli iscritti all'anagrafe.

Di sicuro vorrei dire che gli italiani del Canada certamente hanno maggior "bisogno" di Italia di quanto ne abbiano quelli degli Stati Uniti. E non si tratta solo di un bisogno sentimentale vivissimo in quanto le radici sono ancora ben affondate nella madre patria, ma è anche un bisogno concreto. Tanto per darne un esempio, l'Italia versa ai suoi pensionati di Toronto la bella cifra di 300 miliardi all'anno. Francamente non ho elementi per pensare che in generale gli italo-americani (essendo molto più americani che italo) abbiano al riguardo un corrispondente livello di interesse.

In perfetta buona fede e, se mi permettete l'immodestia, con non comune conoscenza di causa, io non mi sentirei di affermare che la comunità italo-americana possiede maggior o minor peso di quella italo-canadese a fronte, ad esempio, degli scopi della Conferenza fra cui, come cita la Mangione, "la valorizzazione del patrimonio storico, economico e culturale rappresentato dagli italiani nel mondo". Con la stessa buona fede, mi sentirei però di escludere che la comunità italo-americana pesi il 62% e quella italo-canadese pesi solo il 38% come il Sottocomitato ha deciso.

Forse anche Bucchino la pensa allo stesso modo e che proprio per questo e per il suo ruolo di super partes trovi iniquo che agli Stati Uniti venga assegnato il 62% dei partecipanti alla Preconferenza. A meno che, naturalmente, l'essere super partes non comporti l'obbligo di assecondare i desideri dei padroni di casa.

A me sembra - conclude Lizzola - che bisognerebbe abbandonare la polemica, assumere che tutti si è in buona fede e che in buona fede si tende a dar maggior valore alla realtà che si conosce meglio. Con questo atteggiamento è certo più facile giungere ad un compromesso valido per tutti. Forse ciò è proprio quello che i nostri concittadini, di qui e di là del confine, si aspettano. (Inform)


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