Associazione Valtellina in Ticino: Quello che volevamo dire all'Ambasciatore e non abbiamo potuto dirlo
LUGANO - Volevamo prima di tutto dargli un saluto come espressione di stima per aver dedicato uno spazio del suo tempo anche ai rappresentanti della comunità italiana in Ticino. Così come volevamo dirgli della nostra fiducia e speranza in lui sulla base della sua provenienza da una regione - il Veneto - che per decenni e decenni è stato sorgente dì mano d'opera emigrante: questa sua appartenenza gli avrebbe forse fatto meglio capire anche la nostra emigrazione.
Queste cose al momento attuale non gliele diremmo più: dopo una presentazione del Console e un "tutto bene" dell'Ambasciatore (non più di dieci minuti) si è passati al "rinfresco".
Ovviamente stiamo parlando della visita dell'Ambasciatore d'Italia a Berna, Lorenzo Ferrarin, al Ticino: per la collettività italiana nessuno spazio di parola... si voleva restare nell'idillio del "tutto bene"? E sia!
Gli volevamo dire
che sui problemi di ristrutturazione e cambiamenti radicali non abbiamo nulla da eccepire: il governo ha un suo piano e sa quello che fa, Però la via del dialogo riteniamo sia sempre e ovunque percorribile: far capire i motivi dei cambiamenti, ma soprattutto dare alla gente, più che la speranza, la certezza delle misure di sostegno.Gli volevamo dire
che il problema dell'informazione (e della chiarezza e tempestività nell'informazione) è determinante. E un'informazione non solo sui servizi e sulle pratiche consolari (va dato atto al Console generale di Lugano di operare in questo settore con una certa intraprendenza e sollecitudine), ma anche informazione diretta ed esauriente su quanto all'italiano in Ticino può interessare. Per esempio: quale informazione ci viene data sulle centinaia e centinaia di milioni di franchi giacenti presso casse d'assicurazione e appartenenti a lavoratori stranieri (anche italiani) rientrati in patria?Gli volevamo dire
della nostra "piccola emigrazione" con le nostre numerose ma non tutte consistenti associazioni regionali: sono comunque l'anima di quella che è chiamata "collettività operativa". Perché non hanno un posto ove si discutono i problemi degli italiani all'estero? Per esempio il Comitato generale degli italiani all'estero (CGIE) in Svizzera conta cinque rappresentanti: tutti esponenti di partiti politici (anche se attraverso patronati), sindacati e delle due grandi organizzazioni dell'emigrazione: CLI e ACLI.Gli volevamo dire
- e dimostrare con fatti e cifre - che l'emigrazione è cambiata, non è più cenerentola: è diventata stabile, si è inserita nel tessuto ticinese e continua a proporre gente che fa sul serio in tutti i campi. "Ambasciatori dell'Italia all'estero" lo siamo diventati per nostro preciso impegno e costante sacrificio.Ne siamo fieri.
Ma in contropartita desideriamo essere considerati anche "Ambasciatori di ritorno": comunità cioè che per l'esperienza acquisita abbia la sua da dire in ogni campo e che l'autorità italiana si degni almeno di ascoltare.
E volevamo fermarci qua.
Ma fermata la partenza è stato cancellato anche l'arrivo.
Tutto ciò ci fa ancor più riflettere su quel "diritto di cittadinanza" che in questa circostanza non ci è stato riconosciuto.
La comparte ticinese - in tutte le sue strutture di interesse - ha avuto miglior sorte che i rappresentanti della comunità italiana che si sono mossi verso Lugano da ogni parte del Cantone per... fare un brindisi di augurio. Un'occasione mancata. Peccato! (Associazione Valtellina in Ticino/Inform)