L'opinione di Vito D'Adamo (UIM Germania)
Avviare la Prima Conferenza degli italiani nel mondo dopo la realizzazione della legge sul voto all'estero, ad elezioni del 2001 attuate ed in presenza di un Governo durevolmente in carica
FRIBURGO/BR - L'Art. 1° della legge, che istituisce la Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo, così recita: " (Convocazione e scopo della Conferenza). 1. È indetta la Prima Conferenza degli italiani nel mondo, con lo scopo di condurre un'analisi dell'azione svolta dall'Italia in favore delle proprie collettività all'estero, al fine di verificarne la rispondenza alle esigenze tradizionali e alle nuove aspettative intervenute successivamente alla seconda Conferenza nazionale dell'emigrazione organizzata congiuntamente dal Ministero degli affari esteri e dal Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro, ed alla istituzione del Consiglio generale degli italiani all'estero. La Conferenza che si avvarrà della collaborazione del CNEL, ha altresì il compito di delineare una politica che alla piena valorizzazione del patrimonio storico, economico e culturale rappresentato dagli italiani nel mondo, unisca una particolare attenzione alle problematiche di interesse delle nuove generazioni. 2. La data della Conferenza, che si terrà entro il 31 dicembre 2000, è fissata con decreto del Ministro degli affari esteri.
Dovrebbe pur significare qualcosa se la "Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo" ha cambiato intestazione e non vuol essere la "Terza Conferenza Nazionale dell'Emigrazione ": forse una mutazione storica, si spera nella sostanza e non solo nel titolo, per quanto riguarda la visione, che attualmente si avrebbe nelle alte sfere del fenomeno migratorio, puntando in modo particolare sul potenziale delle comunità italiane extraterritoriali.
Non siamo più "emigrati", sudati trasportatori a spalla di "valigie di cartone"; ora i nostri bagagli sono firmati, se lo Stato italiano intende promuoverci a dignità d'interlocutori economici, partner commerciali, consumatori, propagandisti e distributori del Made in Italy, novelli apostoli dell'import-export. Certo non promuoverà tutti: solo "quelli che contano". Gli altri, alla fine, o passeranno a miglior vita, oppure saranno stati nel frattempo fagocitati dalle società d'accoglimento. Non è già un progresso, giacché tempo addietro eravamo ignorati nell'insieme? Almeno adesso emerge una élite, vivaddio! Insomma, lo Stato, dopo che ha badato a parcheggiarci stabilmente nella diaspora per farci fare le ossa, ora viene a raccogliere i frutti della sua lungimirante politica d'investimento a tardo termine e ritiene che gli "arrivati" debbano andarne fieri. Siamo in piena dicotomia.
Bando, però, alle accuse, alle recriminazioni, all'indignazione, che in questi giorni d'ennesimo rinvio delle procedure per la definizione del diritto di voto all'estero, fioccano sui soloni nostrani; e bisognerebbe cambiare registro, pensare a repliche di più incisivo momento.
Desiderando lo Stato che questa Prima Conferenza non sia la Terza, sarebbe auspicabile che per l'occasione non si ripetessero le trascorse passerelle dei politici, aspirazione un po' difficile da tradurre in realtà: a dicembre saremo a pochi mesi dalle elezioni del 2001; e da parte nostra bisognerebbe ridurre le prolisse geremiadi, tipiche delle precedenti adunanze, pur se giustificate dalle cocenti realtà da noi vissute, pur ben cognite dalle istituzioni. Questo porterebbe a più quieta discussione sui rimedi del caso.
Occorre, però, ben altro: che la Conferenza sia suffragata dall'avvenuta estensione del voto all'estero e dall'approvazione della nuova legge sui Comites - e che sia ben chiara la parte, riguardante il conflitto d'interessi –; e che i media italiani all'estero siano presenti e con tutti gli onori, così che i lavori possano svolgersi in un clima nuovo e sereno. Qualora non fosse possibile, considerati i tempi molto stretti d'attuazione, estendere l'esercizio del diritto di voto in loco e l'approvazione della nuova normativa sui Comitati per il prossimo dicembre, sarebbe opportuno rinviare la Conferenza a riforme effettuate, piuttosto che mettere in piedi un'Assise mutila. Tecnicamente parlando riguardo ai termini d'adempimento, non dovrebbe, infatti, verificarsi intoppo alcuno alla realizzazione del voto all'estero e delle altre richieste, perché la prolissa procedura parlamentare possa giungere seppur all'ultimo istante in porto, cosa sulla quale, allo stato delle cose, non ci sentiremmo di giurare: già appare problematica per il prossimo dicembre l'approvazione preliminare degli articoli 56 e 57 della Costituzione.
Tutto questo, in ogni caso, non può bastare. Ci sarebbe, infatti, il rischio, attuando la Conferenza a dicembre, di avere per interlocutori raggruppamenti ed uomini politici, che potrebbero non essere più al Governo dopo le elezioni del 2001, appena alcuni mesi più tardi, con le immaginabili conseguenze per gli impegni assunti dalle parti. Gli italiani e i loro connazionali all'estero hanno bisogno per la realizzazione dei loro scopi di un Governo stabile. Alla necessità di un forte cambiamento istituzionale per la Nazione, fa riscontro la necessita di un cambiamento radicale della politica verso i connazionali all'estero. Persistendo gli organizzatori nel volere la Conferenza ad ogni costo alla fine dell'anno, si dovrebbe allora pensare a disertarla (figuriamoci, con tutti i professionisti dell'emigrazione, sparsi per il mondo!).
Sarebbe quindi opportuno avviare la Conferenza dopo la realizzazione della legge sul voto all'estero e quant'altro, ad elezioni del 2001 attuate ed in presenza di un Governo durevolmente in carica.
Condicio sine qua non a che gli scopi, per la realizzazione dei quali tale Assemblea fu convocata, abbiano effettivamente a concretarsi, sarà quella di prospettare e di fondare una nuova alleanza, un nuovo patto, tra gli Italiani nel Mondo, che lo Stato dovrebbe considerare maggiorenni a tutti gli effetti, e le istituzioni nazionali, che gli Italiani nel Mondo possano ritenere finalmente affidabili; fare in modo, insomma, che cada la circospezione dello Stato nei confronti di quanto apparato istituzionale non sia, e la diffidenza dei connazionali per quanto sappia di potere. "Siamo di fronte ad un passaggio molto delicato: o il rapporto tra le istituzioni italiane e le collettività all'estero si salda attraverso comportamenti coerenti o si corre il rischio di romperlo definitivamente", avverte il Sottosegretario Danieli.
La Conferenza si può costruire, in realtà, solo su di un impegno sostanziale tra i rappresentanti dello Stato e quelli delle comunità italiane extraterritoriali e a seguito dell'accettazione di tale vincolo. Altre possibilità non s'intravedono, considerato l'annoso stato di conflitto tra i soggetti, salvo che non si voglia che la nuova Conferenza sia fotocopia delle precedenti e scada nell'uggia del già visto, del già sentito, del già inutilmente tentato.
A rischio di ripeterci: solo a seguito e in rispondenza ad un rapporto universalmente accettato, alla rappacificazione degli animi ed alla fiducia reciproca, vale a dire in conformità a fatti e principi basilari, si potranno discutere i temi, interessanti le comunità italiane oltrefrontiera e lo Stato, al fine di avanzare progetti nella certezza di trarre risultati utili alle parti in discorso; altrimenti, insistendo nell'usato sistema dei sotterfugi, delle riserve mentali e dei ripieghi di turno, non si edificherà, al solito, un bel niente. (Vito d'Adamo-Inform)