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INFORM - N. 122 - 28 giugno 2000

L'editoriale di "Tribuna Italiana" dedicato al tema sull'emigrazione e l'immigrazione proposto agli esami di maturità

In Italia ci conoscono poco e male

BUENOS AIRES - Che in Italia ci conoscono poco e male non è una novità, l’abbiamo già scritto e deplorato non poche volte: Italiani all’estero... emigrati: ma chi sono costoro, si chiederanno magari tanti - certamente non pochi - Don Abbondio dei nostri giorni! E di quelli i quali sanno almeno che esistiamo, i più non ci considerano membri della comunità nazionale, almeno noi d’oltreoceano che da decenni viviamo permanentemente all’estero. Che non stiamo esagerando lo dimostra il fatto che, con sempre maggiore frequenza, ministri e senatori e deputati vengono a... scoprirci, si meravigliano che la nostra integrazione alla società locale non è completa, che magari cantiamo ancora il "Fratelli d’Italia" e che ripetiamo come un ritornello, la richiesta di una politica culturale italiana, di una politica di assistenza italiana, di una sia pur limitata partecipazione, col voto, alla politica democratica italiana. E lo dimostra anche il fatto che la borsa, nei palazzi del potere, non vogliono aprirla nemmeno per stanziamenti irrisori, perché... non paghiamo le tasse!

Stando così le cose abbiamo appreso con piacere che uno dei temi proposti la settimana scorsa agli oltre 400 mila candidati all’esame di Stato - quello più noto come esame di maturità - è stato: "L’Italia da terra di emigranti a terra di immigrati". Vero è che, per la scelta di questo tema, dobbiamo forse ringraziare gli extracomunitari perché, prima del loro arrivo, non si era mai pensato che i giovani "maturandi" dovessero sapere che c’era stato un fatto molto importante nella storia dell’Italia della seconda metà dell’Ottocento e di tutto il Novecento, l’esodo cioè di milioni di italiani che, non per libera scelta, ma per necessità, avevano lasciato il loro Paese, per cercare altrove migliori condizioni di vita da conquistarsi con duro lavoro. Un fatto di notevole importanza economica e sociale e quindi è valida la proposta ai maturandi di impegnarsi in un breve saggio, basato sul confronto fra i poveri diavoli dei paesi poveri che oggi vanno a sfamarsi in Italia e i poveri diavoli italiani, che prima andavano a sfamarsi nei paesi allora ricchi.

E’ questo in definitiva il confronto. Ma i giovani "maturandi" mentre sentono parlare spesso degli immigrati - se ne occupano quasi quotidianamente i politici e i mass media - sanno ben poco degli emigrati. E allora per orientarli, per informarli, il ministero dell’istruzione ha proposto come traccia due documenti: il primo di E. Ciccotti del 1911, parla dell’emigrazione meridionale "costituita in prevalenza da agricoltori, essa ha tutt’al più la sua analogia all’emigrazione di paesi aventi regioni arretrate..." e conclude: "Il denaro faticosamente risparmiato dagli emigrati, certo una risorsa, ma in compenso quanti altri lati sfavorevoli!" L’altro documento, più recente, è estrapolato dal libro di Carlo Levi, "Cristo si è fermato ad Eboli" del 1945. In esso si parla di contadini della Lucania emigrati negli Stati Uniti che, invece di entrare nel "paradiso" (che sarebbero appunto gli Stati Uniti) invece di "partecipare alla vita americana" "vivono a parte fra di loro, continuano per anni a mangiare pan solo, come a Gagliano e risparmiano pochi dollari..."

Indubbiamente questo descritto da Ciccotti e da Levi è un aspetto, il più doloroso, il più straziante della nostra emigrazione; ma non è l’unico. Noi sappiamo che non è l’unico, ma gli italiani d’Italia non lo sanno e così non lo sanno i "maturandi", che probabilmente saranno promossi, saranno giudicati "maturi", sebbene sull’emigrazione italiana avranno soltanto una infarinatura superficiale, generica e inesatta. Non immagineranno nemmeno, come non l’immaginò Levi che, per quei cafoni di Gagliano e per tanti altri emigrati, meridionali e non, il paradiso non sono gli Stati Uniti, non sono i paesi ove sono gli emigrati, per tanti di essi è l’Italia il paradiso perduto e sognato e per questo non si sono integrati, ma tanti, troppi italiani d’Italia non lo sanno o non lo capiscono, come non lo sanno i "maturandi" ora forse maturi.

L’emigrazione italiana ha tanti altri aspetti e non si capisce perché, oltre ai testi di Ciccotti e di Levi non siano stati proposti agli studenti altri testi, come, per esempio, "Il principe mercante" di Luigi Einaudi, che parlano di altri aspetti. Nell’opera di Einaudi, i maturandi avrebbero per esempio letto questa frase: "Gli italiani cominciano a fare gli sterratori, i manovali, i contadini salariati e ubbidienti ai cenni altrui, ma qui non si fermano. Colle qualità loro caratteristiche, colla parsimonia, colla tenacia al lavoro essi a poco a poco si innalzano nella scala sociale; diventano fabbri e muratori e piccoli proprietari e poi ancora architetti, industriali, armatori navali, colonizzatori di immensi territori, piantatori di viti, di caffè, commercianti, banchieri ecc..."

Di questo aspetto e di altri ancora, agli studenti dell’esame di Stato non è stato detto nulla, come non è stato detto nulla dell’emigrazione dell’ultimo mezzo secolo, come non è stato detto nulla sui limiti dell’azione dell’Italia (parlamento e governo) per gli italiani all’estero.

E allora? Allora anche se tutti gli studenti che hanno scelto questo tema saranno giudicati maturi e perciò promossi, sapranno molto più degli immigrati, che incontrano all’angolo della strada, che degli italiani, loro connazionali, emigrati.

Passi che, come prima, ci conoscano poco, ma che, come i loro genitori e come i deputati, senatori e ministri che ora vengono a scoprirci, ci conoscano anche male, non può non darci fastidio. (Mario Basti-Tribuna Italiana/Inform)


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