L'editoriale de ‘Il Canguro’ (ANEA): una provocazione volutamente "politically incorrect" di Aldo Lorigiola
Italiani nel mondo secondo Garibaldi
PADOVA - Da emigrato e da rimpatriato ho sempre avuto una domanda di non poco conto da porre a me stesso e ad altri senza trovare in me e in altri una risposta chiara, accettabile e pressoché definitiva.
La domanda: perché nei decenni socialmente ed economicamente roventi della storia patria (dall’unità politica fino a circa il 1970), gli italiani che si sono riversati in massa sulle vie del mondo per sopravvivere sono stati di fatto ignorati e abbandonati dalle istituzioni e dai loro reggitori? E perché i paesi di accoglienza (soprattutto nelle Americhe), pur volendoli e ricercandoli come formidabile manodopera a basso costo, sono stati generalmente durissimi nei loro confronti durante il periodo di assestamento nel nuovo ambiente?
Riduco la domanda a pochissime parole: perché gli emigrati italiani sono stati visti come "feccia di popolo" come gente di nessun conto, della quale vergognarsi?
La domanda è provocatoria soltanto nella forma, perché di fatto ogni emigrato italiano ha sofferto questa definizione per tanti decenni e ha dovuto pagare con le sole sue forze il suo "pezzetto d’America" ovunque questo si trovi. I suoi pochi difensori poi, dentro ma principalmente fuori dai confini della patria, per quanto generosi e tenaci, hanno subito per decenni la stessa sorte: disprezzo e vergogna. Non sono mai stati ascoltati: le loro voci venivano soffocate. Soltanto di recente è stata aperta una piccola breccia nella muraglia del silenzio nei loro confronti e il vociferare è così assordante da far nascere qualche dubbio su di un positivo risultato finale. C’è ancora troppa puzza di demagogia.
Si potrebbe anche essere tentati ormai di mettere una pietra sopra a tanto colpevole silenzio durato quasi 130 anni, forti di ciò che sono ora le generazioni create dagli emigrati: un orgoglio, un vanto, una tremenda saga di perdenti divenuti vincitori sotto ogni cielo. Non li chiamiamo più emigrati italiani nel mondo, ma, giustamente, "gli italiani nel mondo".
Nonostante questa nuova situazione, rimanendo ancora udibile qua e là l’eco ed il sussurro di "feccia di popolo", perdura pure la voglia di scovare, oltre ai tanto fotografati aspetti di "gente povera", i documenti scritti (con i rispettivi autori) che hanno alimentato e forse causato l’atteggiamento di abbandono mantenuto dalle nostre istituzioni e lasciato quindi, campo libero ai Paesi di accoglienza di considerare milioni di nostra gente povera e sradicata (27 milioni?) "feccia di popolo".
Un documento scritto, molto più del solito "si dice" o "dicono", darebbe una risposta al quesito posto all’inizio.
Il Corriere della Sera del 14 giugno corrente (a pagina 33), parlando di un ricchissimo archivio personale di Ernesto Teodoro Moneta (1833/1918), giornalista, uomo politico, premio Nobel per la Pace 1907, archivio ricchissimo di documenti inediti di singolare valore storico del nostro Risorgimento, dà evidenza ad una lettera scritta al Moneta da Clelia Garibaldi sotto dettatura del padre Giuseppe, da Alassio, il 2 dicembre 1880).
"Mio caro Moneta,
Vi prego di pubblicare le linee seguenti. L’Herald di Nuova York, parlando dell’emigrazione italiana, dice: Di tutti gli emigrati mandati qui dall’Europa, i più deformi, rachitici, sudici, miserabili, ladri sono gli italiani. Asserzioni dolorose, vergognose, ma vere. Ora vediamo quali sono le cause di tanta degradazione. Non accennerò agli esorbitanti balzelli che rovinano la povera gente e la gettano nella disperazione. Mi occuperò di mostrare altri vizi meno evidenti e che, come i primi, deturpano la società nostra. I corazzieri reali devono essere persone scelte. I carabinieri reali, scelti. I soldati d’ogni arma, scelti. I doganieri, daziari, pompieri, questurini e guardie di città, tutti scelti. Anche i preti, i frati, i gesuiti, gesuitesse, di cui sono "appestate" queste liguri riviere non accolgono fra loro gente deforme.
Ora, che resta per propagare la razza italica: gli stretti di spalle, i rachitici, gli scrofolosi, i gobbi, i zoppi e simile gente. Mi dicano ora i reggitori dell’Italia se la razza italiana non deve deteriorare.
Sempre Vostra (per mio padre) – Clelia Garibaldi".
Ho sempre mantenuto dei dubbi personali su Garibaldi patriota, rivoluzionario, repubblicano e monarchico a convenienza, eroe dei due mondi (perché non di tre?), e via dicendo; dubbi che non interessano a nessuno e, in fondo, nemmeno a me stesso.
Il problema vero è se convenire con l’altra pomposa definizione di Garibaldi "cavaliere dell’umanità", perché se l’umanità per la quale egli sembrò battersi era quella descritta nel documento venuto alla luce di recente, si deve ritenere che tutte le vie e i viali, i corsi e le piazze, le scuole e gli istituti di cultura, le caserme e i plotoni titolati a Garibaldi sono un bel falso storico ed un insulto alla gente comune, che fa veramente umanità.
Per quanto concerne particolarmente gli emigrati italiani e gli italiani nel mondo, è lecito pensare che anche il grandissimo Garibaldi ha di fatto favorito ed istigato la posizione di rifiuto e di vergogna di questi da parte delle istituzioni e dei politici italiani per decenni. Dell’umanità di Garibaldi infatti non farebbe parte la famosa "feccia di popolo". Ma è proprio questa feccia ora che può reclamare la dedica di una via, un viale, una piazza, un parco in ogni città e paese d’Italia, magari con gli *stessi o maggiori meriti di Garibaldi.
Questa vuole essere una provocazione coscientemente "politically incorrect", gettata alla prima conferenza degli italiani nel mondo, pluriannunciata e programmata per il prossimo dicembre: perché non titolare il Corso Garibaldi a Roma "Corso Italiani nel Mondo – già Corso Garibaldi"? Magari a chiusura della Conferenza?
E’ demagogia? Forse, ma questa farebbe meno male di quella propinata fino ad ora. (Aldo Lorigiola*)
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Presidente dell'ANEA, Associazione nazionale emigrati ed ex emigrati in Australia e nelle Americhe