I desaparecidos di origine italiana in America Latina
Furio Colombo: "Che non passi sotto silenzio il processo che sta avvenendo in questi giorni a Roma"
ROMA - Si sta svolgendo a Roma , dopo anni di attesa e di rinvii, il processo contro sette ufficiali argentini accusati di aver fatto sparire, nel periodo della dittatura militare tra il 1976 e il 1983, alcuni cittadini italiani: un processo in cui il Governo italiano si è costituito parte civile, ma al quale gli imputati non sono presenti perché protetti dall'immunità concessa dalle autorità argentine dopo la fine della dittatura.
"Che il processo non passi sotto silenzio": con queste parole l'on. Furio Colombo ha spiegato l'iniziativa del Forum della Sinistra democratica per gli italiani nel mondo, di cui è presidente, di indire una conferenza stampa sui desaparecidos di origine italiana in America Latina. Vi hanno preso parte, nella sala stampa della Camera dei deputati, due "mamme di Plaza de Mayo", Angela Boitano ed Estela Carlotto, l'on. Francesca Rizzo, reduce da un viaggio in Argentina del comitato diritti umani della Commissione Esteri della Camera, il prof. Eugenio Zaffaroni, sottosegretario nel Governo argentino con l'incarico di occuparsi del problema dei desaparecidos e direttore dell'Istituto nazionale contro il razzismo, Giovanni Pietro De Figueiredo, dell'avvocatura dello Stato, e Giancarlo Maniga avvocato di parte civile nel processo di Roma.
La tragedia dei desaparecidos (30 mila gli scomparsi) ha coinvolto un numero importante di persone di origine o addirittura di passaporto italiano. Angela Boitano e Estela Carlotto rappresentano con la loro testimonianza le tantissime persone che, pur coinvolte pienamente nella tragedia, non hanno potuto avere la prova giuridica di quanto è avvenuto. Storie come questa solo in parte possono diventare processo e ricerca di giustizia, ha detto Colombo, per cui l'evento assume un significato più alto, civile e politico ma anche profondamente umano: l'affermazione che queste cose, nel mondo, ,non possono farsi impunemente.
I desaparecidos con passaporto italiano, dei quali si conosce con esattezza il nome, sono 547, ha precisato l'on. Francesca Rizzo. La missione in Argentina del comitato diritti umani, di cui fa parte, aveva lo scopo di premere sul governo argentino perché fossero eliminati gli ostacoli alla prosecuzione del processo in Italia contro i militari imputati della sparizione di otto cittadini italiani, Scopo del processo: affermare una diversa visione della violazione dei diritti umani. Quando si tratta di violazioni così gravi non ci può essere sovranità nazionale che possa opporsi, non deve sussistere il principio assoluto della sovranità nazionale ma i colpevoli debbono essere perseguiti ovunque. Un concetto affermato anche da De Figuiredo: occorre che a livello politico internazionale venga portato avanti il cammino per la realizzazione di un organo di giustizia internazionale al fine di perseguire i responsabili della violazione di diritti rilevanti come i diritti umani.
Un principio che si sta faticosamente affermando solo in questi ultimi tempi ma che non fu seguito negli anni della dittatura, come ho osservato amaramente Angela Boitano, pur grata per la costituzione di parte civile nel processo dello Stato italiano, di varie regioni e delle nostre centrali sindacali. Gli interessi economici dell'Italia e di altri paesi europei in Argentina - ha detto - erano superiori alle vite umane... I diritti umani sono importanti,ma anche i rapporti economici... La sentenza del tribunale italiano - ha concluso - sarà un esempio anche per la giustizia argentina.
Anche se, come ha rilevato l'on. Francesca Rizzo, la missione del comitato diritti umani della Camera ha trovato ascolto, disponibilità e comprensione in Argentina - testimoniando che l'attuale governo argentino è intenzionato a non rimuovere dalla propria agenda il tema della verità e della giustizia - quale sarà l'atteggiamento a fine processo, qualora (ed è molto probabile) i militari responsabili della sparizione di otto italiani fossero condannati?
Una domanda alla quale è difficile rispondere. L'avvocato Maniga ha contestato garbatamente l'affermazione del prof. Zaffaroni circa l'origine "colonialista" della norma del codice penale italiano che consente di perseguire gli autori di delitti compiuti all'estero ai danni di cittadini italiani. Gli italiani - ha detto - sono andati in Argentina come emigrati per cercare un lavoro e condizioni di vita migliori. La norma parte dal presupposto che il cittadino si possa trovare in uno Stato illiberale e non possa ottenere la giustizia cui ha diritto e - in effetti - in Argentina, paese civile, in un periodo della sua storia si è verificata la soppressione pianificata degli oppositori politici. Grazie a questa norma riusciamo a dare giustizia a cittadini italiani che si trovano a subire persecuzioni per motivi politici. E' una via sicura (molto più sicura di quelle tentate in altri paesi come la Spagna) per arrivare ad un processo contro coloro che non sono stati sottoposti a giudizio perché protetti da norme che garantiscono la loro assoluta impunità.
Dunque, ha rilevato l'avvocato Maniga, attraverso questo processo riusciamo a creare una sorta di cuneo che apre un varco in quella parete di impunità che finora si è creata. Per il futuro c'è da ben sperare. In ogni caso, per questi criminali, il loro paese sarà la loro prigione: è un modo di dire, ma non è poco.
Sono dei delitti che vanno al di là di qualsiasi pena, ha concluso a sua volta Furio Colombo. Si tratta di stabilire chi è un criminale e chi si macchia di questi delitti non può andare a testa alta nel mondo. (cg-Inform)