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INFORM - N. 114 - 19 giugno 2000

I pakistani in Italia e in Europa. Le nuove vie della speranza

ROMA - Il treno veloce della globalizzazione non si è certo fermato in Pakistan. Corruzione, conflitti e una sonnolenta economia rimandano, da sempre, ad un futuro prossimo ogni possibile soluzione. Quindi emigrare. Questa la parola d'ordine adottata da una gran parte della popolazione stanca solo di sopravvivere. Quattrocento dollari pro-capite e un tasso di natalità fra i più alti del mondo hanno spinto migliaia di pachistani verso i paesi ricchi della penisola arabica. Solo in seguito alla crisi del Golfo le navi della speranza cambiarono rotta verso terre più sicure: l'Europa. E nei primi anni '80 anche l'Italia divenne meta sognata. Ventimila i pachistani sparsi tra il nord e il centro della Penisola. La storia è sempre la stessa. Dolore, strappi famigliari, consapevolezza di dover convivere con un'eterna nostalgia, gli elementi che accompagnano ogni emigrazione.

"E' difficile - racconta Abdullah in Italia da cinque anni - ogni giorno di più". Partito da solo, ha lasciato moglie e due bambini: "Il mio cuore è rimasto con la mia famiglia ma la speranza di poter dare un futuro dignitoso ai miei figli mi ha convinto a partire; forse un giorno anche loro potranno venire".

Il lavoro per questi nuovi immigrati non manca. Quasi tutti hanno un posto fisso con contratto regolare. "Facciamo quello che molti italiani hanno smesso di fare ma a noi va bene", interviene Asif emigrato nell'89. La realtà è la fabbrica. Quella dura, che passa dagli altiforni alla saldatura al tornio. Pochi si sono messi in proprio, vendendo chincaglierie orientali o cibi esotici.

Miti ma orgogliosi. Islamici ma non integralisti. I pachistani conservano gelosamente le loro tradizioni. Familisti per eccellenza, prediligono i rapporti con il proprio gruppo d'appartenenza. L'unione fa la difesa. Difesa o meglio paura di omologarsi con il rischio di perdersi. (Eiaz Ahmad-Inform)


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