* INFORM *

INFORM - N. 92 - 16 maggio 2000

Franco Narducci sul referendum del 21 maggio in Svizzera

Accordi bilaterali con l'Unione Europea, l'ora della verità

ZURIGO - Al culmine di una campagna d'informazione e di discussioni pro e contro, domenica 21 maggio il popolo svizzero sarà chiamato a decidere in via ultimativa se accettare o respingere gli accordi faticosamente negoziati dalla Svizzera con l'Unione Europea. Accordi bilaterali che riguardano gli ormai famosi sette dossier: libera circolazione delle persone, trasporti terrestri, traffico aereo, ricerca, ostacoli tecnici al commercio, mercati pubblici, prodotti agricoli.

Credo si debba sottolineare il "faticosamente negoziati", poiché nella poderosa macchina messa in moto per favorire al massimo la formazione dell'opinione tra il popolo elettore, la nozione è andata quasi completamente smarrita e addirittura molti oppositori degli accordi hanno sostenuto l'idea di bocciarli e affidare ad una ricomposta delegazione svizzera il compito di intavolare un nuovo negoziato, come se l'Unione Europea non aspettasse altro che riaffrontare una mole impressionante di valutazioni protrattesi per anni.

Un accordo tra Stati sovrani non sarebbe tale se non comportasse vantaggi e svantaggi per entrambi i contraenti. Eppure è diffusa la convinzione che se si mettessero sul piatto della bilancia i vantaggi e gli svantaggi complessivi degli accordi, includendovi cioè anche la dimensione del loro diverso impatto territoriale, l'ago penderebbe dalla parte dei vantaggi per la Svizzera.

La parte più marcatamente politica del dibattito ha ruotato soprattutto sulla interpretazione degli accordi, visti dagli oppositori come un primo passo lungo "l'autostrada" che metaforicamente porta a Bruxelles, ovvero verso la completa adesione all'Unione Europea. Versione negata dai favorevoli, ma con argomentazioni talvolta contrastanti.

Parlarne e discuterne appartiene alla sfera delle cose logiche, poiché una questione così importante non può essere esorcizzata mettendola in letargo. Ma è sufficiente una semplice riflessione per ribaltare questo assioma spacciato come verità irrefutabile. Basta ricordare, infatti, che un passo fondamentale in direzione dell'adesione all'UE chiamerebbe direttamente in causa il popolo sovrano, trattandosi di un decisione che toccherebbe la sovranità nazionale. Va ribadito proprio per fare chiarezza sulla versione mirante a confondere le idee e a confondere gli accordi bilaterali con l'adesione all'UE.

Inoltre, pur guardando agli accordi con la esclusiva lente dell'economia e del commercio, non si può ignorare o dimenticare per convenienza politica che ci sovrasta una storia secolare di rapporti intensi, di ogni genere, tra la Svizzera e molti di quei Paesi che oggi si ritrovano nell'UE. La libera circolazione delle persone esisteva già secoli fa ed ha permesso a migliaia di cittadini svizzeri di muoversi senza barriere verso l'Europa per cercarvi lavoro e fortuna, o per l'importazione ed esportazione di merci.

Nell'epoca della mondializzazione e della comunicazione totale la Svizzera non può rimanere abbarbicata ai vecchi pregiudizi, alla paura dello straniero rifomentata in queste settimane. Dimenticando tra l'altro che proprio quei cittadini stranieri, italiani, spagnoli, portoghesi, ecc. hanno contribuito notevolmente allo sviluppo della Svizzera nel dopoguerra e sono tuttora una componente essenziale del mercato del lavoro e dell'economia. Tanto più si sarebbe dovuto evitare di tirare fuori il vecchio armamentario utilizzato contro gli stranieri, usurpatori dei posti di lavoro e quant'altro. Ci si deve rammaricare, anzi, che nelle omeriche discussioni sui vantaggi e gli svantaggi degli accordi bilaterali pochi, se non nessuno, si sia preoccupato di chiedere il loro parere.

Dire sì agli accordi bilaterali significa voler uscire dall'isolazionismo istituzionale in cui è relegata la Svizzera, contrariamente alle sue tradizioni. Significa progettare il futuro che notoriamente richiede tempi lunghi e non si nasconde dietro l'angolo del 1° gennaio 2001, presumibile data dell'entrata in vigore degli accordi bilaterali. Significa adottare il modello della libera circolazione vigente nell'Unione Europea, che come si sa non ha indotto movimenti migratori di massa. Significa liberalizzare il mercato del lavoro senza incorrere nel pericolo di dumping sociale e salariale e riconoscere ai cittadini dell'UE che lavorano in Svizzera alcuni diritti fondamentali come la libertà di dimora e di lavoro. Significa, infine, dare maggiori possibilità ai giovani di muoversi con più libertà e garanzie nel grande mercato della casa europea. Per i cittadini italiani significa il coronamento di molte rivendicazioni, come l'abolizione dello statuto dello stagionale, il diritto al ricongiungimento familiare, il riconoscimento delle qualifiche ecc. per le quali negli anni '70 e '80 avevano combattuto battaglie storiche. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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