Associazionismo - "Sicilia Mondo" intervista Franco Narducci
NEW YORK - Al termine della interessante relazione tenuta da Franco Narducci, Segretario generale del CGIE, al convegno internazionale sul tema "Globalizzazione e Umanesimo Latino" di New York, Mimmo Azzia, Presidente di "Sicilia Mondo". lo ha intervistato sui temi dell’associazionismo.
Il recente cambio alla Presidenza della Consulta Nazionale della Emigrazione ci dà l’occasione per porre alcune domande. Seguendo i lavori del CGIE, abbiamo l’impressione che si sia parlato e si parli poco dell’associazionismo di emigrazione, nonostante la sua importanza ed il suo ruolo storico ed attuale nel mondo dei connazionali all’estero.
Credo che molto dipenda dall’angolatura con cui si guarda a tale problema. Se si analizzano i lavori del CGIE nei suoi momenti di vita stabiliti dalla legge, cioè nelle Assemblee plenarie e in quelle continentali, l’impressione di una mancata attenzione specifica per l’associazionismo può avere una sua legittimità. Se invece si guarda da un altro osservatorio, quello del lavoro svolto nei contesti locali e nazionali dell’emigrazione in ogni parte del mondo, ci si rende conto che il raccordo tra CGIE e associazionismo è più vivo, più pregnante e concreto.
Inoltre, è giusto anche evidenziare che le commissioni continentali hanno finora puntato con forza verso un potenziamento dei rapporti tra il CGIE e le comunità italiana che in definitiva esprimono l’associazionismo, sia tramite gli esperti invitati alle proprie riunioni, sia affidando ai Comites il ruolo di anello di trasmissione delle tematiche trattate.
D’altronde, quando il CGIE nella sua globalità dibatte i problemi della lingua e cultura, o dei diritti di cittadinanza, si confronta sul terreno dei problemi che investono anche l’intero associazionismo.
Certo, il ruolo storico avuto dall’associazionismo nei confronti delle nostre comunità italiane deve essere un caposaldo di riferimento costante anche per il CGIE.
Si tratta di una negligenza da parte della Consulta Nazionale dell’Emigrazione, di cui è purtroppo noto lo scollamento con le associazioni di base, o di una sottoconsiderazione del problema da parte del CGIE?
Quando i protagonisti sul campo sono tanti è facile perdere di vista gli obiettivi che sono al tempo stesso generali e particolari, o ricondurre a sistema gli sforzi prodotti. Devo confessare con franchezza di non conoscere nel dettaglio il rapporto tra Consulta Nazionale dell'Emigrazione e associazioni di base, né gli aspetti programmatici e strategici che ispirano il lavoro comune Consulta–Associazioni rappresentate. Vedo però che la Consulta si sta riorganizzando, non solo nel modo di proporsi, ma dandosi anche strumenti nuovi di funzionamento come il Consiglio d’amministrazione che presumo sia stato pensato per dare maggiore capacità operativa a chi ne regge le sorti.
Come detto, il CGIE non sottovaluta nemmeno un istante il ruolo dell’associazionismo, per cui ripone molte speranze nella Consulta, nel ruolo di analisi e di proposta che essa deve svolgere per portare in superficie i problemi denunciati dalle nostre comunità tramite l’associazionismo. In tal senso ritengo si debba sconfiggere l’atteggiamento, per fortuna non radicato, di considerarsi una componente del CGIE e non una sua parte integrante a cui fornire, come detto, contributi fondamentali. Basti pensare, tanto per citare qualche esempio, al ruolo da svolgere nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni-Provincie autonome-CGIE o della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo.
Il CGIE ha svolto e svolge un prezioso lavoro di approfondimento e di proposta sui temi delle comunità all’estero ma i risultati non ne premiano adeguatamente l’impegno. Certamente meriterebbe di più. La nostra impressione è che manchi un’adeguata divulgazione del lavoro svolt - che resta pressoché sconosciuto nell’opinione pubblica, nelle associazioni e tra i connazionali - e che forse una delle ragioni sia che il CGIE privilegia la discussione e l’accademia rispetto al pragmatismo ed alle operatività. Cosa pensa di fare il CGIE per essere più vicino e fare arrivare la sua "voce" in periferia?
Nonostante le numerose agenzie stampa che sfornano quotidianamente pagine di notizie specifiche, riprese anche dai mezzi d’informazione dell’emigrazione, devo ammettere che è difficile dare capillarità all’informazione tra le comunità italiane nel mondo. Certo, forse è più facile quando scoppiano i problemi concreti, come la ristrutturazione della rete consolare o l’oscuramento dei programmi televisivi. In generale, però, devo dire che quanto meno nel composito mondo delle associazioni c’è una buona percezione del lavoro svolto, nel bene e nel male, dal Consiglio Generale.
Il CGIE, non si può disconoscerlo, è soprattutto un organo consultivo che non dispone di sufficienti strumenti per incidere sostanzialmente nel contesto dei problemi affrontati. E spesso i pareri e gli orientamenti espressi all’indirizzo del Governo, del Parlamento o dell’Amministrazione non trovano risposta adeguata e soprattutto immediata. Ciò vale anche per le questioni e le rivendicazioni indirizzate al nostro Stato, che a causa del ritardo con cui vengono affrontate in sede legislativa o decisionale rischiano di essere superate dagli eventi e dai cambiamenti. Con un rischio evidente di distacco progressivo delle nostre comunità emigrate dalla casa madre e un conseguente danno gravissimo per la nostra Nazione.
Non credo dunque che il problema risieda nel fare accademia a scapito di un giusto pragmatismo, anche se il nodo di fondo dell’avvicinamento del CGIE alla gente è reale. Forse si sarebbe dovuto puntare più decisamente sull’elezione del consiglio con una votazione a suffragio universale e non di secondo livello.
Nel programma futuro del CGIE c’è spazio sui temi dell’associazionismo e delle difficoltà che incontra nell’attuale fase di cambiamenti culturali e generazionali?
La vera scommessa dei prossimi anni è capire come affrontare il nodo delle nuove generazioni e dei cambiamenti culturali di cui esse sono portatrici. È una questione che investe proprio tutti: CGIE, associazionismo regionale e nazionale, Consulta, Comites, istituzioni dello Stato e quant’altro. La questione presenta varie sfaccettature, ma si deve ritenere che a monte di tutto si debba porre il mantenimento delle proprie radici culturali e l’apprendimento della lingua italiana. Più che di una rivelazione si tratta di una conferma che però non dovremo mai stancarci di richiamare, giacché la posta in gioco è elevata. Lo Stato italiano deve fare la sua parte in questa direzione, agendo soprattutto con criteri di programmazione e di razionalizzazione degli interventi, senza disdegnare alleanze strategiche sul piano culturale. Penso ai rapporti e alle aperture da operare nei confronti delle università di quei Paesi con forte presenza di emigrazione italiana. Abbiamo un patrimonio artistico e culturale impareggiabile, che può aprire molte strade in ogni parte del mondo e portare entusiasmo tra le giovani generazioni italiane.
Ma c’è anche un ruolo specifico da ritagliare per l’associazionismo tradizionale, chiamato ad operare una riconversione strategica della propria azione e soprattutto a superare schemi ormai logori e la cultura dell’autoconservazione. Come? Imparando ad ascoltare e a cogliere le domande poste dalle giovani generazioni, ma anche valorizzandone le potenzialità e affidando loro ruoli di responsabilità diretta.
Anche il CGIE, va detto con chiarezza, deve fare la propria parte e affrontare sul piano dell’analisi e della tematizzazione la questione del cambio generazionale. Volendo portare un esempio di concretezza, ma nel contempo anche di grande speranza, citerei quello della "Globalizzazione e umanesimo latino" che proprio per la capacità di parlare ai giovani latini delle università di tutto il mondo e di creare un collegamento ideale con i giovani in Italia merita di essere additato per l’originalità innovativa e per i risultati che promette. (Mimmo Azzia-Sicilia Mondo/Inform)