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INFORM - N. 83 - 2 maggio 2000

I lavori su "Globalizzazione e Umanesimo Latino"a New York

NEW YORK - Ha preso il via a New York il grande convegno promosso dalla Fondazione Cassamarca di Treviso e da tempo annunciato.

L’interesse destato dall'iniziativa è riuscito a scuotere la flemma newyorchese tante erano le rappresentative di autorità ed esponenti del mondo migratorio convenute nella cattedrale di Saint Patrick, per la celebrazione della Messa da parte del cardinale Giovanni Cheli appositamente giunto da Roma, e quindi trasferitesi nella sede della manifestazione presso la Grand Ballroom del New Yorking Hotel.

Erano ancora nell’aria le parole di saluto inviate da Papa Giovanni Paolo II ai trecento convegnisti, riportate all’omelia dal cardinale celebrante, quando i lavori sono entrati nel vivo dell’attualità con la relazione introduttiva dell’avv. on. Dino De Poli, molto interessante e particolareggiata.

Sono seguiti una serie di interventi di saluto, da parte del segretario generale dell’Unione Latina, ambasciatore Geraldo Cavalcanti, quelli dell’ambasciatore Gianfranco Facco Bonetti per il Ministero degli Affari Esteri italiano, dell’ambasciatore Armoogum Parsunamen dell’Unesco di Parigi, e del console generale d’Italia a New York Giorgio Radicati.

Nel suo intervento Dino De Poli ha detto, tra l’altro, di "aver pensato, come Fondazione Cassamarca, di tenere questo Convegno a New York, identificata come terra delle libertà civili storicamente più vicine, che è divenuta oggi insostituibile punto di riferimento per lo sviluppo e la pace nel mondo. Abbiamo portato qui qualificate rappresentanze delle Università di ogni continente, volendo rappresentare in questo modo che il partire dalle Università significa riproporre la più alta sede del sapere umano, la loro funzione educatrice e sociale, così come fu nell’Alto Medioevo

Parlando di Umanesimo latino - ha continuato De Poli – non pensiamo a possibili ritorni indietro: non si è mai visto, in natura, che un fiume non vada verso il mare, sia pure con percorsi spesso grandemente tortuosi. Guardiamo invece ai valori perenni che il corso della storia ha mantenuto all’Umanesimo latino. La globalizzazione - ha detto ancora De Poli – ha l’insostituibile valore che rompe dall’isolamento, ecco quindi il contributo che intendiamo portare con questo convegno che segna il proseguimento di un impegno e non già la sua conclusione.".

I lavori della prima giornata del convegno di New York sono stati dedicati quasi interamente alla illustrazione dei documenti continentali, frutto del lavoro di vari gruppi di studiosi.

Sulla tematica ispiratrice hanno relazionato: per l’Europa il prof. Jean Dominique Durand, della Università di Lione (Francia), per l’Africa la prof.ssa Elvira Azamedo Mea della Università di Oporto, Centro Studi Africani (Portogallo), per l’America Latina il prof. Jayme Faviani della Pontificia Università Cattolica di Rio Grande do Sul (Brasile), per l’America del Nord il prof. Sergio Maria Gilardino della McGill University di Montreal (Canada), per l’Asia la prof.ssa Ana Paula Laborinho, dell’Istituto portoghese d’Oriente (Macao), per l’Australia il prof. Giovanni Carsaniga dell’Università di Sidney.

Il dibattito si è arricchito quindi ed ampliato il giorno seguente, martedì 2 maggio, con una nutrita serie di interventi che vanno ad aggiungersi alla sessantina circa, inviati anticipatamente e già raccolti in un primo volume di atti.

Merita segnalare, parallelamente all’intervento degli studiosi e delegati, il seguito che il convegno ottiene a livello locale, con la partecipazione ai lavori di un numeroso e attento pubblico.

Tra le curiosità, val la pena far rilevare che tutti gli interventi si susseguono nelle lingue originali dei relatori (metodica già adottata nei precedenti convegni di Cassamarca sulle tematiche migratorie), senza che questo nulla venga a togliere in interesse e attenzione.

E mentre le dotte argomentazioni si susseguono e le discussioni si infittiscono, il pensiero vola a poca distanza dalla elegante sede congressuale, ad un quarto d’ora circa dal molo di Manhattan, verso l’isolotto di Ellis Island considerato quasi un luogo sacro, perché sacre potrebbero essere definite le sofferenze dei 16 milioni di emigranti di ogni nazionalità che da lì sono dovuti transitare tra il 1892 e il 1954, magari messi in quarantena, per ricevere l’idoneità ad entrare in America. Di questi 5 milioni e 700 mila erano italiani.

Oggi in questo luogo, vicino alla statua della Libertà, è sorto il museo dell’immigrazione: una meta di visita obbligata dopo le meditazioni imposte dalle tematiche dei nostri giorni legate all’Umanesimo latino. (Ivano Pocchiesa-Inform)


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