INFORM - N. 225 - 30 novembre 2012

 


PRIMARIE DI CENTROSINISTRA

Da “Gente d’Italia” del 30.11.2012

Silvana Mangione: Perché ho votato e voterò sempre Pier Luigi Bersani

 

Caro Direttore,

ho sostenuto Bersani alle scorse primarie, al contrario di molti che si sono ravveduti sulla via di Damasco soltanto in questa tornata, forse per costruirsi meriti elettorali. Come moltissimi italiani fuori d’Europa non ho potuto vedere il dibattito fra Bersani e Renzi, in diretta o in differita, sul canale internazionale della RAI per cui paghiamo un notevole canone.

È interessante notare che invece ci sorbiamo da anni tutti i comizi del centrodestra a Porta a Porta, mentre questo momento di svolta della politica nazionale ci è stato negato da decisioni che non mi sembrano al servizio di una democrazia e di una par condicio rispettose delle opinioni di tutti. Ciò premesso, gli stralci trasmessi dai tre TG (azzurro, verde e così-così) mi hanno rafforzato nella convinzione che per il centrosinistra esiste soltanto un candidato a Presidente del Consiglio e si chiama Pier Luigi Bersani. Lo conosco da quando era Governatore (allora si diceva Presidente della Giunta) dell’Emilia –Romagna. Portò la Regione ad altissimi vertici di eccellenza, cosa che gli fu riconosciuta perfino dall’arciconservatore Robert Putnam, politologo di Harvard, che aveva appena pubblicato uno studio durato dieci anni sulle venti regioni italiane.

Il suo stile semplice e chiaro nel presentare fatti e non parole fumose o roboanti, la sua attenzione alle fasce più deboli della popolazione, il suo senso di Governo, la sua esperienza di amministratore, la sua pazienza nel tenere insieme un partito al quale sembra possa applicarsi l’assioma “Un iscritto = Una corrente”, la sua attenzione agli italiani all’estero ai quali ha rivolto un messaggio anche in questa occasione mi rasserenano, mi rincuorano, mi danno la garanzia che la nostra amatissima Italia possa essere guidata fuori dal pericolo dell’abisso tenendo conto della solidarietà e della necessità di arrivare alla salvezza tutti insieme, non alcuni “privilegiati” sì ed altri “qualsiasi” no. L’Italia ha riguadagnato la sua posizione e la sua dignità nell’ambito delle nazioni civili ad opera del presidente in carica. Benissimo. Dobbiamo rimanere allo stesso livello. E, per farlo, al timone ci vuole un capitano di lungo corso, rispettato in Italia e nel mondo, che sappia, fin dal primo giorno, trattare alla pari con i capi di stato dei Paesi fondamentali nel quadro della politica estera e monetaria europea e globale.

Consentitemi un paragone, che mi attirerà le ire di tutti coloro che quattro anni fa si fecero affascinare dal messaggio di “speranza” di un candidato alla Presidenza degli USA, eletto nel 2008 e rieletto quest’anno perché l’alternativa faceva paura, soprattutto alle donne. L’Obama del 2008 mi ricorda tanto il Renzi di adesso. Ambedue hanno fatto due soli anni di gavetta prima della maxi-candidatura: Barack come senatore federale, senza grande infamia e senza grande lode, Matteo come sindaco di una città di poche centinaia di migliaia di abitanti, senza grande lode ma, mi dicono gli amici fiorentini, con molta opacità nelle azioni compensata dalla solita grandeur nelle affermazioni. Bene, Obama è stato schiacciato da Washington, città che non perdona chi arriva urlando: “Ci penso io a cambiarti!”, invece di capire come si riesce ad ottenere che le leggi vengano approvate senza annacquarle al di là di ogni possibile riconoscibilità e utilità. Obama è stato ridimensionato anche in campo internazionale nel primo anno in carica, fino a quando non ha smesso di tarpare le ali a Hillary Clinton, che ha dovuto raccogliere i cocci della gestione fallimentare del Ministro per la Difesa e dell’Ambasciatrice all’ONU (anche lei alla prima esperienza proiettata fuori dai confini) che ora Obama propone come sostituta della Clinton. Nei momenti difficili, la camicia con le maniche rimboccate (che mi pare copiata da Obama) la bella faccina, le bizze, le dichiarazioni aggressive alla stampa, la pretesa di essere eletti perché si è il “nuovo”, perché si è il vessillifero della “speranza”, il mantra di bartaliniana memoria “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare” sono certamente autoglorificatori e trascinanti, ma altrettanto sicuramente privi dello spessore necessario a mettere in atto una leadership seria e sicura. Renzi dimostri di essere capace di un minimo di umiltà, si presenti alla Camera, acquisti competenza, capisca i meccanismi di Roma: quelli da modificare e quelli da mantenere, diventi portabandiera di cambiamenti concreti e di vere riforme, le realizzi nella sua prima stagione da parlamentare e, nel 2018, avrà anche il mio voto e quello di tutti i cittadini che ora non vogliono fare il salto nel buio della retorica strillata e vuota.

Adesso l’Italia ha bisogno di Bersani perché in campo e all’orizzonte non ci sono altri personaggi in grado di garantirci la continuità del rispetto riconquistato dal nostro Paese all’estero e la correttezza degli interventi in patria correttivi delle politiche che di fatto non hanno aiutato la crescita economica e dell’eccessivo rigore che conduce alla recessione. Basta una domanda: ve lo immaginate voi Renzi al suo primo incontro con Angela Merkel? (Silvana Mangione* - La Gente d’Italia /Inform)

* Componente dell’Assemblea degli Esteri del Pd, vice segretario generale del Cgie per i Paesi anglofoni extraeuropei

 


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