IMMIGRAZIONE
Realizzata dal Forum Internazionale ed Europeo
di Ricerche sull’Immigrazione (Fieri)
Al Cnel i risultati
della ricerca “Dall’ammissione all’inclusione: verso un approccio integrato?”
Un confronto
su come i diversi Paesi hanno gestito il fenomeno migratorio in Europa per stimolare
l’adozione di politiche più rispondenti alla realtà dell’immigrazione in Italia
ROMA – È stata presentata oggi a Roma una sintesi della ricerca
“Dall’ammissione all’inclusione: verso un approccio integrato?”, analisi affidata
dall’Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale
degli stranieri (Onc) del Cnel al Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche
sull’Immigrazione (Fieri) volta ad approfondire lo sviluppo delle politiche migratorie
e di integrazione in Europa. Un confronto su come i diversi Paesi hanno gestito
il fenomeno in Europa, attraverso modelli che spesso si sono influenzati a vicenda
ed hanno seguito, più o meno efficacemente, lo sviluppo dei flussi migratori.
Ad introdurre i lavori, il presidente del Cnel, Antonio Marzano,
che ha richiamato due dilemmi emersi nel corso degli approfondimenti dedicati
al tema in questi ultimi anni: “il primo riguarda l’inserimento dei migranti nel
mercato del lavoro italiano, il secondo il tipo di approccio che determina le
politiche di integrazione degli straneri”. “Nel primo caso, l’adattamento dei
migranti a svolgere lavori che spesso gli italiani rifiutano aiuta il loro inserimento
sociale e lavorativo, ma favorisce una certa separazione con la popolazione autoctona,
che preferisce altri tipi di occupazione. Allo stesso modo - ha spiegato Marzano,
- se le politiche di integrazione sono improntate su di un approccio di tipo multiculturale,
che di primo acchito sembra favorire l’accoglienza, permane comunque una separazione
all’interno della società in cui si trovano queste diverse culture”. Per il presidente
del Cnel, la soluzione di questi dilemmi è affidata alle seconde generazioni:
“seguendo le nostre scuole, imparando la nostra lingua, i giovani figli di immigrati
tenderanno ad integrarsi sempre più nel mondo lavorativo italiano, assumendo le
medesime aspettative nutrite dai coetanei, figli di genitori italiani, e attenuando
la separazione tra le culture”. Proprio in vista di ciò, Marzano sollecita il
legislatore ad un intervento sulle attuali norme che regolano acquisizione e riconoscimento
della cittadinanza italiana di queste seconde generazioni.
Sulla necessità che gli approfondimenti promossi dal Cnel
possano trovare risposta a livello legislativo ha insistito anche il presidente
dell’Onc, Giorgio Alessandrini, che parla dell’urgenza di “una visione nuova e
lungimirante dell’immigrazione, che parta dalla conoscenza dei fatti e della realtà
concreta”. “Nella situazione italiana i punti prioritari di intervento sono il
riconoscimento di diritti di cittadinanza e partecipazione – prosegue Alessandrini,
- per rendere effettivo un processo di integrazione già riscontrabile nei territori,
e una riqualificazione del mercato del lavoro che coinvolga tutti i cittadini,
italiani e stranieri”. Alessandrini tiene infatti a richiamare la parte importante
giocata dagli enti locali nei processi di integrazione degli immigrati, ribadendo
come la regolamentazione degli ingressi non debba seguire ragioni unicamente economicistiche.
Ad illustrare i risultati della ricerca il direttore di Fieri,
Ferruccio Pastore, che ha parlato di “tre macro fasi dell’immigrazione nel contesto
europeo: quella fordista, dagli anni Cinquanta ai Settanta, determinata dall’esigenza
del reperimento di lavoratori stranieri spesso e volentieri per periodi limitati
e che ha coinvolto soprattutto i Paesi del Nord Europa; una fase rights based,
in cui il flusso è stato determinato da diritti soggettivi acquisiti e da motivi
di protezione umanitaria, seguita da una fase post-fordista, che coinvolge in
ultimo anche i Paesi del Sud Europa, ed in cui la determinante economica, pur
essendo primaria, risulta profondamente mutata rispetto alla prima fase, coinvolgendo
in linea principale il settore terziario”. “A queste diverse fasi corrisponde
anche un’evoluzione dell’agenda politica nei confronti dell’immigrazione – ha
proseguito Pastore: – dall’attenzione al reclutamento efficiente della manodopera
che non si cura dell’integrazione, dal momento che i migranti vengono considerati
lavoratori ospiti o perché i processi di adattamento vengono lasciati alla fabbrica,
ai sindacati, ai partiti politici, alla priorità data al controllo dei flussi
e all’integrazione, spesso utilizzata in forma di slogan e obiettivo politico
di primo piano, così come è successo a partire dalla Francia”. “Il modello assimilazionista
di stampo francese, o quelli più orientati al multiculturalismo come quelli inglese
o olandese si indeboliscono nel corso degli anni Novanta, mostrando le loro fragilità.
Si preferisce allora adottare soluzioni più pragmatiche e parallelamente si accentua
l’attenzione per la dimensione culturale dei nuovi arrivati, considerata – spiega
Pastore – un filtro importante per garantire una migliore integrazione nei diversi
contesti territoriali”. Si tratta di un approccio che insiste sulla selezione
di immigrati a seconda del loro Paese di origine e sulla formazione, formazione
che alimenta l’apprendimento della lingua del Paese di accoglienza e della cultura
civica dello stesso. La ricerca evidenzia, a questo proposito, quali sono i Paesi
in cui la responsabilità pubblica di questo tipo di formazione cresce in parallelo
con l’intensità della richiesta di assimilazione (l’Italia condivide con la Svezia
un’alta responsabilità pubblica nella gestione di politiche finalizzate all’integrazione
civica, mentre la sua richiesta di assimilazione risulta inferiore a quella di
Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda). Analizzata, infine, la possibile incidenza
dell’opinione pubblica in merito all’importanza data ai diversi requisiti per
l’integrazione sulle politiche effettivamente messe in atto nei diversi Paesi:
prevale, a livello di opinione pubblica, la rispondenza al mercato del lavoro
più che l’affinità culturale e la preoccupazione per il possibile “consumo di
welfare”, anche se il rispetto delle istituzioni e delle leggi del Paese di accoglienza
viene considerata tra i requisiti fondamentali per la naturalizzazione.
Di seguito è intervenuto Giuseppe Sciortino, direttore del
Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, che ha
richiamato, sulla stregua dei risultati emersi, l’importanza di focalizzare il
dibattito attuale su ciò che è realmente l’immigrazione oggi: “il controllo dei
flussi e il suo bilanciamento con esigenze umanitarie è un approccio che appartiene
agli anni Novanta; oggi invece – ha chiarito - occorre chiedersi cosa fare per
le persone immigrate che sono qui, nella consapevolezza che esse resteranno e
nella prospettiva di nuovi arrivi”. “Una volta appurato questo dato, il problema
di come agire è reso più complesso dalle singole realtà nazionali e tradizioni
– ha evidenziato Sciortino, ribadendo come la sfida sia “trovare una via italiana
all’integrazione”, calibrando il “peso del simbolico” sui requisiti necessari
all’inclusione. “Credo sia più opportuno insistere sull’importanza di un’integrazione
civica dei migranti, piuttosto che su una ben più difficilmente definibile integrazione
culturale – conclude Sciortino, sottolineando come in tal modo l’integrazione
verrebbe ricondotta alla politica complessiva del Paese, evitando interventi settoriali.
Sull’importanza dell’inclusione si è anche soffermata il ministro del Lavoro e
delle Politiche sociali, Elsa Fornero, che ha evidenziato come, così come spesso
è accaduto in questo ultimo scorcio di legislatura con il mercato del lavoro,
anche sul fronte dell’immigrazione “sia presente una forte tensione tra emergenza
e politiche orientate al medio e lungo periodo”, politiche favorite invece da
ricerche come quella sopra richiamata. “L’immigrazione – ha aggiunto il ministro
- non deve essere considerata solo attraverso criteri economici, perché l’inclusione
è un percorso di arricchimento della società – ha aggiunto il ministro, augurandosi
“anche a partire da logiche comparative” la costruzione di “progetti autenticamente
inclusivi” e mostrandosi disponibile all’ascolto di suggerimenti di ordine pratico
utili agli interventi più immediati sulla tematica.
Ha concluso l’incontro Natale Forlani, direttore generale
dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del Ministero del lavoro,
il quale ha ribadito nel suo intervento il “carattere consolidato dell’immigrazione
nel nostro Paese”, realtà cui deve corrispondere un “cambio di fase” della politica,
che non va più “limitata quasi esclusivamente al tema dei flussi, ma piuttosto
alla manutenzione del sistema migratorio nazionale”. “Il potenziale di crescita
della nostra immigrazione – ha aggiunto Forlani – è già in Italia e consiste nelle
seconde generazioni e nei nuovi arrivi dovuti ai ricongiungimenti familiari”.
Si tratta quindi di un sistema “complesso” e che “va gestito con approcci quanto
più possibile pragmatici, oltre che valoriali”, approcci che dovrebbero essere
incanalati verso una riqualificazione del mercato del lavoro nel suo complesso.
Per Forlani, dunque, l’Italia possiede già gli strumenti per riqualificare tale
mercato, strumenti “che nulla hanno a che fare con le sanatorie adottate”. Il
tema del mercato del lavoro riporta ancora una volta la questione migratoria al
complesso della politica nazionale, anche questo un cambio di prospettiva che
Forlani si propone di promuovere anche “attraverso incontri di approfondimento
specialistico come questo e quello programmato per giovedì prossimo” (vedi Inform
del 23 novembre: http://www.mclink.it/com/inform/art/12n22022.htm
). (Viviana Pansa-Inform)