OPINIONI
Da “Pd Cittadini nel mondo” n. 11 del 22 novembre 2012
Silvana Mangione: “Vittoria, sì, ma a che
prezzo e con quale futuro?”
NEW YORK - Finita il 6 novembre la lunga, bugiarda, calunniosa, urlata campagna elettorale americana, Barack Obama e Joe Biden hanno vinto. La loro combinata ha ottenuto 332 “grandi elettori” contro i 206 di Romney/Ryan. Una vittoria eccezionale? Non ne sono tanto sicura.
Controlliamo i numeri: 26 Stati con il Distretto di Columbia (Washington, D.C.) a Obama contro 24 a Romney; quasi 64 milioni di preferenze contro quasi 60, pari al 50.8% contro il 47.5%.
Il “Center for the Studies on the American Electorate” afferma che ha votato il 57.5% degli aventi diritto contro il 60.4% del 2008. vale a dire che più o meno il 27% degli americani ha scelto il prossimo Presidente, riconfermando quello già in carica. I numeri dipingono il quadro di una democrazia esausta per le lotte intestine, il muro contro muro, lo stallo legislativo del Parlamento federale.
In mancanza di valide proposte alternative o di veri cartelli di protesta, la disillusione generalizzata si è espressa nell’astensionismo, rampante in particolare negli Stati “sicuri”, quelli di cui si conosce la tradizionale propensione di partito. Ci vorranno mesi per analizzare a fondo questi dati.
Faremmo bene a riflettere su questa realtà, che in Italia avrebbe possibili sbocchi assolutamente deleteri, perché potrebbe tradursi nell’ingovernabilità e il ripetersi delle stagioni di Governi di traghetto, di transizione, balneari, tecnici, improvvisati, indecisi, incapaci, strangolati da un Parlamento ad ondivago sostegno variabile. In USA è certo che la seconda tornata del Presidente in carica è molto meno solida della prima, malgrado Obama abbia immediatamente dichiarato di aver ricevuto un mandato forte e chiaro. Obiettivamente, sebbene i democratici abbiamo guadagnato 13 seggi, la Camera dei Deputati rimane a maggioranza repubblicana. In Senato i repubblicani hanno perso due seggi e il totale ora è il seguente: 53 democratici, 45 repubblicani e due indipendenti.
Obama quindi non può contare sugli almeno 60 senatori necessari per consentire l’incontrastata decisione di portare un progetto di legge in aula o evitare il filibustering. E l’assalto alla diligenza è cominciato la notte stessa delle elezioni con il riluttante, quasi negativo, discorso di Romney.
Ricordiamoci che senza la “concessione” del candidato perdente, non può essere ufficialmente dichiarata la vittoria dell’altro candidato. George W. Bush non “concesse” la vittoria ad Al Gore e fu quindi in grado di montare la campagna processuale che gli regalò la Florida e con essa la vittoria, perché la Corte Suprema, a maggioranza repubblicana, deliberò che i voti in Florida non dovevano essere contati. Bastavano le proiezioni di un sistema guidato dal governatore Jeb Bush, fratello di George W. Dodici anni dopo, lo scandalo Petreus, se trascinato per le lunghe e gonfiato dal tamtam della rete dei media di destra, ha la possibilità di trasformarsi in causa per “impeachment”.
La recrudescenza del conflitto in Medio Oriente viene già additata dalla destra conservatrice come esempio lampante del fallimento della politica estera di Obama. Perfino il toto-ministro per la successione a Hillary Clinton, che non ha accettato di rimanere in carica come Secretary of State ha scatenato la raccolta di firme ad opera di McCain (il candidato repubblicano battuto da Obama) che si oppone alla nomina dell’attuale ambasciatrice all’ONU, Susan Rice, al posto della Clinton.
La cartina di tornasole del prossimo mandato di Obama consiste nel cosiddetto “scoglio fiscale”.
Obama vuole che il Parlamento confermi gli sgravi per la classe media, abolendo invece la detassazione per le classi più abbienti. I conservatori, apostoli della “trickle economy”, pretendono invece di mantenere le prebende per i ricchi eliminando alcuni (ma non si sa quali) tipi di detrazioni, lasciando invece scadere la normativa che ha dato respiro a coloro che non guadagnano quanto i nababbi americani made in the USA e nel mondo. La capacità o incapacità di arrivare ad un compromesso che non sia troppo lesivo delle posizioni degli uni o degli altri darà la misura attuale dello spessore del secondo ed ultimo mandato di Obama e della comprensione da parte dei repubblicani che la loro sconfitta è stata dovuta, prima di tutto, alla inflessibilità con la quale hanno imposto le proprie posizioni portando negli ultimi due anni il parlamento alla paralisi totale.
Staremo a vedere. E sarà certamente molto interessante. (Silvana Mangione* -Pd Cittadini nel mondo /Inform)
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Vice Segretario Generale del CGIE per i Paesi anglofoni extraeuropei