INFORM - N. 192 - 15 ottobre 2012


INTERVENTI

Michele Schiavone: Il PIL non definisce il bene di un paese

 

ZURIGO - Di fronte alle vicissitudini sociali, economiche e politiche, che il nostro paese sta attraversando in questi ultimi anni, viene spontaneo ricordare una citazione di Karl Marx, che affermava “ la storia si ripete due  volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”. In questo angusto copione, che a tratti si trasforma in burlesque, si esibiscono attori e figuranti, circondati da nani e ballerini, da rottamatori e grilli parlanti che si fanno sberleffo di un popolo disorientato e messo in ginocchio dalla galoppante crisi economica, dalla decadente sfera dell’etica e della morale, dall’insipienza della politica cristallizzata nella sua torre d’avorio,  interpretata e percepita come malcostume e malaffare. Nella confusione che regna sovrana in Italia e in diversi paesi europei assistiamo al dramma, ovvero a quel tratto tragico e comico, che dal sublime sfocia nel grottesco. E mentre ciò accade naufraghiamo verso la deriva dei valori e sentiamo venir meno il senso dei principi e l’annacquamento della cultura, che invece sono essenziali per far affermare virtù e impegno civico di una comunità. A farne le spese sono le giovani generazioni, rimaste senza lavoro e prive di prospettive, a cui viene negato di vivere il presente e di costruirsi il futuro. La recessione economica che si sta espandendo  in occidente miete vittime, taglia posti di lavoro, crea disagi ed incertezze. L’alto tasso di disoccupazione giovanile rischia di avere degli effetti anche sulle prossime generazioni. Corriamo il rischio di veder avanzare una nuova generazione senza futuro. I cosiddetti NEET (Not in Employment, Education o Training) hanno superato soglie percentuali preoccupanti, e nel loro peregrinare alla ricerca di un salario diventano facile manovalanza della criminalità organizzata. Principalmente si tratta di giovani che vanno a gonfiare le statistiche delle minoranze etniche o della classi meno agiate, che fino a qualche decennio fa avremmo chiamato con un termine oramai desueto: “ proletari”.

La disoccupazione giovanile, purtroppo, non è un fenomeno solamente europeo. Dall’organizzazione sociale dell’era industriale abbiamo ereditato un mondo del lavoro costruito intorno alla figura dei padri, che oggi sono longevi e abili per produrre fino ad un’età avanzata. Il ricambio generazionale si è prolungato nel tempo. Il lavoro ed i lavori nel nuovo millennio hanno altri tempi, altre forme, diverse funzionalità, che vanno ridefiniti sia per l’aspetto salariale, sia per quello dei diritti, nonché per la partecipazione alla gestione dell’impresa. Non è più tollerabile che in un’azienda la disparità di trattamento salariale veda i ricchi ampliare  a dismisura i propri profitti e gli operai stringere la cinghia, terrorizzati dallo spauracchio della disoccupazione.

Come se ne esce e cosa bisogna fare per superare questa difficile fase di crisi? Sarebbe auspicabile che finalmente la politica ritornasse ad esercitare il proprio ruolo di orientamento e di governo della vita economica e sociale. In Europa si parla esclusivamente di politiche del risparmio, della riduzione della spesa e di misure restrittive per promuovere il risanamento. Sarebbe opportuno, invece, favorire la crescita promuovendo un’economia sostenibile e alternativa come la green economy, il settore dell’high technology, della sanità e dei servizi sociali. In poche parole si dovrebbe valorizzare il sapere e la conoscenza, che se non sono sufficienti a riempire la pancia, come diceva cinicamente Tremonti, hanno il pregio, comunque, di concorrere alla formazione del Prodotto interno lordo ed alla ricchezza immateriale di un paese.

A questo proposito ci viene in aiuto, in maniera esegetica, il discorso pronunciato nel 1968 da Robert Kennedy durante la campagna elettorale per le presidenziali, nel quale evidenziava l’inadeguatezza del prodotto interno lordo come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate.

“… Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né  i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo(PIL).  Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.  Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.”

Ci sono delle analogie tra l’America d’allora e l’Italia di oggi. L’Italia e gli italiani  hanno bisogno di riaffermare il primato della politica e di ridefinire una nuova missione che li riporti a vivere la propria storia con maggiori certezze. Non si esce dalla supplenza della politica né con avventure populistiche, come quelle che abbiamo vissuto nel recente passato, né con scorciatoie tecniche dettate dall’emergenza nazionale. Il centrosinistra si candida a riportare il nostro paese alla normalità e in questo progetto di rinascita civica e civile può contare anche sull’impegno dei cittadini italiani all’estero.  (Michele Schiavone* -Inform)

* Segretario nazionale del Pd in Svizzera, Comitato di presidenza del Cgie

 


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