INFORM - N. 134 - 12 luglio 2012


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “La Gente d’Italia”, 11.7.2012

Silvana Mangione: A proposito de “Il voto degli altri…

 

NEW YORK - Ho letto l’articolo di Inform del 10 luglio sulla presentazione del volume: “Il voto degli altri. Rappresentanza e scelte elettorali degli italiani all’estero”, curato da Guido Tintori e pubblicato dal Centro AltreItalie. Sono certa che, come sempre, il resoconto sia preciso e puntuale, vista la professionalità di tale Agenzia di informazione. E per questo sto reagendo all’impressione che chi ci analizza dall’Italia, mentre ci muoviamo sul vetrino sotto la lente del microscopio e chi all’estero vive e costruisce ipotesi di rapporto fra la realtà nazionale in Italia e la realtà nazionale all’estero continuino a dialogare come se ancora abitassero nella Torre di Babele. C’è qualche importante eccezione, prima fra tutte quella presentata dal lungo studio e dagli intelligenti approfondimenti di Piero Bassetti, che già nel lontano 1994, a New York, al Convegno internazionale sull’informazione per le comunità nei Paesi anglofoni, disse: «L’Italia finora non ha saputo come trattare le sue comunità di italiani all’estero. Le ha considerate prevalentemente come “periferia” nei confronti della quale mettere in atto alcune iniziative progettate dal “centro”....» e ipotizzò l’esistenza, nella grande economia globale,di «un sottosistema economico di ispirazione etnica italiana. È questa che abbiamo chiamato business community ed è questa che richiede di essere promossa da una prospettiva diversa da quella centro-periferia praticata invece fino ad oggi».

Allargando poi la prospettiva affermò: «...il fatto è che la dimensione etnica è diventata il perno delle rivendicazioni politiche di moltissimi popoli del mondo. Per questo motivo anche le relazioni internazionali sono obbligate oggi a ripensare da un’ottica diversa le relazioni fra Stati e fra nazioni: sono obbligate, ad esempio, a ripensare la cittadinanza come diritto legato al territorio e l’identità nazionale come sentimento circoscritto entro confini rigidi».

Ricordiamoci che la battaglia per ottenere l’esercizio del diritto di voto in loco era finalmente arrivata in aula, in Parlamento, soltanto un anno prima, nel 1993, quando Tremaglia con un abile colpo di mano riuscì ad inserire l’istituzione della circoscrizione estero in una legge ordinaria approvata dalla Camera dei deputati e immediatamente cancellata dal Senato. I concetti espressi allora da Bassetti non sono capiti neppure adesso, anzi, ci si affanna a citare la “mobilità dei cervelli” come elemento unico della proiezione esterna dell’Italia, senza avere alcun senso della rete di emigrati tradizionali e loro discendenti, che costituiscono una vera forza del nostro Paese all’estero, misconosciuta, mal adoperata e vista con un po’ di snobismo da chi non si rende conto di che cosa essa sia realmente e potenzialmente.

Sorvolo sul fatto che “mobilità dei cervelli” sottintende uno sgradevole insulto ed una mancanza di conoscenza, vale a dire che gli altri comuni mortali che sono emigrati un cervello non l’abbiano mai avuto e che da qualche tempo non sia di nuovo rampante l’emigrazione cosiddetta tradizionale.

Da anni andiamo ripetendo che la “nazione italiana” non vive soltanto entro i confini nazionali e che “l’identità italiana” o “italica”, come ama definirla Bassetti, è un ubi consistam, un modo di essere e di pensare, conquistato giorno per giorno, con un atto di volontà basato su una profonda ricerca interiore, come ci dissero i nostri giovani oriundi durante la Prima Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo nel 2008.

Ecco quindi che, in materia di voto all’estero, i relatori alla presentazione del volume si rifanno soltanto alla Conferenza sull’Emigrazione del 1975 ed al tema “risarcitorio” in essa prevalso. Ho sottolineato la preposizione “su”, perché in quel grande incontro parlarono gli italiani d’Italia, che nella maggior parte si accostavano al mondo dell’emigrazione con atteggiamento paternalistico ed assistenziale. Ben diversi furono gli interventi ed i risultati della II Conferenza Nazionale dell’Emigrazione (1988) e della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo (2000), alle quali parteciparono migliaia di delegati dall’estero, mentre le loro rappresentanze democraticamente elette (Com.It.Es. nel 1988 e CGIE nel 2000) facevano parte dei rispettivi Comitati Organizzatore e Ristretto.

Venendo all’analisi dell’esercizio del diritto di voto in loco sono stati espressi pareri decisamente contrastanti fra gli autorevoli partecipanti alla tavola rotonda residenti in Italia ed i parlamentari eletti all’estero. Tralascio il fatto che uno degli studiosi abbia affermato che le scelte elettorali dei connazionali residenti in America settentrionale sono state «in gran parte conservatrici, anche per quanto riguarda i quesiti referendari». Nel 2006 gli italiani in Nord America hanno eletto un deputato e un senatore di centrosinistra ed un solo deputato di centrodestra. Nel 2008 il centrosinistra ha perso il senatore non perché l’elettorato fosse improvvisamente diventato di destra, ma perché furono fatti grossi errori nella scelta dei candidati, tant’è vero che il senatore uscente, pur avendo riportato molte più preferenze del rivale, non fu eletto perché mancava l’effetto trainante dei voti dei candidati del 2006 alla Camera, che ne aveva garantito il successo.

In Italia non si era e non si è capito che, fuori dall’Europa, il voto è espresso a favore del singolo candidato, al di là ed al di sopra della scelta di partito. Tornando a noi, l’effettivo esercizio dei diritti di voto e di rappresentanza è parte imprescindibile del principio di cittadinanza, dell’appartenenza del singolo ad una società organizzata a Stato. La limitazione nel tempo della cittadinanza a pieno titolo e pieni diritti è una questione che parecchi di noi stanno propugnando da anni, ma deve essere accompagnata da un istituto che preveda una sorta di “cittadinanza quiescente” come quella che l’Italia riconobbe, nel periodo dei desaparecidos, ai cittadini argentini di origine italiana per proteggerli. Si tratterebbe di legiferare che, dopo due generazioni di nati all’estero, i discendenti in linea retta dei cittadini italiani siano formalmente doppi cittadini, ma i loro diritti diventino godibili ed esigibili soltanto se essi si trasferiscono in Italia per risiedervi stabilmente.

Nel breve periodo che rimane di questa legislatura, schiacciata dal peso e dall’urgenza di salvare l’Italia e ridisegnare l’Europa per prevenire future crisi della portata di quella attuale, invece di ostinarsi a voler riformare le rappresentanze dei connazionali all’estero, i signori parlamentari si occupino di ridefinire legalmente l’ambito della cittadinanza di emigrati e immigrati, basata su jus sanguinis e jus soli, per il consolidamento di un’Italia allargata, che soltanto in questo modo potrà sopravvivere e rifiorire. (Silvana Mangione* -La Gente d’Italia /Inform)

* Vice segretario generale del CGIE per i Paesi anglofoni extraeuropei

 


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