ITALIANI ALL’ESTERO
A Roma la presentazione del volume “Il voto degli altri.
Rappresentanza e scelte elettorali degli italiani all’estero”
Al dibattito ispirato dal testo curato da Guido Tintori
e pubblicato dal Centro Altreitalie sono intervenuti
anche i parlamentari eletti per il Pd nella circoscrizione Estero Claudio Micheloni,
Marco Fedi e, con un messaggio scritto, Laura Garavini
ROMA – È stato presentato ieri a Roma “Il voto degli altri. Rappresentanza e scelte elettorali degli italiani all’estero”, volume curato da Guido Tintori e pubblicato dal Centro Altreitalie che raccoglie contributi sull’esercizio di voto dei residenti all’estero, evidenziando molteplici aspetti della questione, criticità e proposte migliorative.
L’incontro, promosso dalla Compagnia di San Paolo e da Globus et Locus, ha costituito l’occasione per riflettere sulla legge che ha introdotto il voto per corrispondenza e la rappresentanza parlamentare espressa nella circoscrizione Estero proprio in concomitanza con i dibatti parlamentari in corso sulla riforma costituzionale ed in vista della ridiscussione della legge elettorale attualmente in vigore.
“Questo libro
fornisce un approccio di particolare utilità sul voto all’estero – ha detto
Maddalena Tirabassi, direttore del Centro Altreitalie, coordinatrice dei lavori – perché esamina il
comportamento elettorale dei residenti all’estero nelle votazioni che si sono
susseguite dall’approvazione della legge del 2001 ad oggi, ma anche perché offre
una panoramica di come altri Paesi hanno legiferato sulla materia”. “Quando,
prima di questa legge,
Anche il presidente di Globus et Locus, Piero Bassetti, ha messo in evidenza il contributo di analisi apportato dal testo, in particolare sul fronte della conoscenza degli “Altri” – i connazionali residenti all’estero – cittadini le cui scelte, anche quelle elettorali, risultano influenzate da aspetti fortemente connessi alla globalizzazione: la trans-nazionalità e l’appartenenza plurima, in primis, aspetti – ha aggiunto Bassetti - che vanno indagati anche per comprendere quale sarà il processo di articolazione della cittadinanza europea. Marco Demarie, responsabile dell’ufficio studi della Compagnia di San Paolo, ha sottolineato invece il carattere multidisciplinare del volume, frutto anche “della capacità propria dei Centri di ricerca indipendenti di sottrarsi ai vincoli accademici”.
Ad illustrare obiettivi e contenuti del testo il curatore, Guido Tintori, che ha richiamato tra i temi affrontati la necessità di fare luce sulle identità plurali degli italiani all’estero – non solo espatriati, ma anche discendenti, - di meglio riflettere su quanto il voto e la sue criticità siano connesse con la norma che regola l’acquisizione della cittadinanza italiana, sottolineando anche le possibilità di riforma del voto all’estero proposte alla luce di queste questioni. Tra gli autori dei contributi, Michele Colucci, ricercatore del Cnr, (titolo del suo saggio: “Quale voto? Il dibattito politico nell’Italia repubblicana”), ha ripercorso il dibattito parlamentare sul voto all’estero dal secondo dopoguerra ad oggi, evidenziando in particolare il prevalere del tema “risarcitorio” emerso nella Conferenza Nazionale dell’Emigrazione (1975), la cui retorica ha molto pesato, a suo dire, sugli snodi che hanno portato all’approvazione dell’attuale legge. Una legge di cui Colucci tiene ad evidenziare il forte legame con la norma che regola la cittadinanza italiana. Eugenio Balsamo, dell’Università “Federico II” di Napoli (“La disciplina del voto all’estero. Un’analisi comparata”), ha approfondito come altri Paesi abbiano regolato l’esercizio di voto dei concittadini emigrati, soffermandosi in particolare su Francia, Grecia, Irlanda, Spagna. Tra i timori che più influenzano i legislatori nella predisposizione di strumenti che possano dare rappresentanza e voce ai cittadini residenti all’estero Balsamo ha evidenziato quello di un eccessivo condizionamento “esterno” dell’esito delle elezioni, ipotesi che vale in particolare per Paesi di dimensioni più ridotte e caratterizzati da una forte dinamica migratoria – come Grecia e Irlanda, definiti “Paesi a diritti zero” per quanto riguarda la rappresentanza politica dei rispettivi residenti all’estero. Mentre Anna Consonni, docente presso l’ufficio scolastico regionale per il Veneto (“Il voto italiano in Europa”), si è soffermata sulla costruzione di uno spazio pubblico proprio degli italiani all’estero, Stefano Luconi, dell’Università di Padova, di Firenze e della “Federico II” di Napoli, (autore del saggio “Rappresentanza e voto nell’America del Nord”), ha messo in luce quali sono state le scelte elettorali dei connazionali residenti in America settentrionale, “in gran parte conservatrici, anche per quanto riguarda i quesiti referendari – ha detto.
Ad analisi ed osservazioni degli autori dei contributi al testo hanno replicato alcuni dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero, che allo studio dei fatti hanno affiancato la loro personale esperienza, anche in contrasto con quanto esposto.
“Preliminarmente occorre capire a chi serve il voto all’estero – ha affermato Claudio Micheloni, senatore eletto per il Pd nella ripartizione Europa, contestandone la valenza risarcitoria sopra ricordata. “La politica italiana pensa che il voto serva agli italiani all’estero o all’Italia? E il nostro Paese è capace di valorizzare la partecipazione dei suoi connazionali residenti all’estero? – si chiede Micheloni. “Dalla mia esperienza direi di no – prosegue, - il voto all’estero, per cecità politica, è stato piuttosto sempre controllato e diretto come se fosse uno strumento di politica interna, secondo dinamiche che hanno spesso prevalso anche con il sistema di rappresentanza degli italiani all’estero nel suo complesso”. “L’idea del voto all’estero è nata in modo sbagliato per finalità ed argomenti, ma era in sé una grande idea che può ancora essere recuperata – sottolinea l’esponente democratico, secondo cui occorrerebbe anche da parte dei partiti una maggiore riflessione sull’argomento, una più attenta valutazione delle scelte elettorali – “che dipendono dal livello di integrazione raggiunto, ma finiscono per essere sovrapponibili alle scelte degli autoctoni – spiega Micheloni, riferendosi in particolare al caso della Svizzera – e la capacità di far funzionare strumenti, come il voto per corrispondenza, che sono stati adottati anche da altri Paesi.
“Siamo aperti a proposte innovative sul tema della rappresentanza politica degli italiani all’estero e ad un nuovo modo di organizzare il sistema di rappresentanza – afferma Marco Fedi, deputato eletto per il Pd nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, sottolineando così anche l’importanza di mantenere un livello di rappresentanza “locale”, “necessario ad intercettare istanze ed esigenze della nuova emigrazione”. Pur ammettendo la difficoltà che l’attuale legge possa dare compiuta risposta alle istanze dei temporaneamente all’estero, Fedi difende la norma e l’esercizio del voto per corrispondenza, evidenziando come alcune modalità per la sua messa in sicurezza vennero già individuate nel 2006, senza trovare poi alcun seguito nei lavori parlamentari. Fedi si dice anche disponibile ad una più ampia riflessione sul tema della cittadinanza italiana: “le moderne legislazioni prevedono il rispetto dei principi dello ius soli e dello ius sanguinis, ma concordo sul fatto che per quest’ultimo vada ridiscusso un limite di applicazione”.
“Occorre riaffermare come i cittadini italiani residenti all’estero siano cittadini a pieno diritto – scrive in un messaggio inviato per l’occasione Laura Garavini, deputata eletta per il Pd nella ripartizione Europa, che concorda sulla necessità di rivedere alcuni aspetti della legge. “Il problema non è il voto per corrispondenza, ma la sua messa in sicurezza – prosegue, ribadendo anche l’importanza di organismi come i Comites e Cgie che consentono ai parlamentari eletti all’estero, grazie al collegamento diretto con le collettività, di svolgere al meglio il loro compito.
Di seguito è intervenuto anche Salvo Iavarone, presidente Asmef, che ha rilevato come “dalla legge sul voto all’estero, che doveva essere un segnale di attenzione verso le collettività italiane residenti all’estero, queste ultime abbiano paradossalmente cominciato a riscontrare un processo di progressiva indifferenza e disinteresse dell’Italia nei loro confronti”.
“La legge sul voto all’estero non ha comportato la concessione del diritto di voto ai residenti all’estero – precisa Norberto Lombardi, direttore dei Quaderni sulle migrazione e consigliere del Cgie – ma la garanzia della sua effettività. E per continuare a tutelare questa effettività non riesco ad immaginare un sistema diverso dal voto per corrispondenza, esposto a pericoli e a possibilità di interventi esterni, ma comunque il solo capace di mettere ogni cittadino nella condizione di poter esprimere il proprio voto”. Lombardi auspica dunque un impegno del Parlamento per il vaglio di correttivi – già richiamati – per la sua messa in sicurezza, precisando come “la circoscrizione Estero fu in realtà un rimedio escogitato per fare in modo che il voto non si trasformasse in una mina vagante nel sistema politico italiano, prevedendo un rapporto tra numero di elettori e rappresentanti eletti penalizzante rispetto a quello utilizzato per il territorio nazionale”.
Rilevando come grandi trasformazioni abbiano interessato il mondo dell’emigrazione italiana all’estero, così come anche l’emergere delle nuove mobilità mette in luce, Lombardi concorda sulla necessità di una ridiscussione della disciplina che regola l’acquisizione della cittadinanza italiana, pur mantenendo un’attenzione sulle motivazioni di tipo culturale ed affettivo che determinano molte richieste. Su cittadinanza e voto all’estero, insomma, Lombardi auspica “soluzioni sul filo di coerenza di quanto fatto sino ad oggi”, capaci – nel secondo caso – di mantenere l’organicità del sistema di rappresentanza sino ad oggi garantito, “con i parlamentari quali proiezione finale delle politiche migratorie e non fattore sostitutivo di queste ultime”.
Da segnalare ancora, in risposta agli interventi dei parlamentari, Gian Giacomo Migone, docente di Storia dell’America settentrionale all’Università di Torino, il quale ha ribadito – insieme a Tintori – come la questione da porsi non sia tanto la domanda su “a chi serve il voto all’estero”: “si tratta invece dell’esercizio di un diritto – ha detto Migone – e dunque di stabilire chi sia titolare di questo diritto”.
Dalla norma che regola l’acquisizione della cittadinanza italiana bisognerebbe allora ripartire, secondo gli autori del volume, per trovare soluzioni più equilibrate non solo alla nuova realtà degli italiani all’estero, ma anche più in linea con le esigenze di coloro che negli ultimi anni hanno scelto l’Italia quale Paese in cui vivere. Si tratta di un ripensamento che determinerebbe una corrispondente revisione della legge sul voto all’estero e di tutto il sistema di rappresentanza dei connazionali nel mondo. (Viviana Pansa – Inform)