INFORM - N. 116 - 15 giugno 2012


CONVEGNI

A Roma, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato

Mediazioni Metropolitane”, un confronto su richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in Italia

Promosso dalla Caritas di Roma, un incontro finale del progetto co-finanziato da Fondo Europeo per i Rifugiati e ministero dell’Interno sul sistema di accoglienza a Roma, Milano e Firenze

 

ROMA – Un’analisi della situazione di rifugiati e richiedenti asilo in Italia è stata presentata stamani a Roma al convegno finale del Progetto “Mediazioni metropolitane”, co-finanziato da Fondo Europeo per i Rifugiati 2008-2013 e  ministero dell’Interno e promosso dalla CRS-Caritas di Roma in partenariato con l’Associazione Centro Astalli di Roma, la Solidarietà Caritas Onlus di Firenze e la Fondazione Caritas Ambrosiana di Milano.

Un’iniziativa organizzata anche in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato per discutere di come migliorare nel nostro Paese l’accoglienza dei richiedenti asilo. Tra gli intervenuti, mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma, Sveva Belviso, vice sindaco di Roma Capitale, Riccardo Compagnucci, vice capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, Daniela Di Capua, direttrice del Servizio Centrale Sprar, e rappresentanti delle amministrazioni comunali e delle Caritas di Roma, Milano e Firenze.

Non sono incoraggiati i risultati dello “Studio e sperimentazione di un modello di dialogo e intervento a favore dei richiedenti e titolari di protezione internazionale in situazione di marginalità”, che ha intervistato 520 richiedenti e titolari di protezione internazionale e svolto sopralluoghi e colloqui in 8 insediamenti spontanei a Roma, Milano e Firenze.

In questi insediamenti infatti vivono molti dei rifugiati presenti nelle grandi città italiane, vere isole di emarginazione - si legge nella nota diffusa a seguito del convegno, - spesso a pochi metri da stazioni e centri commerciali, che accolgono centinaia di persone, convinte di non avere alternativa. Insediamenti le cui condizioni abitative sono abbondantemente al di sotto di ogni standard minimo accettabile in relazione alla salute e alla sicurezza. Tra i contesti più problematici viene segnalato quello di Roma, dove si stima che negli insediamenti spontanei vivano complessivamente  1.200-1.500 persone.

Dai colloqui effettuati è emerso un diffuso e esplicito scetticismo degli intervistati rispetto alla possibilità di trovare negli enti territoriali deputati una risposta ai loro bisogni. Più in generale, i rifugiati (oltre il 75% degli intervistati è titolare di protezione internazionale e l’11,3% ha ottenuto la protezione umanitaria) sembrano aver maturato una profonda mancanza di fiducia nei confronti dello Stato italiano, rispetto a quanto avviene in termini di tutela dei diritti negli altri Paesi europei.

Lo studio mette in luce dunque come il sistema di accoglienza italiano, allo stato attuale, di fatto non garantisca un’adeguata accoglienza a tutti coloro che ne avrebbero diritto: troppo disomogenee sono le misure messe in campo, troppo episodici e parziali gli interventi per l’integrazione. I posti disponibili sono vistosamente insufficienti, la capacità di finanziare percorsi individuali e mirati di sostegno all’integrazione è  limitata rispetto alla domanda. Si deve fare di più - evidenzia la ricerca, - puntando soprattutto sulle misure che favoriscano l’inclusione lavorativa (oltre l’88% degli intervistati attualmente non è occupato) e la formazione (il  42% conosce troppo poco la lingua italiana).

Non ha giovato alla situazione il ciclico ripetersi di “emergenze”, affrontate con la moltiplicazione  di servizi di bassa soglia gestiti centralmente dallo Stato, che il più delle volte non hanno visto alcun  coinvolgimento degli Enti locali sul cui territorio le persone venivano dislocate. Il fatto, rilevato dall’indagine, che circa il 37% degli intervistati risulti arrivato in Italia con gli sbarchi del 2008 e oggi viva in un insediamento spontaneo rivela come tali interventi subitanei e non concertati aumentino significativamente la probabilità che il titolare di protezione internazionale “esca dai radar” dei percorsi di integrazione socio-economica. La più recente “emergenza” del 2011-2012, legata agli esodi dal Nord Africa, pone, per certi versi, una situazione analoga a quella del 2008.

Nel campione esaminato inoltre, la percentuale di persone entrate nel 2011, anno in cui si è verificato un flusso eccezionale determinato direttamente e indirettamente dalla cosiddetta “Primavera Araba”, risulta contenuta, poiché costoro sono ancora ospitati nelle strutture di accoglienza. Ma la dispersione non governata di titolari di protezione internazionale non ancora in grado di inserirsi in piena autonomia sui territori rischia di tradursi in una  concentrazione ulteriore di persone nei grandi centri urbani, negli insediamenti spontanei già esistenti o in insediamenti nuovi.

Per la studio, le risposte messe in campo per superare la crisi degli arrivi dalla Libia possono costituire un’occasione per dotare l’Italia, finalmente, di un Sistema di accoglienza capace di dare risposte sufficienti per tutti quelli che richiedono protezione in Italia. È fondamentale – si sottolinea - che i posti in accoglienza attivati grazie ai fondi del Dipartimento della Protezione Civile non vengano dismessi, ma contribuiscano a costituire, insieme ai progetti SPRAR e a quelli delle città metropolitane, un unico Sistema nazionale di accoglienza capace di ospitare 25-30.000 persone contemporaneamente. A questo andrebbe affiancato un sistema di monitoraggio nazionale dei percorsi sociali di tutti i richiedenti e titolari  di protezione internazionale sul territorio, attraverso una banca dati che consenta il raccordo tra i diversi territori di accoglienza e minimizzi il rischio di assenza/duplicazione di interventi dovuti a mancanza di coerenza e consequenzialità del percorso di ciascuno.

Una riforma decisa dell’intero sistema – conclude lo studio - è un presupposto indispensabile per non svuotare di senso e di efficacia gli interventi che le singole amministrazioni locali sono chiamate a predisporre per rispondere alle emergenze che attualmente insistono sui loro territori. (Inform)

 


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