INFORM - N. 99 - 23 maggio 2012


ITALIANI ALL’ESTERO

Presentato al Cser il volume “Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo”

Oltre al curatore Massimo Vedovelli, rettore dell’Università per stranieri di Siena, sono intervenuti Riccardo Campa, direttore del Centro di documentazione dell’Istituto Italo Latino Americano, e Tullio De Mauro, professore emerito dell’Università Sapienza di Roma

 

ROMA – È stato presentato ieri al Centro Studi eMigrazione di Roma il volume “Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo”, ampio contributo di sintesi sulla trasformazione del profilo linguistico ed identitario assunto dalle collettività italiane emigrate nel mondo dall’Unità d’Italia ai giorni nostri curato da Massimo Vedovelli, rettore dell’Università per stranieri di Siena, ed edito da Carocci.

Alla presentazione sono intervenuti, insieme a Vedovelli, Riccardo Campa, direttore del Centro di documentazione dell’Istituto Italo Latino Americano, e Tullio De Mauro, linguista, professore emerito dell’Università Sapienza di Roma.

Campa ha segnalato la grande tradizione culturale italiana, che si è riversata all’estero attraverso gli emigrati che hanno proseguito e sviluppato anche fuori dai confini nazionali il loro impegno nei campi della scienza, dell’arte, della letteratura e non solo. “I primi ad evidenziare l’importanza della conoscenza e dell’utilizzo della lingua italiana quale fattore di identità nazionale ed ascesa sociale  furono gli italiani emigrati in Argentina – ha affermato Campa, ricordando come i primi proventi raccolti dalle Società di Mutuo soccorso fondate dagli emigrati venissero destinati proprio alla costruzione di scuole, così da insegnare la lingua italiana a coloro che, spesso analfabeti, conoscevano ed utilizzavano per comunicare esclusivamente i dialetti delle regioni italiane di provenienza. “La mancata conoscenza di una lingua riconosciuta dalle autorità del Paese di accoglienza – ha aggiunto – faceva perdere la committenza economica, ossia la possibilità per gli imprenditori, grandi o piccoli, di sviluppare le loro attività in loco e fare fortuna”.

De Mauro ha evidenziato come il volume illustri, analizzando gli aspetti linguistici dell’emigrazione, i diversi aspetti della diaspora italiana: “oltre al fenomeno di massa, l’Italia conosce da sempre un’emigrazione di intellettuali, una fuga di cervelli di cui sembra solo oggi accorgersi vistosamente. Un’emigrazione – sottolinea De Mauro – che ha una valenza socio-politica significativa, perché è mossa dal rifiuto delle condizione sociali, politiche e civili del Paese che lascia, rifiuto che riecheggia motivi di disagio presenti nelle stesse classi popolari sulla via dell’emigrazione”. Si tratta di un fenomeno che “sfugge a chi presta attenzione in particolare alla dinamiche quantitative”, dinamiche caratterizzate tuttavia dall’incertezza dei dati a nostra disposizione: De Mauro segnala infatti come l’emigrazione italiana sia cominciata ben prima dell’unità nazionale e abbia comportato un gran numero di rimpatri, da lui stimati in circa un terzo delle partenze registrate nei 100 anni successivi al 1861 (circa 10 milioni su 29 milioni di partenze). “Questo fenomeno nel suo complesso ha avuto riflessi a tutti i livelli, compresi quello letterario – rileva il linguista, segnalando come meriterebbero un maggiore approfondimento sia lo studio della letteratura d’emigrazione o quella ispirata dal fenomeno, che l’analisi del canto popolare, che rivela il contributo – spesso dimenticato – dato dalle regioni settentrionali d’Italia all’esodo.

Un fattore interessante, posto in luce da De Mauro, è il contributo dato dalla prima fase dell’emigrazione post-unitaria, “composta in gran parte da analfabeti, per cui la lingua del Paese di accoglienza finisce per fare premio sui dialetti utilizzati”, alla crescita culturale dell’Italia. “Questa prima ondata migratoria conosce all’estero i diritti civili e l’alfabetizzazione – prosegue De Mauro – e scrive a casa, o più spesso fa scrivere a casa chi sa scrivere per loro, sollecitando le famiglie affinché mandino i bambini a scuola, prima ancora che lo Stato italiano abbia pensato a questa necessità e alle modalità con cui soddisfare questa domanda, che diviene crescente nel tempo”. I canali di ingresso nei Paesi d’accoglienza erano infatti più agevoli per la manodopera qualificata e presto gli Stati Uniti introdussero un test di lingua inglese per regolamentare l’immigrazione (nel 1917).

Per quanto riguarda invece l’utilizzo della lingua italiana da parte delle generazioni successive alla prima ondata migratoria, poco alfabetizzata, il volume si sofferma su una fase definita di “slittamento” nella lingua del Paese di accoglienza: “una fase di abbandono, di rifiuto dell’italiano, che non abbiamo saputo contrastare con i mezzi a nostra disposizione – afferma De Mauro, - né con una politica di adeguata promozione della nostra lingua e cultura, né, probabilmente, con i nuovi mezzi  e strumenti di comunicazione”.

Si tratta di un giudizio che Vedovelli condivide, evidenziando alcune “note polemiche” che hanno costituito lo sfondo della realizzazione del testo: “la prima riguarda l’assenza di un recupero del percorso tracciato dall’emigrazione italiana nel mondo nell’ambito degli eventi organizzati per i 150 anni dell’Unità d’Italia, un’inaccettabile rimozione a cui questo volume cerca di porre rimedio, offrendo una sintesi della tematica, spesso sconosciuta anche ai nostri stessi studenti”. “L’emigrazione è stata una grande possibilità di italianizzazione proiettata fuori dai confini nazionali – ha aggiunto Vedovelli, sottolineando come sia necessario, per trasformare questa possibilità in promozione concreta dell’italiano nel mondo, strutturare interventi che partano dalla conoscenza di quali sono diventate – anche sotto il profilo linguistico – le nostre collettività residenti all’estero e in quali termini si giochi oggi la competizione tra l’offerta legata alle diverse lingue straniere. “I figli e nipoti di italiani nati all’estero sono cittadini americani, argentini, brasiliani, australiani, etc., futura classe dirigente dei Paesi in cui vivono, per cui l’italiano è una lingua straniera in competizione con le altre nell’offrire possibilità professionali e culturali in aggiunta a quelle che già possiedono. In questa logica, l’assenza dello Stato italiano quale promotore dell’insegnamento e della diffusione della lingua italiana costituisce un approccio fallimentare – afferma Vedovelli. “In quest’ottica, non sono pessimista sulla capacità della nostra lingua italiana di attrarre interesse all’estero, perché è un interesse che verifichiamo nel nostro lavoro tutti i giorni, ma piuttosto sulle capacità delle istituzioni italiane di far crescere questo interesse – prosegue il rettore dell’Università per stranieri di Siena, ribadendo la necessità di strutturare “una politica linguistica che non sia basata sul monolinguismo, ma piuttosto muova dalla consapevolezza che, pur restando la lingua italiana nucleo centrale dell’intervento, occorra sviluppare i punti di contatto tra le lingue, proprio come è avvenuto tra le nostre collettività emigrate all’estero”.

“L’analisi può fornire anche un contributo nel prefigurare ciò che riguarda le trasformazioni del profilo linguistico degli immigrati in Italia – conclude Vedovelli – e strutturare ipotesi di intervento più strutturate e proficue anche su questo fonte”.

Oltre all’analisi del profilo linguistico dell’emigrazione italiana all’estero nelle sue diverse fasi storiche, il libro offre una sintesi sulle questioni linguistiche dell’emigrazione e un approfondimento sui corsi di lingua e cultura italiana nei diversi contesti e sulla formazione dei docenti. Una seconda parte è dedicata alle vicende linguistiche nelle diverse aree geografiche di insediamento. (Viviana Pansa – Inform)

 


Vai a: