ITALIANI ALL’ESTERO
In mostra a Reggio Emilia gli scatti
dell'emigrante di Nismozza
Lo
sguardo di Amanzio Fiorini, fotografo d’Appennino
REGGIO EMILIA -
A Nismozza, piccolo centro dell’Appennino reggiano
segnato dall’emigrazione, Amanzio Fiorini (1884-1961)
rientrato dall’America nel dopoguerra, aveva aperto un atelier fotografico
e immortalato migliaia di montanari che ora riposano nel piccolo cimitero
del paese. Alcune sue immagini sono finite anche su Time
e Life e in una mostra a Parigi. La nipote Rosi Manari
nel
Nell'ambito della
manifestazione internazionale Fotografia Europea a Reggio Emilia, l'Associazione
Amanzio Fiorini, in collaborazione con il Consorzio
di Bonifica Emilia Centrale, Enrico Reverberi ed
Ermanno Foroni di Artando,
propone una mostra dedicata a Amanzio Fiorini Ritratti,
paesaggi, gruppi familiari, eventi collettivi: immagini struggenti, a volte
spietate, sguardi penetranti che fissano negli occhi, attraverso l’obiettivo,
il fotografo amico. Volti e ambienti della montagna reggiana che ci interrogano
con tutto il fascino di storie che emergono dal passato, restituendo una presenza
cristallizzata nel tempo. E' come se quegli istanti, fermati oltre mezzo secolo
fa, fossero ancora presenti oggi tra noi, a testimonianza di una memoria che
non si esaurisce.
L’esposizione si
intitola “L’istante ritrovato” ed è ospitata dall’11 maggio al 3 giugno 2012
presso il Palazzo del Portico, Bonifica dell'Emilia Centrale, in Corso Garibaldi
Amanzio Fiorini
Amanzio Fiorini nasce
a Nismozza, sull’Appennino reggiano, il 12 marzo
1884 da una famiglia di umili origini: i suoi antenati erano emigrati in montagna
dalle colline di Puianello come braccianti agricoli
a servizio di un’agiata famiglia del luogo. Giovanissimo si stabilisce a Genova
e apprende il mestiere dell’orologiaio. Nel 1908, dopo essersi sposato, è
costretto ad emigrare a Chicago dove trova lavoro in una fabbrica di orologi
ed inizia a fotografare con una modesta Kodak. Alla fine del conflitto torna
a Nismozza. Qui, con il denaro guadagnato in America, è riuscito
nel frattempo a costruire una casa. Sul retro dell'abitazione apre un atelier
di fotografo con attiguo un laboratorio da orologiaio. La fotografia da quel
momento diviene la sua principale occupazione. L’attrezzatura di base del
suo studio consiste in una grande macchina a lastre (una “Voigtlander”
con obiettivo
Nel corso degli
anni migliaia di persone, una popolazione intera della montagna, passa davanti
al suo obiettivo, immortalando per sempre la propria immagine sullo sfondo
di un'improbabile fondale marino circondato di palme. Molti anni dopo, la
Galleria d’Arte Moderna di Bologna restaurerà quel fondale, restituendogli
la dignità di un'opera d'arte. Per umili contadini, boscaioli, emigranti,
gente che parte per la miniera, la foto di Amanzio
diviene un vero e proprio rito. E allora eccoli, quei visi di persone che
di lì a poco partiranno per sempre per l’America, quei gruppi familiari raccolti
attorno al patriarca, ma anche personaggi che passano la loro vita nei boschi,
catturati per un attimo dal suo obiettivo curioso. Oltre ai molti ritratti
in studio Amanzio fotografa anche paesaggi, momenti di lavoro, cerimonie,
gruppi, eventi, accumulando così un ricchissimo patrimonio fotografico.
Amanzio Fiorini muore
a Nismozza nel 1961, lasciando alla famiglia un
archivio di migliaia di lastre al gelatino-bromuro d'argento, circa 4.000
negativi 6x6 ed alcuni positivi. Il suo patrimonio di immagini fu in seguito
studiato e valorizzato, e alcune delle sue foto finirono sulle più prestigiose
riviste di fotografia internazionali come Time Life
e in una mostra allestita al Centre Pompidou a Parigi.
Persino i fratelli Alinari erano interessati ad
acquistare l’intero archivio, prezioso documento storico e sensibile indagine
etnografica. Una sezione fotografica è a lui dedicata alla Biblioteca Panizzi
di Reggio Emilia ed è lo stesso artista reggiano Luigi Ghirri
a realizzare il primo ed unico catalogo delle sue foto.(Emiliano-Romagnoli
nel Mondo/