INFORM - N. 91 - 11 maggio 2012


ITALIANI ALL’ESTERO

Da “La Gente d’Italia”, redazione di Montevideo

I Chiappella: una famiglia innamorata del vino

 

MONTEVIDEO - Jesús Chiappella arriva alla cantina percorrendo la strada sterrata che, tra filari di viti, unisce la statale 6 all'azienda di famiglia insieme al figlio, un marcantonio biondo chiamato Juan Martín, nel camioncino delle consegne.

Saluta con semplicità, e riceve Gente d'Italia in “un ufficio 'inventato'”, ricavato da un appartamentino costruito per il riposo durante la vendemmia.

La “bodega” é semplice, ampia, non troppo ordinata, situata in una bella cornice naturale, nella campagna vicina a Sauce (Canelones), nella stessa zona (Cuchilla Rocha) in cui si istallarono i nonni, Andrea Chiappella e Filomena Abbona, fondatori della “dinastia vinicola” Chiappella.

Era l'anno 1928, e la coppia, che veniva dal Piemonte con un figlio di nove mesi (Giovanni Federico) e un cognato quindicenne, scese per errore nel porto di Montevideo. L'intenzione era di sbarcare a Buenos Aires...!

Vennero anche altri fratelli di Filomena, che si impiegarono nei più vari lavori legati alla costruzione e all'agricoltura.

“Nonno Andrés piantò viti per fare il vino per la famiglia. Allevava e macellava lui stesso anche maiali. Erano gli usi tradizionali delle famiglie contadine del suo paese”, spiega Jesús.

“Poi mio padre Juan e i suoi fratelli nati in Uruguay piantarono più viti, pensando nella produzione con fini commerciali. Nel '59 comprarono questa cantina, e cominciarono la produzione di vino.

Anche se la cantina era rudimentale, e costruita in un modo un po' strano, pieno di stanzette, ambienti piccoli... con una cisterna a cui si poteva accedere solo da una botola nel pavimento... cercarono di fare un buon vino. Era la filosofia familiare: fare le cose bene, un buon prodotto. All'inizio”, ride, “i principali consumatori erano loro!”.

Piano piano Jesús, che cresceva fra vigneti e damigiane, imparò il mestiere e vi si appassionò, al contrario dei suoi fratelli, che tiravano avanti, ma senza innovare e migliorare la cantina.

Ne parlò con suo padre Giovanni Federico, e propose ai fratelli di comprare la loro parte, e di pagarla anche in natura (con l'uva e il vino prodotto).

Così, a partire dall'88, Jesús e la moglie cominciarono a riconvertire i vigneti e a modernizzare, per tappe, la cantina.

“In quell'epoca, fino ai primi anni '80, si piantava uva frutilla, detta anche brasiliana, moscatel o harriague (tannat), ma in genere, si trattava di vitigni di cattiva qualità enologica. E ibridi. Fino a che si cominciarono a importare ceppi francesi, come il Tannat, il Cabernet Sauvignon, il Merlot... e poi anche italiani. E si cominciò a modernizzare la produzione”.

Questo è il processo che si definisce “riconversione”.

Che avvenne anche grazie all'acquisizione di saperi in Italia e Francia, con viaggi in quei paesi e inviti a esperti europei.

Oggi, a loro volta, i Chiappella “restituiscono” quello che hanno imparato, quello che sanno fare: nel laboratorio della cantina, incontriamo un giovane messicano, qui per un tirocinio.

In famiglia, Karina e Laura studiarono enologia, mentre a Juan Martín “non piace la cantina. Preferisce lavorare in vigna”. Mamma Ada invece “è un pilastro dell'azienda: tiene la contabilità. È un'azienda completamente familiare”, dice con un certo orgoglio Jesús.

La curiosità ci spinge a chiedergli il perché del suo nome, molto usato in Spagna, ma per nulla in Italia. “È perché sono nato un 25 dicembre”, risponde con semplicità. “Mio padre volle chiamarmi così per deferenza. E in realtà mi chiamo Juan Jesús, ma pochi lo sanno”.

Continua la spiegazione dell'oggi della “Bodega J. Chiappella”: “Abbiamo macchinari di ultima tecnologia (tutti italiani, come succede in genere in Uruguay): “despalilladoras”, macine, condizionatori di temperatura, una pressa pneumatica, che permette pressare in giornata, anziché in tre o quattro notti, come avveniva prima”.

“Oggi cerchiamo varietà diverse, il mercato chiede nuove cose. Cinque anni fa producevamo il 10% di “vinos finos”, oggi il 40%. E l'idea è di aumentare ancora questa proporzione. Stiamo esportando, oltre a vendere sul mercato locale e abbiamo raggiunto una qualità molto buona”, continua Jesús.

Questo anche grazie all'entusiasmo delle figlie, che dopo gli studi, si sono “sporcate le mani”, vendemmiando in California (Stati Uniti), a Mendoza (Argentina), in Messico e in Italia (Barolo e Asti, Mondovì).

“Quando andavano a scuola, le ragazze venivano con me, durante le vacanze, in vigna, nelle consegne... E si parlava sempre di vino, in casa. Anche le amicizie erano in questo mondo”.

Così Laura, in quarta liceo, decise di “dirottare” su Enologia. Karina, più indecisa, lo fece, come prova, una volta conclusi gli studi superiori.

Ora sono le “winemaker” della casa. “È cambiata molto l'enologia”, commenta Jesús. “Prima veniva l'enologo, prendeva campioni, li analizzava... e si pagava annualmente. Oggi c'è bisogno di un enologo permanentemente sul posto. All'inizio, l'enologo che avevamo (io gli avevo comunicato che quando si sarebbero diplomate le ragazze, avremmo lavorato con loro), chiamava praticamente tutti i giorni, quando la vendemmia era stata cattiva, dicendo: 'fate così, fate cosà'. E io gli dicevo: 'L'hanno già fatto le ragazze'; 'Anche questo l'hanno già fatto le ragazze'. E dal 2001, non venne più. Era un rischio lasciar firmare a Karina e a Laura, appena uscite dalla scuola, le dichiarazioni e i documenti. Ma avevo fiducia in loro, perché si erano formate molto bene, qui e nei viaggi all'estero”.

La produzione di uva, responsabilità di Jesús e del figlio Martín, si aggira sui 700-800mila kg.

Si producono tra i “vinos finos”: Tannat, Cabernet Sauvignon, tagli di questi due ceppi, Merlot (“abbiamo vinto una medaglia d'argento per il nostro Merlot, in Svizzera), Pinot noir, Chardonnay (“le piante le abbiamo portate dall'Italia”) e la “vedette, in questo momento: il Marselán, che è una varietà di Montpellier, che si è adattata molto bene in Uruguay. Poi”, continua Jesús, “Karina ha voluto fare un vino con sette varietà diverse (è una cosa particolare). L'ha chiamato Unum, e ha vinto una medaglia d'argento in Francia”, dice con malcelato orgoglio.

Inoltre, si producono un Tannat Riserva e un Tannat/Cabernet rovere riserva che sono le “stelle dell'esportazione al Messico”, che è una delle destinazioni internazionali dei vini della casa, insieme a Stati Uniti.

Recentemente, i Chiappella si sono anche inoltrati sul campo dei liquorosi, con il Mistela e il Garnacha. Il vino da tavola, invece, si chiama “El Alpino”, in onore al nonno.

Oltre ai viaggi nelle terre del vino del mondo realizzati da Karina e da Laura, anche Jesús ha partecipato, anni fa in un viaggio (“che oggi sarebbe impensabile, per i costi: quasi un mese in Europa!”) nel quale visitò diverse scuole di vinificazione, a Conegliano Veneto, vicino a Roma, etc. “Il professor Guarnerio, molto conosciuto, ci diceva: 'La Francia ormai è superata'. E lo posso confermare. Lo potei verificare in un altro viaggio, fatto con altri produttori di Canelones. Io spingei affinché si facesse in Italia. 'Siamo tutti discendenti di immigrati italiani: andiamo in Italia', dissi. E potemmo dare ragione al professor Guarnerio”, conclude.

Dei suoi viaggi in Europa, che hanno toccato anche la Spagna e la Francia (sempre per vigneti e cantine, manco a dirlo!), ricorda il sud della Francia, la valle di Maridan, i Pirenei con l'Andorra, Barcellona, con la terra del Freixenet... E, con particolare amore ed entusiasmo, rimembra la zona di Roma, dove visitarono una quindicina di produttori, e Montalcino: “Indimenticabile. Sia il posto che i vini! Lo ricordiamo sempre, quando ci riuniamo con i colleghi di Canelones. (Silvano Malini- La Gente d’Italia /Inform)

 

 


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