STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
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“La Gente d’Italia” di oggi un articolo di Silvana Mangione
Ricorriamo alle primarie
NEW YORK - Ho seguito i tre TG e Porta a Porta. Ho ascoltato con infinita attenzione le dichiarazioni dei vari segretari e rappresentanti di partito. Ho udito le analisi dei giornalisti, trasversalmente più o meno uguali, con i distinguo di appartenenza. Ho sentito tutte le spiegazioni di questa terra, una più strampalata dell’altra.
Tra i perdenti, nessuno è crollato per sua responsabilità. A seconda delle voci e dei colori è stata colpa di: “Monti, il governo tecnico, la crisi economica, Alfano, le indagini su corruzione, dinastie e lauree albanesi” e così via cantando. A Porta a Porta, come al solito, l’invitato di centrodestra ha spazi di parola tripli rispetto agli altri, riesce a dire tutto quello che vuole, nel silenzio degli astanti, e ad interrompere o sovrapporre la sua visione a quella altrui, senza essere ripreso. Tutti si affannano a disconoscere l’avanzata del centrosinistra. Usando un’immagine tipicamente americana, si ha l’impressione che negli studi televisivi aleggi l’ombra del “gorilla nella stanza dei bottoni”: il movimento dei grillini, cui si attribuisce il Boom, l’Exploit, la Vittoria e così via. Soltanto il sorriso intelligente del Presidente della Repubblica ridimensiona le cose: «Di boom, io conosco soltanto quello degli anni ’60!».
È fin troppo facile demolire le scuse dietro cui i perdenti si nascondono. Monti non è sceso in campo con un partito e candidati suoi. Il governo tecnico è, appunto, “tecnico” e le amministrative in queste condizioni non sono e non possono essere lette come giudizio sui “partiti di governo” o sui partiti che sostengono il governo, tant’è vero che il centrosinistra tiene anche dove i suoi candidati non sono espressi dalle due sigle, IdV e SEL, che si oppongono a gran voce a Monti. Anche la Lega, che contrasta urlando l’esecutivo in carica, ha perso quasi dappertutto tranne che nella “maroniana” Verona.
La crisi sta sobbollendo da anni, ma il governo uscente ci ha raccontato che non esisteva, che l’Italia era più forte degli altri Paesi e non avrebbe avuto problemi. Alfano, da leader serio, ammette la sconfitta, ma viene subito zittito dalla voce che si leva da Mosca e dice che poteva andar peggio e forse rivendicherà il fatto che con “lui” si va alla vittoria, con altri gestori di partito si perde. Sulla corruzione si sorvola, perché mal pressoché comune, da spazzare sotto il tappeto, senza pensarci più di tanto. Nessuno, ma davvero nessuno, ha il coraggio di dire che hanno vinto o sono in dirittura di successo al secondo turno le persone radicate nella comunità, che hanno con il loro capoluogo, città o cittadina, paese o villaggio, legami storici di conoscenza dei problemi e amore per il “locus”. Torna alla mente Tosi a Verona, duramente ostacolato dal cerchio magico di Bossi; o Leoluca Orlando a Palermo, scelto dalla gente come garanzia di un passato certamente migliore; o Doria a Genova, che “è” la città dei Doria.
Mi sono resa conto di quanto il vivere tra USA e Italia mi abbia cambiato. Qui, dove vige un bipolarismo perfetto, alle amministrative la gente vota il candidato, disinteressandosi completamente del suo segno di partito. Faccio un solo esempio: Giuliani è un repubblicano, eppure la democraticissima New York lo ha eletto sindaco ad un secondo mandato, perché ci aveva restituito la sicurezza di uscire la sera senza paura di essere accoltellati e senza sbattere contro l’esercito in assetto di sommossa per calmare i conflitti etnico–razziali nelle municipalità fuori Manhattan. Anche qui, quando le cose non vanno bene, nascono movimenti che si nutrono di facile populismo gridato dalla cima di tutti i palazzi. Basta pensare al “Tea Party”, con l’ineffabile Sarah Palin, che considera il successo economico un derivato dell’ortodossia religiosa, o il Sanctorum di turno, il quale limiterebbe volentieri i diritti delle donne a quelli in vigore nel primo Ottocento. L’amministrazione della città, il “management” del quotidiano è quello che interessa davvero i residenti. Vogliono sapere cosa verrà fatto nel quartiere X, nella strada Y, nella fabbrica Z, come migliorerà l’aria che respirano, il traffico cittadino, il pubblico impiego, l’erogazione dei servizi. L’inno: “È tutto sbagliato, è tutto da rifare”, di bartaliana e sessantottina memoria o di recentissima renziana e grillina riscoperta – mai accompagnato dalla proposta di azioni per correggere il “tutto sbagliato” – costituisce la più bieca captivatio benevolentiae, attrazione di consensi da parte di un pubblico esasperato da un linguaggio politico per iniziati, da analisi che non presentano nulla di concreto e dalla ripetizione ossessiva di “sound bites”, brevi frasi ad effetto tese a dimostrare che un solo partito, fra gli altri, è stato “unto da Dio”.
Allora, per favore, nelle amministrative, ma anche nelle politiche, ricorriamo a primarie veramente controllate, nelle quali possano votare soltanto gli iscritti al partito da un certo periodo di tempo e non lo sconosciuto viandante, di cui si sa il mandante. E chi risulterà scelto dai votanti deve diventare il candidato intorno al quale si stringe l’intera coalizione, senza le solite contrapposizioni di altri candidati per dimostrare che questa o quella componente o corrente è fondamentale e senza di essa si perde.
Appunto, senza di essa o con il candidato da essa imposto si perde comunque e questo risultato, che serve unicamente a riaffermare le ambizioni del singolo e la sua scalata al vertice, va a scapito del bene comune. Basta tornare ad un pensiero di Platone ne “La Repubblica” sintetizzato da Jean-Jacques Chevallier, nella sua “Storia del pensiero politico”). Secondo Platone, le polis esistenti soffrono dei seguenti mali: «l’incompetenza, l’ignoranza, la versatile instabilità, il dilettantismo che vuole sempre avere la sua da dire su tutto e parimenti l’egoismo e l’indifferenza alla cosa pubblica, la venalità e, da ultimo e soprattutto, la discordia, che lacera ogni polis in due polis tra loro nemiche: quella dei ricchi e quella dei poveri». Sono passati oltre due millenni, ma questa denuncia è validissima e perfettamente applicabile. Ad essa Platone paragone: «...una situazione in cui si abbiano governanti competenti, governanti che sanno, che del tutto disinteressatamente servono il bene pubblico e coi quali i governati condividono l’amore della polis unita e non divisa».
Idealismo? Utopia? No. Desiderio profondo di tutti noi, realizzabile se, uniti e determinati, ne facciamo l’obiettivo finale del nostro agir politico da cittadini seri e consapevoli. (Silvana Mangione*-La Gente d’Italia /Inform)
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Vice segretario generale del CGIE per i Paesi anglofoni extraeuropei