ITALIANI ALL’ESTERO
L’incontro al Centro Studi Emigrazione di Roma
“Aggiungi un posto a tavola…
Migrazioni e cultura alimentare”
Al centro del dibattito le trasformazione dei modelli
alimentari dei nostri connazionali emigrati nelle Americhe.
Ricostruito il percorso storico che ha portato la pasta ad essere un simbolo
dell’identità italiana nel mondo
ROMA – Si è svolto a Roma, presso il Centro Studi Emigrazione, l’incontro dal titolo “Aggiungi un posto a tavola… Migrazioni e cultura alimentare”. Il dibattito è stato realizzato dallo Cser in collaborazione con il Museo regionale dell’emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino e con l’associazione culturale “Passato e Presente”. Durante l’incontro, volto ad approfondire la sinergie fra alimentazione e fenomeno migratorio, si è parlato del libro “Migrazioni e cultura alimentare” realizzato Davide Paolini, Tullio Seppilli e Alberto Sorbini. Una pubblicazione che fa parte della collana “I Quaderni Del Museo dell’emigrazione” promossa dal centro museale “Piero Conti”. Nel volume, una pubblicazione di 82 pagine dalla “Editoriale Umbra” che presenta anche un’interessante raccolta di immagini, viene analizzata la trasformazione dei modelli alimentari degli italiani emigrati nel contenente americano al seguito della grande diaspora di fine ottocento e inizio novecento, nonché l’affermazione della ristorazione italiana fuori dal contesto nazionale.
Il dibattito è stato introdotto dal direttore del Cser René Manenti che ha ricordato come il Centro Studi Emigrazione di Roma da quasi mezzo secolo analizzi le tematiche legate al mondo dei nostri connazionali all’estero e, negli ultimi anni, stia approfondendo anche le questioni relative all’immigrazione in Italia. Ha poi preso la parola la moderatrice dell’incontro Teresa Cannizzaro, dell’associazione “Passato e Presente” che ha sottolineato, sia l’importanza dell’alimentazione nel contesto della nostra emigrazione, sia la necessità di non dimenticare i tanti immigrati che oggi giungono nel nostro paese, spesso senza nemmeno la tradizionale “valigia di cartone”, e che hanno i medesimi sogni dei nostri connazionali che lasciarono l’Italia in cerca di fortuna.
Dal canto suo Alberto Sorbini, già docente presso l’Università degli Studi di Perugia, consulente della Scuola Nazionale dell’Alimentazione e co-autore del volume “Migrazioni e cultura alimentare”, ha spiegato come il consumo massiccio della pasta secca, da parte degli italiani in patria e all’estero, sia un fenomeno relativamente recente che risale agli anni 20 e 30 del primo novecento. “Prima di allora – ha precisato Sorbini - noi non eravamo consumatori di pasta secca, fatta eccezione per alcune zone geografiche del nostro paese che sono: l’area del napoletano, la parte occidentale della Sicilia e la zona di Genova. Diversa la situazione della pasta fresca che veniva fatta nelle nostre campagne soprattutto nei giorni festivi e non era quindi il cibo quotidiano. Sorbini si è poi soffermato sulle motivazioni che portarono la pasta a divenire, nel bene e nel male, uno dei simboli della nostra identità culturale ed in particolare degli italiani all’estero che spesso venivano definiti in tono dispregiativo “mangia maccheroni”. Dopo aver ricordato che i nostri connazionali che emigrarono nelle Americhe fra 1870 e 1914 non erano in origine consumatori di pasta ma bensì di farina di mais, di pane e verdure a seconda delle provenienze regionali, Sorbini ha evidenziato come in America non si verificò un fenomeno di acculturazione alimentare da parte dei nostri emigrati che continuarono a cucinare i propri piatti d’origine . Secondo il docente tutto questo si verificò sia per la mancanza negli Stati Uniti di una cucina forte, sia a causa della nascita in varie metropoli americane delle Little Italy. Comunità quasi chiuse che riproponevano le abitudini alimentari del paese d’origine e dove si affermò un modello di cucina borghese e non contadina caratterizzato anche dal consumo della pasta secca. “Questo è stato determinato – ha precisato Sorbini - anche da elementi economici e culturali. Economici per il fatto che i napoletani e i genovesi colsero immediatamente l’importanza di commercializzare la pasta negli Stati Uniti, esclusivamente presso la popolazione emigrata. Un piatto, quest’ultimo, che venne largamente offerto anche dalla ristorazione italiana che si rivolgeva alla comunità”. “ Un altro elemento dirompente per alimentazione dei nostri emigranti nelle Americhe – ha aggiunto Sorbini dopo evidenziato che dall’Italia giunsero negli Stati Uniti tutta una serie di prodotti in scatola e freschi come il pomodoro e gli insaccati – fu sicuramente la disponibilità della carne, una pietanza che era quasi totalmente assente nella dieta di coloro che lasciavano l’Italia. Tutto questo fu assai evidente in Argentina dove la carne poteva anche costare meno del pane”. Sorbini ha infine segnalato il difficile momento vissuto dalle seconda generazione di italiani nati negli Stati Uniti. Giovani che dovettero mediare fra le proprie tradizioni alimentari, osteggiate dagli educatori dell’epoca, e il modello di magiare americano che rappresentava un tappa obbligata per l’accettazione da parte del gruppo. Una valutazione negativa del cibo italiano che negli Stati Uniti cambierà radicalmente 50 anni dopo con la valorizzazione della dieta mediterranea.
E’ poi intervenuta
la direttrice del Museo dell’Emigrazione di Gualdo
Tadino Catia Monacelli che
ha precisato come nella collana “Quaderni del Museo dell’Emigrazione” si sia
scelto di dedicare il primo volume ai processi di acculturazione alimentare
che derivano dalle migrazioni. “Abbiamo affrontato questo argomento –
ha puntualizzato
E’ infine intervenuta Laura Piombo dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, che ha evidenziato l’esigenza di promuovere progetti mirati nelle scuole italiane per evitare che i bambini immigrati, a cavallo fra due diversi mondi linguistici, alimentari e culturali, possano trovarsi una sorta di spaesamento. Fra i progetti illustrati dalla Piombo, volti alla valorizzazione della cultura alimentare di appartenenza degli immigrati, ricordiamo: “Il mondo in un boccone”, e “Intergustando”. (G.M - Inform)