MEMORIA
Da
“Veneti nel Mondo”
La storia di Antonio Tomba: emigrante irrequieto
e padre del vino argentino
Una storia vera che sembra la trama di film d’azione quella del valdagnese Antonio Tomba, partito squattrinato all’età di ventiquattro anni per l’Argentina e divenuto in poco più di dieci anni il re del vino della terra che aveva adottato come seconda patria. Una patria, l’Argentina, che in poco più di cinquant’anni, dalla metà del XIX secolo ai primi del novecento, ha visto decuplicare la sua popolazione, passando dagli ottocentomila originari abitanti a ben otto milioni. Un risultato raggiunto grazie agli emigranti, molti dei quali provenienti da un Veneto che si andava spopolando dopo l’unificazione con il Regno di Italia. Ma sebbene la motivazione del giovane Antonio non fosse diversa da quella dei suoi compagni di viaggio – fare fortuna nel nuovo mondo – le loro storie differivano già sottilmente.
Quella di Antonio Tomba, infatti, è la storia di un ragazzo coraggioso e intraprendente, ma insofferente alle regole e al controllo e con una spiccata sensibilità nei confronti dell’abuso di potere. Proprio a questa sua irrequietezza, che le poche fonti su di lui ci tramandano concordi, dovrebbe attribuirsi il repentino abbandono degli studi e della dura – all’epoca – disciplina scolastica che comprendeva punizioni e umiliazioni fisiche in quantità. Spinto fin dalla gioventù ad avviare attività ed ad interromperle repentinamente per passare ad altre, spingendosi sempre più lontano da casa – la sua famiglia, benché molto numerosa, era benestante e contava tra i primi proprietari d’opifici nella zona di Valdagno – fino a giungere, nel 1873, su un molo di Genova. In partenza per l’avventura e per l’ignoto.
Il viaggio, durato trentasei giorni e ricordati dallo stesso Tomba come i peggiori che avesse mai vissuto, non fiaccarono lo spirito d’avventura e l’intraprendenza del giovane emigrante. Per dieci anni Tomba venne risucchiato nella sequela di impieghi più o meno manuali che si offrivano ai nuovi arrivati ma fu l’apertura del cantiere ferroviario che doveva collegare Buenos Aires a Mendoza a rappresentare l’occasione del successo. Accaparratosi progressivamente il rifornimento alimentare dei cantieri, accumulò una fortuna che fu pronto a reinvestire al capolinea dei lavori.
E’ a Mendoza, infatti, che Antonio Tomba reinvestì i proventi dell’approvvigionamento acquisendo vaste estensioni di suolo agricolo. Al coraggio dell’impresa seguì l’intuizione di convertire quelle vaste pianure alla cultura che Tomba conosceva bene: il vino del suo Veneto. Ed è proprio dal Veneto che arrivarono tecnici e agronomi che trasformarono la terre di Antonio Tomba in tenute moderne ed efficienti, capaci di produrre abbastanza da giustificare un impianto di pompaggio – un vero e proprio vino-dotto – che collegava la tenuta alla stazione. Abbastanza da spingere il presidente argentino Julio Roca a incoronare Antonio Tomba “re del vino”.
Ma Tomba, sebbene gli arridesse il successo, era nato sotto il segno dell’incertezza e del moto irrequieto. Più volte di spola tra Veneto e Argentina, sentendosi vicino alla morte volle intraprendere l’ultimo viaggio verso la casa natia. Ma, come per una strano scherzo del destino, la morte lo colse sul piroscafo, a metà strada. Venne sepolto in mare; a cavallo di due mondi che erano stati entrambi suoi.
Giulio
Trivelli: Antonio Tomba. Un emigrante valdagnese alla conquista dell’Argentina
(http://venetinelmondo.regione.veneto.it /Inform)