INFORM - N. 204-bis - 1 novembre 2012

 


DOCUMENTAZIONE

La relazione di Padre Graziano Tassello (Cserpe) al Seminario promosso da Fondazione Migrantes, Agenzia Sir e Fisc su “Emigrazione italiana in Europa e comunicazione”

Stampa cattolica di emigrazione in Europa

 

L’analisi dell’emigrazione italiana dal 1850 al 1900 indica la presenza di una stampa che gli esperti definiscono “politicizzata”, collegata prevalentemente alle lotte risorgimentali e indipendentistiche. Alle testate curate da esuli politici e mazziniani, subentra quella che gli studiosi descrivono come “stampa coloniale”, in quanto assomiglia più ad un bollettino di comunità che ad un giornale vero e proprio, con uscite intermittenti, con una informazione sulla vita della comunità e un collegamento con la realtà provinciale italiana. Essa si collega spesso al fenomeno che i ricercatori chiamano del “prominentismo”. Sono gli italiani riusciti, gli intellettuali, il clero – insomma gli elementi più dinamici della comunità – a fondare testate, che svolgono una funzione guida delle comunità italiane all’estero.

Giuseppe Fumagalli, nel volume pubblicato in occasione della Mostra su Gli Italiani all’Estero, in concomitanza con l’Esposizione internazionale di Milano del 1906, offre una tipologia dei periodici stampati all’estero negli anni 1903-1905[1]. Tra i giornali «impropriamente detti» annovera, accanto ai «giornali rivoluzionari», i «giornali religiosi». Commenta: «Veniamo in aria più sana e troveremo altri giornali di propaganda onesta, fra i quali, per la nobiltà degli intendimenti, dovremmo dare il posto d’onore ai giornali religiosi». L’autore dà ampio risalto soprattutto ai giornali di matrice protestante. Tuttavia nell’arco di oltre un secolo, la stampa di emigrazione di matrice cattolica ha saputo ritagliarsi uno spazio rilevante all’interno delle comunità, sebbene l’individualismo, il frazionamento, e la scarsa preparazione professionale l’abbiano resa, in talune circostanze, meno incisiva e provocatoria.

Dagli inizi alla seconda guerra mondiale

Troviamo a Malta una sorprendente produzione in lingua italiana di ispirazione cattolica. Da quando il 15 marzo 1839 il Regno Unito accorda la libertà di stampa, il giornalismo passa quasi interamente nelle mani degli emigrati italiani, raggiungendo uno sviluppo di grande rilievo, anche se non si può parlare stricte dictu di stampa di emigrazione[2]. Anche in Svizzera troviamo alcune testate religiose, per esempio «La Rezia italiana», fondato da D. G. Schiavi nel 1872[3].

Claude Cantini in un saggio del 1996 offre una tipologia dettagliata di 240 anni  di giornalismo italiano in Elvezia[4]. Vi appaiono anche le pubblicazioni religiose, sebbene il clima risorgimentale prima, e socialista e anarchico poi, ne ostacolino la diffusione. Basti pensare alla testata di Mario Guardigli, pubblicata a Ginevra dal 23 aprile al 7 giugno 1902, dal titolo «Il Prete – Le Prêtre. Fueille hebdomadaire contre Dieu, religions, églises et prêtres».

Dall’Italia l’Opera Bonomelli invia regolarmente in Svizzera il proprio giornale, «Il Bollettino»[5]. Ma il panorama editoriale italiano spinge ben presto i membri dell’Opera in Germania, Svizzera e Lussemburgo a creare un giornale sul posto. La prima testata diffusa nei segretariati bonomelliani di Svizzera e Germania è il settimanale «La Patria», edito a Friburgo (Germania) dal 1° marzo 1904 al 1909 e trasferito quell’anno a Basilea per via di alcuni dissidi con mons. Werthmann, desideroso di dirigere personalmente l’Opera in Germania. In una lettera del 9 dicembre 1905 si legge che il giornale «ha superato la tiratura di diecimila copie»[6]

Il missionario «dr. Bernardino Caselli di Torino fu redattore dal 1904 al 1906 del primo giornale italiano La Patria. Si era già pensato alla fondazione di un giornale a Cremona, ma non fu possibile finché mons. Werthmann non mise a disposizione la stamperia della Caritas[7]. Suo successore a Friburgo quale redattore de La Patria fu don Luigi Rolando»[8]. Sotto la spinta di don Enrico Druetti, la direzione è affidata a don Luigi Mietta di Tortona e il giornale raggiunge in poco tempo una tiratura di 8.000 copie. In una riunione dell’Opera, tenutasi a Mariastein (canton Soletta) i giorni 9-10 giugno 1910, viene approvato il seguente ordine del giorno: «I missionari propongono che per favorire ed aumentare la diffusione de La Patria l’Amministrazione procuri di mandare circolari e numeri in saggio in autunno ai parroci dei paesi di emigrazione e alle Unioni emigranti; si presti a mandare numeri di saggio per diffusione ai missionari che ne fanno domanda. La redazione procuri di introdurre regolarmente una rubrica di religione e morale pratica. Dal canto loro si impegnano a far propaganda del giornale nei diversi centri ove essi si recano a fare missioni; a mandare possibilmente in modo regolare delle corrispondenze relative ai paesi sottoposti alla loro azione ed a collaborare alla redazione stessa del giornale con articoli di informazione sui lavori, iniziative ecc.»[9].

L’intenzione del nuovo direttore era quella di sviluppare ulteriormente il giornale per arrivare dove i missionari non potevano giungere[10]. In una lettera al vescovo di Friburgo, mons. Thomas Norber, in cui Bonomelli cerca di risolvere il conflitto con Werthman, il vescovo di Cremona ribadisce l’importanza del giornale dell’Opera: «Viene [...] affidata ai missionari l’assistenza sociale degli emigrati, che i missionari sono soliti esercitare direttamente o per mezzo di collaboratori, in mezzi svariati, secondo lo richiedano i luoghi o i tempi (Segretariato, giornale La Patria etc.). In questo settore devono essere autonomi, come insegna l’esperienza; diversamente l’Opera non avrebbe ragion d’essere»[11].

«L’Operaio Italiano», quindicinale socialista pubblicato in Germania, si distingue per la particolare acredine con cui combatte la testata cattolica. «La Patria», infatti, si rivelava un rivale coraggioso, espressione autentica dei missionari che non ammettevano condizionamenti da parte delle istituzioni statali, le quali invece «ritenevano con l’assegnazione di un annuo contributo all’Opera di Assistenza, di poter esigere un totale allineamento dei missionari. Così avvenne da parte del ministro Tittoni, nell’ottobre del 1907, per via di alcune frasi pubblicate su La Patria (in merito ai rapporti tra Stato e Chiesa, peraltro riprese da agenzie) che vennero ritenute dal ministro ‘accuse ingiuriose’ verso il governo e tali da motivare la negazione del contributo governativo»[12].

In «La Patria» si trovano articoli assai utili sulle varie missioni[13]. L’11 febbraio del 1915 all’ordine del giorno del Consiglio direttivo dei missionari, vi è anche il «trasferimento del giornale La Patria»[14]. Il periodo bellico, con il conseguente rientro di molti italiani, aveva indotto i missionari a sospenderne la pubblicazione. In una lettera successiva viene comunicato al vescovo Rodolfi la volontà di riprendere, trasferendo la direzione del giornale a Coira con uscita quindicinale[15]. «Questo segretariato generale, avendo in varie occasioni rilevato il danno derivante dalla sospensione del giornale La Patria ha provveduto affinché col nuovo anno ne venga ripresa la pubblicazione. Essa uscirà a Coira sotto la direzione del missionario dell’Opera dott. Mietta e sarà quindicinale»[16].

Luigi Mietta, direttore de «La Patria» dal 1908 al 1926 descrive così il suo lavoro: «Il solo missionario circolante era il sottoscritto che, essendo direttore-redattore del settimanale La Patria, non aveva la responsabilità di una missione fissa e dal venerdì al lunedì (nel tempo libero dal lavoro del giornale) si dedicava alle missioni volanti nelle piccole colonie italiane»[17]. Successivamente i dirigenti laici dell’Opera, succubi delle pressioni fasciste, nel giugno 1926 costrinsero don Mietta ad abbandonare la direzione, dopo che si era deciso di trasferire la sede del giornale a Milano per controllarne meglio i contenuti. Il sacerdote confidava ad un altro missionario: «De Michelis nei nuovi accordi ha chiesto la mia testa e i nostri bravi signori, gliel’hanno data subito. Me l’aspettavo, ma non credevo che le schiene fossero così pieghevoli»[18]. Nel 1926 è messo a capo dell’Opera Bonomelli un commissario fascista, l’on. Orazio Pedrazzi, interessato all’inquadramento dell’Opera nelle forze vive e attive del governo nazionale. Le reazioni dei missionari alle crescenti misure repressive per un loro allineamento spingono la S. Sede a stabilire norme rigorose a tutela dell’indipendenza e autonomia del loro ministero. Vista l’inconciliabilità delle posizioni e il doppio gioco del regime (anche per l’elevato prezzo che il quest’ultimo intende far pagare ai sacerdoti in cambio di un sussidio finanziario), Pio XI scioglie l’Opera e nel 1928 crea una nuova struttura ecclesiastica. Anche «La Patria» cessa di essere l’espressione dei missionari cattolici in emigrazione.

Accanto al settimanale «La Patria», qua e là si registrano spinte per pubblicazioni locali. Don Alessio Caucci, missionario a San Gallo, nel 1918 scrive a mons. Rodolfi chiedendogli l’autorizzazione di pubblicare un bollettino religioso quindicinale per gli italiani[19]. Don Giuseppe Bergamo, direttore della missione di Naters (Vallese) nel 1928 inizia a pubblicare l’«Eco della Patria, Bollettino bimestrale della Colonia Italiana del Vallese», definito inizialmente «Bollettino bimensile della Colonia Naters-Briga» e, successivamente, «Bollettino parrocchiale». A Ginevra nel novembre 1933 esce il mensile «La Buona Parola», contenente notizie sull’emigrazione e sulle attività religiose, culturali e sociali, la pagina degli emigrati e dei ragazzi e le notizie delle opere di Ginevra. L’invio era gratuito. In precedenza usciva, sempre a Ginevra, come bollettino semestrale «Gli orfani italiani all’estero», organo di collegamento dell’Orfanotrofio italiano Regina Margherita gestito dalla missione[20]. Anche a Basilea la missione pubblica dal maggio 1930 il mensile «La Buona Parola. Bollettino della Missione Cattolica Italiana di Basilea», che sospese la pubblicazione durante la seconda guerra mondiale per riprendere nel 1946.

       Nel 1905 a Colonia nasce l’organo quindicinale in lingua italiana dei Sindacati Cristiani della Germania «L’Italiano in Germania». A Manchester padre Fracassi fonda nel 1928 «L’Apostolato!», «periodico bimensile, apolitico, ma pratico e utilissimo. Indispensabile per ogni ceto di persone». Vi collabora anche don Ireneo Rizzi da Cremona, che successivamente diviene missionario a Berna[21]. Rizzi, giunto a Berna, vi fonda nel 1927 il giornalino «Rondinella Italiana»” «Settimanale per i nostri Emigrati. Gratuito pei soli parrocchiani di Lingua Italiana di Berna». Scrive: «Gradiremo indirizzi di famiglie di lingua italiana dimoranti in qualsiasi parte del mondo, alle quali faremo un dovere d’inviare gratuitamente la “Rondinella Italiana”. È inesprimibile la gioia che provano i nostri emigrati quando ricevono la “Rondinella”; ed è incalcolabile il bene, che essa apporta a tante anime disperse»[22]. Già direttore de «L’Artigianello», notiziario quindicinale dell’Istituto Artigianelli di Cremona, don Rizzi intende fare della nuova testata un giornale per gli emigrati italiani di tutto il mondo. Con lettera del 9 settembre 1929 della S. Congregazione Concistoriale (Pr. 527/27), il segretario Raffaello Rossi ne ridimensiona i propositi: «La situazione della Colonia Italiana di Berna, esposta a tanti pericolo nella fede e nella morale, richiede certamente, da parte della S. V. un lavoro non indifferente per contrapporre, a tanta propaganda di male, opere di bene [...] Da ciò conseguita che il Bollettino “La Rondinella” sia dedicato particolarmente a cotesta colonia Italiana, tanto più che, data la diversità delle esigenze, non potrebbe essere altrettanto utile agli Italiani di altre regioni, ai quali provvedono o provvederanno i rispettivi Missionari, sotto la direzione di don Babini, che di tutti i Missionari di Europa ha la direzione»[23] E Babini si affretta a precisare: «È volontà dei Superiori che come settimanale si abbia un solo giornale; per i bollettini mensili si lascia libertà ai Confratelli, però anche per questi si desidera un certo coordinamento e reciproco aiuto»[24].

Dopo la soppressione dell’Opera Bonomelli, Giuseppe Rampo, destinato alla cura degli italiani nel cantone Glarona, nel settembre 1930 dà vita a «Il Foglio della Missione Italiana. Settimanale per gli Emigrati», con il preciso intento di «tenere uniti tutti i cari emigrati italiani di questo Cantone»[25]. Già il 6 settembre 1931 il giornale cambia impostazione e diviene «La Missione Italiana. Settimanale illustrato per gli Emigrati di Glarus». Scrivendo a Babini, Rampo si lamenta per la poca stima degli altri missionari. «Non capisco questo accanimento dei vecchi missionari contro un periodico, che, spero, è perfettamente ortodosso [...] Il campo degli emigrati è così vasto che ci può stare anche il mio. I fascisti non fanno altro che stampare nuovi periodici per gli emigrati, perché i gusti sono molti e chi piace uno e chi piace l’altro»[26].Nel 1932 Rampo si adegua alla direttiva di Babini che lo invita ad uscire mensilmente con il suo bollettino.

«Il Corriere»

«All’indomani del primo conflitto mondiale, nel Sud Ovest della Francia tra Tolosa e Bordeaux, il problema della denatalità aveva assunto proporzioni molto serie. Nel giro di un trentennio il vasto territorio aveva perduto ben 458.000 contadini; in un decennio erano stati abbandonati 244.000 ettari di terreno; la produzione agricola era diminuita di oltre 6 milioni di quintali. Un solo dipartimento, il Lot-et-Garonne, in circa 90 anni aveva perduto più di 100,000 abitanti; Marmade e Hautesvignes avevano visto la popolazione ridursi rispettivamente del 44 e del 55%. Oltre 3.500 fattorie abbandonate; un milione e 200.000 ettari di terre incolte»[27]. Gli agricoltori francesi fecero appello alle famiglie italiane, per risollevare le sorti di quella regione. La corrente migratoria italiana verso il Sud-Ovest, iniziata nel 1921-1922, nel 1930-1934 aveva raggiunto le 200.000 unità.

In questo contesto il 4 novembre 1926 esce ad Agen «Il Corriere», curato da mons. Noradino Eugenio Torricella che, prima di divenire nel 1924 missionario di emigrazione, aveva prestato servizio presso la Nunziatura Apostolica di Vienna. Era un giornalista di grande talento e, assieme ad altri missionari, avvertiva l’esigenza di dotare le missioni di un organo di stampa autonomo, ora che «La Patria» era completamente fascistizzata.

Nell’editoriale del primo numero, il direttore scrive che il giornale vuole operare sopra le passioni politiche, perché «fare della politica significa […] creare e mantenere dissensi. “Il Corriere” diverrà il giornale degli emigrati: non l’eco di lotte, di insulti, di volgarità, ma l’eco di parole che affratellino».

La diffusione del settimanale è capillare; entra in tutte le aziende agricole e vinicole del Tolosano e del Bordolese dove lavorano gli italiani. Ben presto estende il suo raggio di azione raggiungendo Marsiglia, la vallata del Rodano, il dipartimento dell’Est, sino alla capitale francese. Il giornale riscuote tanto successo che penetra anche in Belgio, nel Lussemburgo, in Germania, in Svizzera, e perfino in Romania. Nel 1938 la tiratura raggiungeva le 14.000 copie.

Pur divenendo sempre più popolare, il giornale è inviso sia alle autorità fasciste che ai fuoriusciti italiani. Difatti i missionari in Europa erano «sottoposti al “fuoco incrociato” di quanti li accusavano di connivenza con la strategia politica dell’opposta fazione»[28]. La netta presa di posizione della Santa Sede contro il tentativo del regime di fascistizzare l’Opera Bonomelli «non era stata sufficiente a dissipare i pregiudizi diffusi negli ambienti del fuoruscitismo laico, che era rimasto all’oscuro del clima di sospetti e di dissensi sorto a livello istituzionale tra i missionari e il regime»[29].

Borruso, nel suo brillante studio sulle missioni in Europa, riporta il colloquio che il console di Nancy ebbe con don Bertolino, missionario di Homecourt, in cui il console oltre ad accusare il missionario per la sua assenza ai funerali di un impresario italiano filofascista, «ne approfittò per accusare la posizione dichiaratamente “antifascista e disfattista” del Corriere, al punto da volerne proibire la diffusione nell’intera colonia»[30]. Le accuse e le intimidazioni arrivano anche dalle correnti più estreme della sinistra, fino ad attentati veri e propri come nel caso di don Martinoli ad Esch in Lussemburgo, ferito a colpi di pistola, e l’uccisione di don Cesare Caravadossi, a Jouef il 17 novembre 1928. Per ottenere il sussidio dal governo, il console il conte D’Agliano impone al «Corriere» «un severo controllo sui contenuti dei suoi articoli. Egli avanzò perfino la pretesa della direzione del giornale, proponendo a Torricella di relegarlo al ruolo di correttore di bozze»[31]. Torricella risponde. «Il Corriere non è un giornale politico: è un giornale a carattere religioso patriottico, perché su questo terreno soltanto può fare qualche cosa di bene e mantenere vivo il senso della Religione e della patria [...] Il suo programma [...] resta e non cambierà perché esso forma la ragione di vita del “Corriere”. Il giornale accetta appoggi, non mendica elemosine, non può patteggiare sussidi»[32].

È in questo clima, che diviene sempre più arroventato con il passare degli anni, che Torricella si muove e lavora. Egli lo considera il giornale uno strumento così prezioso che dopo il fallimento della Banca Commerciale Franco-Italiana, che aveva finanziato il primo numero, ne continua la pubblicazione a proprie spese, trasformandolo «da settimanale in quindicinale in attesa di tempi migliori»[33].

Il missionario mira a trasformare il «Corriere» da giornale della missione di Agen in organo delle missioni cattoliche italiane in Europa. Quando la Santa Sede approva il progetto[34], si pensa di spostare la direzione a Parigi. Torricella fa presente quanto sia difficile questa operazione, anche perché mancano giornalisti. Nell’agosto del 1933 mons. Babini informa i missionari che la proprietà del «Corriere» passa all’Opera Missioni Cattoliche Italiane d’Europa, mentre la direzione e la stampa del giornale continuano a rimanere ad Agen.

Oltre alla difficoltà esterne, non mancano polemiche interne da parte di don Sturzo, o di alcuni missionari, come don Ulrico Fulchiero della missione di Uster (Zurigo), il quale non approva la linea editoriale del settimanale o accusa il direttore di non voler pubblicare i suoi articoli. Torricella commenta: «Tutti matti che alle volte mi fanno ammirare la potenza di Dio, il quale deve essersi divertito delle giornate intere a mettere insieme dei tipi così attraenti. Ma poi quando si è stancato, li ha regalati all’umanità. Nei tipi ci sono anch’io, naturalmente»[35].

Nel frattempo le tensioni, la guerra civile in Spagna , la crisi finanziaria, il conflitto italo-etiopico hanno incrinato profondamente il già precario equilibrio europeo ed inasprito la contrapposizione di quegli schieramenti che avrebbero portato alla guerra, Nel luglio del 1939 Torricella deve far fronte all’internamento degli italiani nel campo di prigionia di Vernet. Con lo scoppio della guerra tra Italia e Francia del giugno 1940, vi vengono rinchiusi anche numerosi appartenenti alle organizzazioni fasciste operanti in Francia. La loro permanenza è piuttosto breve, perché con la firma dell’armistizio, dopo la repentina caduta della Francia in mani germaniche, le autorità fasciste italiane provvedono a farli liberare.

Il Partito Comunista Italiano, nella primavera del 1939, ha architettato un piano di penetrazione nel Sud-Ovest francese e intendeva annientare l’influsso del «Corriere» e della sua «propaganda anticomunista». Si vuole colpirne il direttore, presentandolo alle autorità n francesi come un fascista, di cui liberare al più presto la Francia. Per portare a compimento il progetto, i comunisti italiani si avvalgono della stampa francese ed iniziano una campagna martellante contro Torricella, che rimane senza appoggi. Con il governo Pétain i socialisti e i comunisti si danno alla fuga, ma al giornale viene negata l’autorizzazione a pubblicare, sebbene Torricella tenti in tutti i modi di ottenere il permesso, che giunge, finalmente, nel febbraio 1941. Sennonché la diffusione è limitata. Nell’aprile 1943 Torricella richiama l’attenzione sullo stato di isolamento in cui versano gli italiani internati dai tedeschi nel campo di Vernet, invitando i lettori ad inviare mensilmente generi di prima necessità. Intitola il pezzo: Appello ai buoni.

L’armistizio crea ulteriori problemi alla comunità, che il missionario-giornalista cerca di difendere anche perché tutte le autorità sono fuggite per paura di rappresaglie tedesche. Torricella non manca di denunciare questo comportamento, ma il 7 gennaio 1944 è assassinato nel suo ufficio, mentre sta scrivendo alcune note per il giornale. L’assassinio ha inferto un duro colpo alla testata, ma venti giorni dopo mons. Babini incarica lo scalabriniano Giovanni Triacca di riprendere la direzione del giornale. «Nell’agosto 1944 il governo francese sospese le pubblicazioni del giornale, che riprese con una nuova testata, “L’Eco Missionario”, solo il 3 aprile 1947»[36], come quindicinale delle missioni cattoliche italiane in Francia, divenuto successivamente «L’Eco d’Italia».

Accanto a «Il Corriere», testata dal respiro europeo, in Francia, dove fra le due guerre erano attive 22 missioni per le colonie italiane, troviamo altri bollettini, quali «Il Pro-Familia», «La Buona Parola», «La Campana Nostra»[37].

Nel secondo dopoguerra

Belgio

Il Belgio è il primo paese europeo a richiamare una forte corrente immigratoria dall’Italia nel secondo dopoguerra, soprattutto nel settore minerario. Verso la fine del 1946, mons. Ferdinando Cento, nunzio apostolico in Belgio e Lussemburgo, lancia l’idea di due giornali, uno settimanale e l’altro mensile pere gli italiani. .Il patronato ACLI, in collaborazione con il sindacato cristiano , assume l’incarico del settimanale «Sole d’Italia» che esce nel 1947. Gli articoli dello scalabriniano Giacomo Sartori, fondatore delle ACLI in Belgio, fanno parte della storia giornalistica dell’emigrazione per le sue prese di posizione coraggiose a favore dei diritti dei lavoratori emigrati[38]. La testata, diretta da Ettore Anselmi, estende la diffusione anche negli altri Paesi del Benelux, modificando nel corso degli anni «l’assunto iniziale per acquisire tonalità sempre più marcatamente politiche»[39]. Oggi il giornale è divenuto il mensile «Qui Italia».

I missionari avviano la pubblicazione di un mensile che, inizialmente, si chiama «La Scintilla». La testata è pubblicata a Charleroi ed è diretta da Giacomo Sartori. In un secondo momento la testata diventa «La Missione» e da ultimo «MissioneMigrazione». Nel 1995 si fonde nella testata scalabriniana europea «Nuovi Orizzonti Europa», con inserto ad hoc per il Belgio dal 2002.

A Morceau sur Sambre è pubblicato il mensile «Presenza operaia», diretto dall’allora segretario provinciale del movimento aclista di Charleroi, Giuseppe Piccoli. La testata continua anche oggi e porta il nome di «Presenza». A Bruxelles Epifanio Guarneri da alcuni anni pubblica un trimestrale elettronico dal titolo «MCL Belgio Flash», mentre a Genk l’aclista Fernando Marzo pubblica «Azione sociale». La missione di Liegi cura un foglio mensile. La comunità di Ixelles (Bruxelles) invia un foglio di collegamento trimestrale, mentre la missione di Quaregnon edita un bollettino bimestrale.

Olanda e Lussemburgo

L’Olanda accoglie una percentuale sia pure modesta della nuova emigrazione italiana nel secondo dopoguerra. Nel dicembre 1949 la missione cattolica italiana dell’Aja inizia a pubblicare il periodico «La Squilla», come supplemento de «L’Operaio Cattolico» della Tipografia Giacomo Rumor a Vicenza. Col cambio di direttore, nel dicembre 1952, cambia anche il nome della testata. Esce così, per i tipi della stessa Tipografia, il primo numero de «La Voce d’Italia», che si qualifica come «Periodico per gli emigrati italiani in Olanda». La Voce d’Italia» persegue principalmente tre obiettivi: «Creare un collegamento ideale nel ristretto numero dei connazionali presenti; fornire tutte le informazioni relative al mondo dell’emigrazione e ai problemi sociali attinenti la vita degli emigrati; coltivare una educazione civica ed una formazione religioso-morale»[40]. Ma come tante piccole testate sorte all’interno delle missioni, anche «La Voce d’Italia» conosce ben presto difficoltà di vario tipo per cui è costretta a sospendere la pubblicazione ed esce poi saltuariamente fino alla totale chiusura. Anche ad Amsterdam il direttore della missione don Fabio Marchetti pubblica con periodicità irregolare, l’informativo religioso «La Gondola».

In Lussemburgo, ad Esch-sur-Alzette, nel 1949 vede la luce il bollettino «La Missione» diffuso in 4000 esemplari[41]. Si cerca anche di diffondere il settimanale «L’Eco d’Italia»[42]. Nel 1969 lo scalabriniano Giovanni Guadagnini dà vita al mensile informativo «Vita italiana – mensile degli Italiani in Lussemburgo». La testata riporta notizie di carattere locale concernenti la collettività, provvedimenti adottati dal governo nazionale nel settore migratorio, nonché informazioni sui principali avvenimenti di politica interna italiana. Anche questo mensile si fonde nella rivista europea «Nuovi Orizzonti Europa».

Gran Bretagna

Le condizioni degli italiani che risiedono in Gran Bretagna al termine della seconda guerra mondiale risultano assai penose, «avviliti per i quattro lunghi anni di internamento nell’Isle of Man, addolorati per il grande numero di scomparsi nell’affondamento della Arandora Star, senza poter usufruire di alcuna assistenza ospedaliera, scomparsa la Casa d’Italia, il Club Mazzini Garibaldi chiuso con relativo incameramento di beni da parte dello Stato inglese»[43] . Questo stato di cose induce Domenico Valente della Società di S. Paolo a diffondere quello che in un primo momento è solo un volantino per informare gli italiani sui servizi religiosi cattolici a Londra e che poi diviene «La Voce degli Italiani». La pubblicazione inizia nel gennaio 1948.

Con l’arrivo della nuova emigrazione, «il giornale prese a cuore le vicende e i problemi dei nostri lavoratori: funse da organo di informazione, prestò assistenza asociale e in alcuni casi incresciosi prese posizione in difesa dei loro diritti»[44]. Collaboravano numerosi intellettuali presenti nella metropoli inglese, tra cui Ruggero Orlando, C. M. Franzero e Renzo Salvadori. Nel 1957 «La Voce degli Italiani» diviene quindicinale e nel 1963 la testata è ceduta agli scalabriniani, «i quali ne operarono un rilancio attraverso una nuova impostazione redazionale e una maggiore diffusione tra le collettività italiane di provincia […] convertendo il giornale in uno strumento promotore di particolari iniziative sociali, culturali e sportive»[45]. Nel 1968 «La Voce degli Italiani» incorpora «L’Italiano», fondato nel 1950 quale organo ufficiale delle missioni cattoliche italiane in Inghilterra, e che «si era via via trasformato in un analogo organo di informazione, assumendo di volta in volta il titolo di “La Luce”, “La Squilla”, e infine “L’Italiano”»[46].

Accanto alla «La Voce degli Italiani» si registrano altri giornali di ispirazione cattolica, come «Backhill», mensile della Chiesa italiana di Londra, «Il messaggero Italiano», mensile fondato nel 1994 da Giacomo Morone e diffuso nell’area consolare di Manchester, «Nuova Presenza», mensile fondato nel 1980 e edito dalle ACLI a Londra.

Francia

Nel 1948 il giornale di Francia «L’Eco Missionario»[47], riallacciate le vecchie file, recuperati gli abbonamenti di un tempo, ripresa la periodicità settimanale ed il formato originario, subisce un’ulteriore trasformazione, tralasciando la qualifica di «missionario» e divenendo semplicemente «L’Eco». Poiché i nuovi flussi migratori ora si dirigono prevalentemente verso i grandi centri urbani, «L’Eco» si trasferisce prima a Marsiglia e, successivamente, nel 1962, alla periferia di Parigi con l’attrezzatura occorrente alla composizione e all’impaginazione,

Trasformato ancora una volta il nome della testata, che diviene «L’Eco d’Italia», il periodico allarga la sua diffusione curando ogni quindici giorni un’edizione speciale per gli italiani in Svizzera; una volta al mese un’edizione per i connazionali del Lussemburgo; ed infine una diecina di edizioni, sempre mensili, per altrettante regioni della Francia con una media sulle 20.000 copie settimanali e punte di 40-45.000.

Questo considerevole e sforzo editoriale, nonché qualche dissenso ideologico all’interno della redazione sulla natura dell’apostolato migratorio, induce la testata  a sospendere “provvisoriamente” la pubblicazioni l’8 gennaio 1972.

In Francia, la cessazione de «L’Eco» è concomitante all’uscita di altri periodici editi dalle missioni. A Lione, lo scalabriniano Enrico Larcher fonda nel 1971 il mensile la «Voce Italiana» con l’intento di tenere vivi tra gli italiani immigrati nella regione i valori cristiani e culturali, nonché legami con l’Italia. A Parigi un altro scalabriniano Franco Casati pubblica il mensile bilingue «La Missione. Nuovi Orizzonti», «con orientamento progressista»[48]. Aldo Bechi nel 1973 avvia sempre nella capitale, ma con diffusione nazionale, il mensile «Azione Operaia», sull’attività delle ACLI in Italia e in Francia. Ad Annecy p. Alfredo Ferrari riprende la pubblicazione di «Campana nostra» (fondata nel 1929) e la stessa viene utilizzata dalle missioni di Tolosa, Carcassonne e Pamiers. La missione di Nizza nel 1988 fonda il trimestrale «In cammino».

I vari fogli informativi, notiziari, bollettini pubblicati dalle missioni rispondevano ad un bisogno reale offrendo risposte ad urgenti ed importanti problemi agli italiani di fresca immigrazione. Con il passare degli anni alcune missioni italiane prendono coscienza che, da sole, non hanno più le possibilità materiali e il personale adatto per continuare a mantenere vivo il proprio periodico. Inizia un processo di riavvicinamento che porta alla creazione di un periodico comune. Le testate che per prime prendono coscienza di questa necessaria e vitale collaborazione sono «La Missione» di Hayange (Mosella), «La Missione» di Parigi, «La Voce Italiana» di Esch-sur-Alzette (Lussemburgo). In un incontro tenutosi a Parigi, decidono di creare un’unica rivista: «Nuovi Orizzonti Emigrazione».Il primo numero è dato alle stampe nel gennaio-febbraio del 1974. Progressivamente altre missioni italiane decidono di unirsi: «La Missione» di Marchienne-au-Pont (Belgio) e la «Voce italiana» di Lione. Con la fusione di queste due nuove testate la testata da «Nuovi Orizzonti Emigrazione» cambia nome e diviene «Nuovi Orizzonti Europa», nel 1994. Per rispondere in una maniera appropriata alle diverse realtà delle comunità italiane del Belgio, del Lussemburgo-Alsazia-Lorena, della Francia centro-meridionale (Lione-Grenoble-Saint Etienne) e della regione parigina la rivista stampa attualmente un inserto speciale di 8 pagine per ogni edizione locale. Il numero di copie si aggira tra le 9 e le 10.000.

Germania

In Germania, nell’immediato dopoguerra, i pochi sacerdoti operanti su un vastissimo territorio tentano di riallacciare le fila con i circa 30.000 connazionali presenti nella RFT. Come primo tentativo di collegamento ritengono utile nel 1951 diffondere «La Squilla» olandese. L’accordo di emigrazione italo-tedesco del 1955 genera un flusso sempre maggiore di emigrati verso e «La Squilla» deve far fronte a sempre nuovi, più impegnativi compiti. Nel 1963 il periodico – che nel frattempo è passato sotto la direzione di don Silvano Ridolfi e alle rotative dell’«Avvenire» d’Italia di Bologna – muta il nome della testata in «Corriere d’Italia», diviene settimanale, aumenta la tiratura, «con una impostazione cattolica non priva di tendenze progressiste»[49], afferma Briani. Per molto tempo è l’unico settimanale di lingua italiana per tutta la Germania e le sue posizioni di grande apertura suscitano talvolta aspre polemiche con alcune frange della comunità. Recentemente la testata ha optato per una periodicità mensile, mutando in parte la propria natura e puntando sempre di più su approfondimenti di tematiche specifiche e sul dialogo con la società civile e religiosa locali anche con articoli in tedesco.

Accanto al giornale della Delegazione dei missionari italiani in Germania, finanziato dalla Conferenza episcopale tedesca, in alcune grandi città dove la concentrazione di italiani è assai numerosa sorgono bollettini locali. A Colonia nel gennaio 1991 la missione, retta dagli scalabriniani, inizia a pubblicare «Insieme-Gemeinsam». La periodicità è di quattro numeri all’anno. Il trimestrale è stato preceduto per alcuni anni da un bollettino ciclostilato, inizialmente distribuito a mano da un gruppo di volontari. Il nome prescelto sottolinea l’intento di raggiungere i cittadini di altre nazionalità, in particolare i concittadini tedeschi, che desiderano conoscere da vicino la vita della comunità italiana. Per questo il giornale pubblica anche articoli in tedesco e brevi sintesi in tedesco di quelli in italiano. Attualmente è spedito per posta a 15.000 indirizzi.

«Contatto» è il bimestrale della missione di Monaco. L’iter storico di questa testata è esemplare per lo sviluppo di molti altri bollettini, che nel tempo hanno raggiunto una notevole perfezione formale. Nasce nel 1975 come ciclostilato ed è il tipico foglietto di informazione della missione. I primi due numeri portano il nome di «Collegamento». Dal terzo (marzo 1975) diviene «Contatto» ed è distribuito in occasione di celebrazioni e feste. Nel 1978 alla testata è data una nuova impostazione grafica e nel gennaio 1981 sono raggiunte le 1000 copie. Passato alla stampa e ad una grafica accattivante raggiunge oggi i 6500 esemplari ed è inviato per posta a tutte le famiglie italiane di Monaco e dintorni.

Mentre «Contatti» di Stoccarda (1979-2007) ha cessato la pubblicazioni, nonostante avesse raggiunto una tiratura di 30.000 copie, gli altri bollettini non solo continuano, ma con il passare degli anni hanno migliorato considerevolmente la composizione grafica e i contenuti.

Accanto ai bollettini delle missioni e al mensile della Delegazione dei missionari italiani, in Germania sono stati pubblicati per un certo tempo anche strumenti di lavoro miranti a sensibilizzare la società su aspetti particolari dell’emigrazione e ad aggiornare missionari ed operatori sulla evoluzione in atto, anche attraverso la pubblicazione di documentazione pertinente. Segnaliamo «CEDOM Selezione», uscito la prima volta nel gennaio 1976, emanazione del Centro Documentazione Migratorio, sorto a Monaco ad opera degli scalabriniani il 13 dicembre 1975. Il bollettino si proponeva di mettere in circolo, anche approfondendoli, i risultati di dibattiti e tavole rotonde organizzati dal Centro sui più importanti temi dell’emigrazione in Europa. Il periodico, prima a scadenza mensile e, successivamente, trimestrale, in un secondo momento concentra la sua attenzione sui problemi educativi e culturali in emigrazione. Cessa le pubblicazioni nel dicembre 1981.

Il «Bollettino UDEP», edito dall’Ufficio Documentazione e Pastorale per le Missioni Italiane in Germania e Scandinavia, esce nel gennaio 1971 e nel novembre 1973 diventa «Quaderno UDEP». Dapprima ciclostilato, nel 2001 passa alla stampa e successivamente diventa bilingue. Pensato come sussidio per gli operatori pastorali riporta atti di convegni, interventi, saggi apparsi su altre riviste, documenti ufficiali e tesi di pastorale.

In Germania si registra di recente una grande novità, il Webgiornale bilingue, curato da Tobia Bassanelli. In una intervista, il missionario dehoniano descrive così il nuovo compito: «Nel 1998 terminava il mio impegno di lavoro presso il “Corriere d’Italia” (di cui sono stato direttore negli ultimi sei anni, dal 1992 al 1998). Desideroso di continuare ad operare nel mondo dell’informazione a favore della collettività italiana in Germania, ho pensato di investire nei nuovi media le competenze acquisite. Ho così creato un’agenzia stampa, la “de.it.press”, che inizialmente diffondeva le informazioni via fax (“Faxgiornale”) e, successivamente, nel novembre del 1999, ho avviato l’attuale pubblicazione telematica su Internet, il “Webgiornale»[50].

Svizzera

Nel secondo dopoguerra si assiste ad un vero boom dei bollettini di missione in Svizzera. Dal 1946 al 200 si contano circa 100 nuove testate.

Oltre ai bollettini delle missioni, in Svizzera sono pubblicati anche altri notiziari di ispirazione cristiana in lingua italiana. Ricordiamo, ad esempio, «Acfeinformazioni», un periodico trimestrale curato dal Centro Familiare Emigrati (CFE), «Il Dialogo» delle ACLI Svizzera, giunto nel 2008 al XVIII anno con 5000 copie, «Sulle strade dell’esodo», pubblicato dall’aprile 1976 a Solothurn e successivamente a Stoccarda dalle missionarie secolari scalabriniane come bollettino di collegamento, riflessione e spiritualità migratoria. Successivamente si aggiungono altre edizioni in tedesco, in portoghese e spagnolo.

Alcune missioni hanno anche curato per un po’ di tempo giornalini per gruppi specifici. È il caso de «Il Corrierino degli Asili della Missione Cattolica Italiana del Birseck». Recentemente inoltre qualche missione (Zürichsee-Oberland, Frauenfeld-Sirnach, Kreuzlingen-Winfelden, Allschwil-Leimental, Horgen, Oberland-Glattal) ha preferito rinunciare ad un bollettino proprio e pubblicano un inserto mensile sul settimanale «Corriere degli Italiani». Altre missioni hanno invece optato per unirsi in un bollettino a carattere zonale. Questo ha permesso un notevole miglioramento della veste tipografica e la formazione di una redazione più composita, sebbene la testata risulti in parte appesantita dalla ripetizione di avvisi parrocchiali e di messaggi religiosi assai simili tra di lori.

Tratti caratteristici dei bollettini di missione

Colpisce anzitutto il numero elevato di bollettini pubblicati dalle missioni, soprattutto in Svizzera. Anche i vescovi che dall’Italia si recano in visita agli emigrati sono sorpresi favorevolmente da questo impegno. Leggiamo nel diario di viaggio di mons. Zaffonato, vescovo di Vittorio Veneto, che visita le missioni della Svizzera dal 5 al 20 novembre 1949, «La missione (di Ginevra) diffonde a migliaia un ottimo bollettino “Il Vincolo”, titolo che dice un programma»[51].

L’inizio è caratterizzato da tirature basse e a livello amatoriale; soltanto in un secondo momento si passa alla stampa. Nonostante le dichiarazioni di intenti il bollettino, almeno inizialmente, è frutto del lavoro, delle intuizioni e del gusto del missionario di turno. Il che si riflette anche nelle variazioni intercorse nel tempo. Esso mira a creare un legame forte ed immediato con la comunità che sperimenta un forte isolamento. Intende inoltre fare opinione su alcune questioni e ad offrire notizie che non appaiono in altri organismi di stampa. I nomi dati ad alcune testate esprimono bene, seppure un po’ ingenuamente, il desiderio di ricreare l’atmosfera di un focolare, tenere viva una fiamma, promuovere un collegamento, seminare la Buona Parola.

Non si può sottovalutare la diffusione capillare di queste testate, le uniche a raggiungere per posta, e quindi in modo certo, tutte le famiglie di una determinata località, garantendo un metodo insostituibile di contatto con tutti. Nonostante il pubblico ristretto (una zona particolare) cui si rivolgono, cercano di superare il pericolo del localismo. Non dedicano spazio a polemiche e personalismi, che spesso caratterizzano la stampa di emigrazioni, e si propongono come strumenti di formazione di una comunità alla solidarietà.

Le testate delle missioni sottolineano la voglia di raccontare una storia dal basso, fatta non di personaggi famosi, ma imperniata sulla quotidianità. Forse è questo il motivo per cui la cultura ufficiale ancorata su posizioni ideologiche ignora o non dà sufficiente peso a questa catena di trasmissione capillare, classificata in tono dispregiativo nella categoria dei bollettini parrocchiali, perpetuando un classico stereotipo migratorio che toglie l’anima alle persone e rappresenta l’immigrazione soltanto come investimento partitico e economico. Queste piccole testate si sono invece rivelate un prezioso strumento di formazione, bollettini di animazione, di collegamento e di sensibilizzazione, trasformandosi in non pochi casi in autentici fogli di opinione. Esse hanno saputo garantire alle comunità emigrate e ai loro discendenti, durante anni di latitanza e di assenteismo da parte delle istituzioni italiane, degli intellettuali e dei grandi media, oltre che un flusso vitale di informazioni generali e specialistiche, anche un collegamento prezioso fra le diverse componenti sociali, culturali e religiose delle comunità ed un senso di identità.

La recente evoluzione dei bollettini dà risalto a contenuti specifici che mirano ad immettere nelle comunità una controcultura attraverso la formazione alla solidarietà, alla partecipazione, all’impegno di collaborazione con altri gruppi etnici, all’accettazione di un discorso autenticamente pluriculturale. Sempre di più il bollettino diviene uno strumento controcorrente per arginare un diffuso individualismo teso ad azzerare i valori-guida della comunità. Nel suo piccolo, esso punta pertanto ad ampliare gli orizzonti, stimolando la partecipazione e aiutando il migrante ad essere parte attiva nella società dove risiede e voce viva all’interno della chiesa locale.

Favorisce anche, seppure con una certa difficoltà, il protagonismo del migrante, come si evince dalla collaborazione di giovani professionisti, volontari della penna, dell’impaginazione e della diffusione. Il bollettino si è così trasformato in scuola di vita di volontariato, coinvolgendo le nuove generazioni nei problemi e nelle sfide poste dalla comunità immigrata.

«Corriere degli Italiani»

Il «Corriere degli Italiani» può in qualche modo essere considerato una filiazione de «Il Corriere» pubblicato per la prima volta il 4 novembre 1926 ad Agen. Quando nel secondo dopoguerra si punta nuovamente a rendere «L’Eco» una testata a livello europeo, le missioni cattoliche italiane della Confederazione Elvetica rispondono positivamente e dal 10 gennaio 1952 il settimanale incomincia a ospitare un inserto speciale per la Svizzera. In una nota del 10 gennaio 1952 a firma del direttore leggiamo: «Prima di rivolgere ai lettori ed abbonati di Francia l’annuale appello per il riabbonamento 1952, con grande gioia indirizziamo un cordiale saluto, come si fa tra amici che si conoscono da tempo, a centinaia di nuovi lettori, i quali per la prima volta leggeranno “L’Eco”. Infatti, grazie ad una felice iniziativa, il nostro settimanale, a partire da questo primo numero di gennaio 1952, raggiungerà in edizione speciale gli Emigrati della Svizzera».

P. Giovanni Favero, direttore dei missionari italiani in Svizzera, scriveva in data 3 gennaio 1952: «Carissimi Italiani! Arriva finalmente a voi il giornale che da tanto tempo aspettate: “L’Eco”. Sarà il vostro settimanale che vi porterà le notizie del mondo, della nostra cara Italia e dei connazionali che lavorano in tutti i cantoni della Svizzera. Fate buona accoglienza al vostro settimanale! Esso vi terrà al corrente di ogni notizia interessante il vostro lavoro e vi porterà anche la buona parola dei 24 missionari italiani che in tutta la Svizzera vi assistono nel vostro lavoro».

Ma l’aggiunta di un inserto ad hoc per la Svizzera non ottiene l’esito sperato. «Il lavoro di collaborazione tra le missioni cattoliche italiane in Francia e Svizzera durò 10 anni. La presenza sempre più numerosa di immigrati italiani in Svizzera e le diverse condizioni socio-politiche e religiose che si erano venute nel frattempo a creare in questi due Paesi, indussero necessariamente alla creazione di un settimanale mirato alla situazione svizzera nell’ambito sempre delle problematiche inerenti all’emigrazione»[52].

In una riunione tenutasi a Parigi l’11 gennaio 1961, i responsabili de «L’Eco» decidono di sospendere l’edizione riservata alla Svizzera. Lo scalabriniano Angelo Ceccato, direttore dei missionari in Svizzera, ha intanto intrapreso una consultazione e costituito una commissione per pubblicare e gestire in proprio un settimanale delle missioni cattoliche italiane in Svizzera. La nuova iniziativa della Direzione dei missionari in Svizzera ottiene i più ampi consensi da parte delle autorità ecclesiastiche e civili.

Il 1° febbraio 1962 esce il primo numero del nuovo settimanale «Il Corriere degli Italiani». In data 3 febbraio 1962, inviandone copia al card. Carlo Confalonieri, segretario della Sacra Congregazione Concistoriale, il direttore dei missionari scrive: «Questo primo numero esce con oltre ottomila esemplari: l’impegno dei missionari, in partenza, ha permesso di raddoppiare il numero delle copie del settimanale delle missioni, fin dal primo numero. Se lo slancio e l’unità persevereranno, spero che si possa diffondere efficacemente la voce della Chiesa tra molti emigrati»[53].

Sotto la direzione dello scalabriniano Giuseppe Miele, il giornale, attento alle problematiche degli italiani in Svizzera, denuncia coraggiosamente manchevolezze e ingiustizie nei loro confronti.

Il 19 settembre 1963 viene approvato lo statuto della Società Italo-Svizzera per la Stampa di Emigrazione (SISSE). Don Mario Bini scrive in questi termini al direttore dei missionari, mons. Aldo Casadei, il 13 marzo 1966: «Vi saranno certamente alcuni confratelli che reclameranno e che vorranno diminuire il loro numero. Ma, salvo in qualche caso eccezionale, noi non potremo retrocedere, perché ci siamo impegnati tutti a pubblicare il nostro settimanale e ciò è possibile unicamente se la tiratura dello stesso supera le 10 mila copie […] La vendita del giornale costa sacrificio; ma costa pure sacrificio lo scriverlo ogni settimana[54].

Negli anni settanta sembra venire meno l’appoggio generalizzato dei missionari, nel cui interno le discussioni sul senso della pastorale migratoria portano ad una proliferazione di prese di posizione che rendono assai ardua la presentazione di una linea omogenea e soprattutto di essere punto di riferimento e voce di tutte le missioni.

La fioritura dei bollettini di missione del tempo è quasi sempre accompagnata da un minor impegno dei missionari nel sostenere il settimanale. Questa frammentazione obbliga il comitato direttivo a convocare per il 16 novembre 1972 un’assemblea generale dei soci a Olten per trovare nuove soluzioni. Emergono tre proposte, una da parte della commissione ufficiale che desidera apportare alcune modifiche allo statuto per garantire la linea ufficiale del «Corriere»; un’altra (conosciuta come la proposta del Gruppo dei 18) chiede il coinvolgimento dei laici nella gestione, nonché quella di enti e associazioni di ispirazione cristiana; una terza domanda di prendere ancora tempo in modo da approfondire i vari aspetti delle problematiche emerse tra i missionari. Pur tra aspre polemiche, viene seguita la proposta del Gruppo dei 18 e all’inizio del 1973 è designato presidente del SISSE Giuseppe Bosa, segretario centrale del sindacato cristiano della metallurgia. Anche la posizione del direttore viene messa in discussione e da più parti si chiede che la direzione del giornale sia affidata ad un laico o ad un direttore più progressista. La soluzione indicata non risolve comunque tutti i problemi. Come tutti gli altri giornali di emigrazione, negli anni successivi il settimanale conosce momenti di euforia e momenti di depressione. Non viene tuttavia mai meno il ruolo di tutela dei diritti civili e religiosi degli immigrati. L’ex direttore don Dino Ferrando, un sacerdote ticinese, in occasione del 25.mo del settimanale, esprime bene il ruolo che il giornale ha esercitato nella comunità e a favore degli emigrati: «Quando è stata aperta la missione per gli immigrati italiani in Ticino non son venuto subito a sapere che esisteva un settimanale dei missionari. Pur stampandosi a Lugano non avevo avuto occasione, a quei tempi, di incontrarlo, di conoscerlo. A farmelo scoprire è stata la lettera di un nostro connazionale residente in Svizzera interna che, mandandomi in ritaglio la notizia, ricavata dal “Corriere”, di una sciagura sul lavoro in cui erano deceduti degli operai italiani, avrebbe voluto che ne facessi oggetto di un’atroce filippica tramite Radio Monteceneri, nei confronti del governo italiano che mandava a morire i suoi lavoratori in giro per il mondo [...] C’erano tante attese nell’elenco delle aspettative fra i governi svizzero e italiano, aspetti sociali basilari che reclamavano una risposta; c’erano sul tappeto diritti internazionali, per l’uomo del lavoro, da mettere in luce. È il giornale a rispecchiare ogni situazione, a essere voce di chi non aveva voce, palestra di ricerca, di sprone, di conoscenza, di battagliero vigore in difesa degli umili, di parole di speranza. Ha parlato per loro, il giornale. Ha chiesto giustizia per chi è rimasto schiacciato sotto la gelida coltre del ghiacciaio di Mattmark rotolato sugli operai del cantiere che costruivano la diga; per chi è rimasto asfissiato, senza nessuna sua colpa, nella galleria di Robiei-Stabiascio; per Zardini, gettato come immondizia a languire e morire sul selciato della Brauerstrasse di Zurigo. Ha alzato la voce, il giornale, per lo stagionale, senza famiglia, ritenuto meno uomo di chi aveva un permesso annuale in tasca - per lo scolaro parcheggiato nelle scuole speciali. È stato amico, il “Corriere”, che ha chiesto per l’immigrato amore, accoglienza fraternità, comprensione e ha detto a lui di donare amore, di aprirsi agli altri, di fraternizzare, di comprendere, di non chiudersi in ghetti. Ha ricordato agli immigrati il loro patrimonio di fede, di quei principi che non pagano dogana e danno sapore alla vita, soprattutto quando, all’offertorio, unitamente al pane e al vino, puoi aggiungere fatica e sofferenza. Un buon, un fraterno amico, che non solo non ti ha mai tradito - che razza di amico sarebbe stato se non ti fossi potuto fidare di lui? - ma che ti è rimasto al fianco, fedele, da sempre»[55].

Le crisi non mancano, soprattutto negli anni 1997-1998, tanto da costringere i soci a indire un’assemblea straordinaria il 10 gennaio 1998 al termine della quale viene diffuso il seguente comunicato: «I soci della Società Italo-Svizzera per la Stampa di Emigrazione (SISSE), considerate le varie difficoltà in cui si dibatte il “Corriere degli Italiani” da qualche anno a questa parte, hanno votato, a stragrande maggioranza, lo scioglimento di detta società ai sensi dell’articolo 29 dello Statuto. Ciò tuttavia non comporta la chiusura o la soppressione del “Corriere degli Italiani”, ma un nuovo assetto amministrativo-finanziario del settimanale attraverso un breve periodo di transizione in cui il giornale continuerà a uscire regolarmente»[56]. La gestione del settimanale viene assunta in toto dalla Delegazione delle missioni cattoliche italiane in Svizzera, che ne diviene l’editore e crea l’Associazione del Corriere degli Italiani.

In questo passaggio certamente non indolore, tanto da ritenere impellenti una verifica della impostazione ed un risanamento delle finanze, riemergono le ragioni profonde che avevano spinto alla nascita del settimanale. In un documento del 1981 mons. Otto Wüst e mons. Anton Hänggi, parlando a nome di tutti i vescovi svizzeri in riferimento al settimanale delle missioni cattoliche italiane, così si esprimevano: «Il Corriere degli Italiani è un servizio a livello socio-politico e religioso per i migranti. Il parere dei vescovi e del Comitato del Sacrificio Quaresimale, coerente con le direttive del Concilio e del Sinodo, è che: un settimanale socio-politico di ispirazione cristiana, al servizio dei migranti, non deve morire; le comunità ecclesiali dei migranti devono avere i mezzi di finanziamento senza obbligare il giornale a vivere alla giornata o con l’incubo del fallimento; l’impostazione socio-religiosa può sempre migliorare; il maggior numero di migranti deve trovarsi in condizione di leggere il giornale perché lo scopo della pubblicazione è di formare e informare». Recentemente, anche per garantire una sicurezza economica alla testata, è stato adottato un nuovo statuto e si è dato vita ad un comitato di presidenza cui fanno parte di diritto, oltre che al coordinatore nazionale delle missioni cattoliche italiane in Svizzera, anche due membri della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana.

Il settimanale «Corriere degli Italiani», rimasto oggi l’unico settimanale cattolico per gli italiani in Europa, assume un peso ancora più rilevante. L’attenzione al migrante in tutti i suoi bisogni, derivata dalla centralità della persona e ai suoi diritti fondamentali, obbliga la testata a trattarne la vita in ogni suo aspetto. Il «Corriere» pertanto non è rivolto soltanto alla comunità immigrata. Cerca di interpretarne l’evoluzione e di comunicarne messaggi ed esigenze alla società locale, coadiuvandola nel suo sforzo di diventare società autenticamente interculturale.

Il «Corriere» mira anche a dare risposte alla sfida della bidirezionalità dell’informazione. La stampa italiana – anche quella di matrice cattolica – spesso ignora o sottovaluta la capacità educativa che offre una comunità con una storia più che centenaria. Lo scambio di notizie nelle due direzioni serve a far conoscere alle testate pubblicate in Italia la valenza di una storia dal basso, fatta di sperimentazione nella accettazione reciproca, ed aiuta gli italiani rimasti in patria ad intravedere risposte umane e cristiane alle sfide poste dai nuovi arrivati. D’altro canto le esperienze di solidarietà e di impegno presenti nella chiesa italiana, che spesso vengono messi in rilievo dalla stampa cattolica edita in Italia, possono costituire un mezzo prezioso per immettere idealità nuove nelle seconde e terze generazioni, afflitte dalla mancanza di esperienze forti di vita cristiana sebbene siano alla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza.

Ma il «Corriere» esercita anche un’altra importante funzione. Si pone come portavoce delle istanze delle missioni nei confronti della chiesa locale, dando risalto alla loro ricerca teologica e pastorale e diffondendone le intuizioni e i metodi. In un contesto in cui il frazionamento continua a caratterizzare la comunità italiana in Svizzera, il «Corriere» diventa uno strumento capace di coniugare e mettere in dialogo i molteplici aspetti della comunità. In ambito socio-politico la definizione e le conseguenze di una appartenenza multipla (spinta al voto amministrativo locale, partecipazione negli organismi consultivi, impegno politico e solidaristico) richiedono sforzi sempre maggiori per superare la renitenza alla partecipazione, causata da uno stato di emarginazione troppo prolungato.

Le testate pubblicate in Italia

Anche in Italia esiste una stampa di emigrazione di matrice cattolica. La prima testata che tratta di problemi di assistenza ai migranti è il «Bollettino» dell’Opera Bonomelli, che esce la prima volta il 20 gennaio 1902: «È negli scopi dell’Opera nostra il diffondere, per quanto sia possibile, fra gli emigrati quelle notizie che possono più direttamente interessarli nella ricerca di lavoro». Memorabili alcun articoli come quello di Geremia Bonomelli su La condizione degli operai italiani al Sempione e quello a firma di F. Tommaso Gallarati Scotti su Le reali condizioni degli operai italiani al Traforo del Sempione. Appare anche un articolo di Luigi Einaudi su Le correnti dell’emigrazione italiana.

Nel 1903 esce a Piacenza un modesto bollettino di 8 pagine dal titolo «Congregazione dei Missionari di S. Carlo per gli Italiani emigrati nelle Americhe»[57], come organo di informazione e di sensibilizzazione del clero e del laicato sulle problematiche dell’emigrazione attraverso la pubblicazione di relazioni, della corrispondenza dei missionari, la ristampa delle pagine più significative degli scritti sull’emigrazione italiana. Il bollettino riempie un vuoto nell’organizzazione della nuova congregazione fondata da mons. G. B. Scalabrini.

Inizialmente sono soprattutto le missioni ai porti di imbarco e di sbarco a costituire «la vetrina privilegiata della direzione del periodico per fare conoscere l’Opera di assistenza dell’emigrazione, in quanto essa era quella che meglio rappresentava la sua duplice finalità: venire incontro ai bisogni morali e religiosi nonché sociali e materiali degli emigrati»[58]. Sospesa dopo la morte di Scalabrini, la rivista riprende nel 1906 con un nuovo nome «L’Emigrato Italiano in America» a periodicità mensile di 20 pagine. Durante la direzione di p. Paolo Novati il periodico «è tutt’altro che un bollettino interno della Congregazione Scalabriniana: esso si presenta come una vera palestra di problematiche internazionali sia sul piano civile che ecclesiale, concernenti le migrazioni».[59]. Dal periodo che va dal 1911 al 1924 la direzione passa a p. Massimo Rinaldi, futuro vescovo di Rieti, convinto assertore dell’importanza della stampa nella causa dell’emigrazione. Per Rinaldi «la rivista è parte integrale della nostra missione», come vi scrive nel gennaio-marzo 1920.

Si può affermare che «la rivista costituì per l’ambiente italiano (società civile ed ecclesiale) il più valido strumento di credibilità delle ispirazioni del suo fondatore, lo strumento che maggiormente ne difese l’originalità, l’espressione più efficace di fronte all’opinione pubblica della validità dell’Opera Scalabriniana, di cui si metteva in dubbio la stessa esistenza»[60].

Nel 1939 la rivista muta nuovamente il titolo e diviene «Le Missioni Scalabriniane tra gli italiani all’estero», con attenzione all’emigrazione italiana in ogni continente e con cadenza bimestrale. Nell’editoriale del gennaio 1950 il direttore scrive: «La nostra rivista [...] si sforza di far penetrare nello spirito pubblico il sentimento del dovere che tutti abbiamo di occuparci seriamente dei nostri emigrati; inculca i principi cristiani a riguardo dei diritti sociali degli emigrati e contribuisce, con le notizie di cui può disporre dai vari paesi di emigrazione, a facilitare la scelta di chi deve emigrare».

Dopo alterne vicende e minacce di chiusura negli anni ottanta, nel 1989 la nuova direzione decide per un cambio di corso, dando maggiore risalto all’immigrazione in Italia.

«Le Missioni Cattoliche Italiane» è il bollettino dell’Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari Cattolici Italiani, un bimestrale pubblicato a Firenze dal 1897 e che talune volte contiene corrispondenze e articoli sulle attività favore degli emigrati italiani. Nelle statuto leggiamo all’art. I: «È costituita in Italia una Associazione Nazionale autonoma, avente sede in Firenze, per soccorrere i Missionari cattolici italiani, e per promuovere, sotto la loro direzione o vigilanza, la fondazione di nuove scuole e la diffusione della lingua italiana, specialmente in Oriente e nell’Africa, e mantener vivo, insieme colla Fede, l’amore per la patria nei numerosi Italiani che si trovano in lontane regioni». Il segretario generale è Ernesto Schiaparelli, mentre il presidente è il sen. Fedele Lampertico.

Il 1° febbraio 1910 esce a Torino il primo numero della rivista «Italica Gens», organo della omonima Federazione per l’assistenza degli emigranti transoceanici, fondata e diretta dall’Associazione Nazionale pei Missionari Cattolici Italiani (1910-1916). Nell’editoriale leggiamo: «L’associazione nazionale rivolge ora direttamente le sue cure ai nostri connazionali emigrati in paesi transoceanici e chiede all’uopo il concorso di tutti i Missionari italiani ed anche di quegli Ecclesiastici di altra nazionalità che con alto sentimento di carità cristiana si sono affezionati agli emigranti italiani come a gente della loro nazione, e nel nome d’Italia li invita tutti a raccogliersi in una vasta organizzazione, l’Italica Gens, federazione per l’assistenza degli emigrati italiani in paesi transoceanici». Il gruppo dirigente è composto, oltre che da Ernesto Schiaparelli, da Ranieri Venerosi Pesciolini, in qualità di direttore responsabile, e da Eugenio Bonardelli. La rivista e la Federazione appaiono in linea con «altre iniziative vicine al cristianesimo sociale, contrarie ad ogni forma di settarismo»[61].

Nel secondo dopoguerra qualche testata cattolica si mostra sensibile al fenomeno emigratorio. Non manca inoltre l’invio di bollettini parrocchiali ai parrocchiani emigrati all’estero. Nel frattempo anche il nascente mondo associativo inizia la pubblicazione di bollettini di informazione e collegamento, per esempio l’«ANFE. Notizie fatti problemi dell’emigrazione»” che esce la prima volta nel 1956[62]. Numerosi sono anche i bollettini delle associazioni provinciali, alcune delle quali di chiara ispirazione cattolica come «Trevisani nel mondo», fondata nel 1974 da don Canuto Toso, anche se con il tempo molti di essi si trasformano in organismi para partitici.

Il «Bollettino della Giunta Cattolica per l’Emigrazione Italiana» nasce nel 1951 e continua fino al 1964. Nel 1965 la responsabilità diretta dell’assistenza pastorale agli emigrati italiana passa alla Conferenza Episcopale Italiana. La testata si trasforma allora in «Bollettino dell’Ufficio Centrale per l’Emigrazione» che, nel dicembre 1969, diventa «Servizio Migranti». Gaetano Bonicelli ne diventa il direttore. La rivista, bollettino ufficiale prima dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana e dal 1987 della Fondazione Migrantes, offre saggi, documentazione e spunti di pastorale migratoria della chiesa italiana. Ha subito una evoluzione nel tempo ed attualmente si può considerare portavoce delle attività pastorali della Chiesa italiana nei cinque settori della mobilità: emigrazione italiana nel mondo, immigrati e rifugiati in Italia, circensi e fieranti, rom e sinti, marittimi.

«Migranti Press» è un settimanale d’informazione e esce come supplemento di «Servizio Migranti»: Nel primo numero (1° marzo 1979) leggiamo che lo scopo della nuova testata è quello di «attuare un più organico collegamento tra UCEI, missioni cattoliche, delegazioni regionali [...], di facilitare la lettura dei fatti di emigrazione alla luce dei valori cristiani e di avere, inoltre, al riguardo uno scambio franco e proficuo con altre associazioni e organismi. L’informazione di Migranti Press vuole, infatti, privilegiare esperienze, interpretazioni, proposte ecclesiali; vuole cogliere il risvolto socio-pastorale dei vari aspetti implicati elle migrazioni interne, in quelle estere, nella problematica degli stranieri in Italia e in quella dei profughi». Non vuole entrare in concorrenza con altre testate, ma assolvere ad un ruolo complementare.

Nell’ottobre 1964 nasce Studi Emigrazione come «rivista quadrimestrale di sociologia, pastorale e storia dell’emigrazione». Fiore all’occhiello del Centro Studi Emigrazione di Roma, il primo centro studi sui problemi migratori sorto nel mondo, la rivista tratta anche temi legati alla storia religiosa e alla pastorale dei migranti. È attenta sia alla dimensione emigratoria, che a quella immigratoria e alterna numeri storici (come questo) sull’emigrazione italiana a quelli sull’immigrazione in Italia, percepita e descritta quando ancora era lontana dalle prime pagine dei quotidiani.

«Selezione CSER» (1964-1974), nato come notiziario quindicinale e supplemento di «Studi Emigrazione», nel 1969 diventa mensile d’informazione sui problemi migratori, pubblicando anche quaderni monografici, alcuni dei quali di carattere pastorale. «Dossier Europa Emigrazione» (1976-1995) nasce nel come pubblicazione mensile dei Centri Studi Scalabriniani operanti in Europa ed intende essere l’espressione di un gruppo di impegno culturale e di ricerca pastorale. Sostituisce «Selezione CSER» ed «intende porsi come voce di quanti già operano e sono impegnati nell’emigrazione [...] non solo vuole essere la loro voce, per far conoscere e mettere a confronto il loro lavoro, le loro riflessioni e proposte, ma intende aiutarli, fornendo loro “chiavi interpretative” sulla situazione in cui essi operano, per evitare che si agisca solo a livello delle conseguenze e non anche a livello delle cause. DEE intende quindi porsi come coscienza critica a quanti operano all’interno dell’emigrazione cercando di gestire anziché combattere certe forme». La rivista cessa la pubblicazione nel dicembre 1995. Ecco come il direttore si congeda dai lettori: «DEE, nei suoi 20 anni di vita, ha coltivato con uno stile che tanti apprezzavano, un serio dibattito su una realtà che è divenuta sempre più attuale, stigmatizzando l’impreparazione politica e culturale, ma anche favorendo tramite una documentazione selezionata, spesso usata come sussidio per gli operatori, ulteriori riflessioni ed una ricerca di nuove strategie. Il nostro ha voluto anche essere un impegno a livello di riflessione teologico-pastorale: un ambito praticamente inesplorato, dove spesso si corre il rischio di confondere, anche in circoli cattolici, il sociologismo con la cura pastorale».

Il primo numero di «Scalabriniani» esce nel dicembre 1993 come bimestrale della Congregazione dei Missionari di S. Carlo (Scalabriniani): «Vuole semplicemente essere un segno di affetto: intendiamo condividere le nostre ansie apostoliche, i nostri problemi, le nostre difficoltà e le nuove prospettive facendo conoscere opere rese possibili anche da una miriade di volontari e cooperatori che traggono ispirazione e motivazione di vita da Mons. Scalabrini».

Fra tutte le testate di matrice cattolica edite in Italia per gli italiani all’estero, il «Messaggero di sant’Antonio - edizione italiana per l’estero» occupa una posizione preminente. Si tratta di un mensile a colori, in lingua italiana, di 52 pagine, diffuso solo per abbonamento[63]. È suddiviso in nove parti: Primopiano, che presenta il fatto o il personaggio del mese; Società, che affronta i temi della politica italiana, internazionale, dell’economia e del lavoro in un’ottica cristiana; Noi giovani, con 3 pagine riservate a interviste con giovani discendenti d’italiani all’estero e con informazioni sulle iniziative delle varie istituzioni riguardanti corsi, stage universitari ecc. Dopo la pagina Professione donna, dedicata alla attese e alle problematiche del mondo femminile, seguono quelle dedicate alle attività delle Regioni italiane a favore dei corregionali all’estero e 4 rivolte alla Cultura italiana (su eventi e mostre di particolare interesse).La sezione formativa «Crescere nella fede» dedica infine 2 pagine al pensiero di sant’Antonio e altre 6 ad eventi e momenti ecclesiali, ad esperienze di fede e d’impegno missionario.

Il «Messaggero di sant’Antonio - edizione italiana per l’estero» è diffuso soprattutto in Canada (22%), negli Stati Uniti (13%), in Australia (14%). Ciò che contraddistingue i suoi abbonati è la fedeltà alla rivista. oltre il 46% di loro lo sono da più di 15 anni, mentre solo il 21% lo è da meno di 5 anni. Il primo dato presenta i due volti dell’abbonato alla rivista: l’elevata anzianità di abbonamento spesso nasconde l’elevata anzianità anagrafica. Il secondo dato conferma che esiste ancora un mercato potenziale per questa rivista che dovrà essere stimolato da continue e maggiori iniziative promozionali.

La testata si può leggere anche in Internet, inoltre viaggia pure nell’etere. Oltre quaranta emittenti radiofoniche di lingua italiana nei cinque continenti (in particolare negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Europa e in Sudamerica) irradiano la trasmissione Incontri – Interviste e approfondimenti del «Messaggero di sant’Antonio», della durata di circa 25minuti, che ogni settimana raggiunge centinaia di migliaia di connazionali residenti all’estero.

Conclusioni

I centri di pastorale migratoria, impegnati nella promozione umana e cristiana del migrante e nel sostegno ad un suo inserimento nella chiesa e nella società locali senza che questo comporti la rinuncia della sua cultura ed espressività religiosa, hanno ritenuto la stampa cattolica di immigrazione un sussidio pastorale assai pertinente. Ne hanno fatto ampio uso, investendovi molte risorse umane e finanziarie.

A differenza di altri continenti dove le missioni e le parrocchie hanno via via abbandonato la carta scritta ed hanno occupato spazi significativi nel settore radiofonico e, talvolta, anche televisivo, in Europa si continua a privilegiare la stampa. Mentre fino alla seconda guerra mondiale prevale il modello di testata unica, nel secondo dopoguerra si registra una crescente proliferazione dei fogli di collegamento editi dalle missioni. Non sempre il prodotto finito è di qualità. Ma nell’ultimo decennio del millennio si riscontra un desiderio diffuso di qualificare le testate con prodotti più rifiniti ed accattivanti tramite la diversificazione delle rubriche. Questo, a sua volta, spinge parecchie missioni ad optare per una sinergia o una fusione di testate, anche sotto la spinta alla collaborazione e alla condivisione di ideali e di mezzi, scaturita dalla pastorale di comunione perseguita in quegli anni.

Si pone il problema della lingua. Le giovani generazioni, infatti, privilegiano la lingua locale, anche se non bisogna dimenticare il profondo legame che esiste tra lingua materna e trasmissione della fede e il desiderio delle seconde e terze generazioni di conservare l’italiano come lingua di cultura. Si registra inoltre un crescente desiderio di riflessione e di interpretazione religiosa dell’esperienza migratoria per cui le testate delle missioni, accanto alla informazione per la comunità locale, tendono a specializzarsi sempre di più nella proposta di una formazione religiosa disseminata capillarmente, ponendosi come strumenti di dibattito e di lettura in chiave sapienziale della vicenda migratoria. Queste testate di matrice cattolica si avvalgono spesso di articoli, prese di posizioni ed editoriali comuni, garantendo così una maggiore incisività e sensibilizzazione per alcuni temi specifici.

Come per tutte le altre testate in lingua italiana edite all’estero, anche i giornali di matrice religiosa corrono il rischio di perdere la rilevanza che godevano nel passato. La crescita delle seconde generazioni che privilegiano la lingua del posto e prediligono l’uso di internet, l’invasione della TV che minaccia di far perdere agli emigrati il gusto della lettura, i maggiori costi della carta stampata rispetto alle testate telematiche e gli elevati costi della spedizione postale che penalizzano soprattutto la stampa cattolica diffusa capillarmente sul territorio, costituiscono alcune delle sfide da affrontare. In precedenza la stampa di matrice religiosa ha giocato un ruolo preminente nella creazione di federazioni della stampa di emigrazione per rimediare alle varie difficoltà. Si è anche dato vita ad una federazione della stampa scalabriniana che per alcuni anni ha prodotto notevoli risultati. Di fatto la stampa cattolica di emigrazione ha migliorato la sua produzione sia a livello grafico sia di contenuti. Ed ora alcune testate sono state ammesse alla Federazione dei settimanali cattolici italiani (Fisc), nata il 27 novembre 1966 e che raggruppa oltre 150 giornali diocesani con una diffusione settimanale di circa un milione di copie.  (Giovanni Graziano Tassello, CSERPE – Basel) gtassello@cserpe.org

 

 



[1] FUMAGALLI, Giuseppe, La stampa periodica italiana all’estero. In: La stampa periodica italiana all’estero. Indice dei periodici preceduto da uno studio storico. Milano, Fratelli Bocca, 1909.

[2] Briani, Vittorio, La stampa italiana all’estero dalle origini ai nostri giorni. Roma Istituto Poligrafico dello Stato, 1977, p. 23.

[3] Briani, V. La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 39.

[4] Cantini, Claude, La stampa italiana in Svizzera (1756-1996). Zurigo,“Quaderni di Agorà”, 1996.

[5] Cfr. la lettera di E. Schiaparelli alla missione di Friburgo del 5 giugno 1901, in cui si annuncia l’invio di 100 esemplari de «Il Bollettino» (Biblioteca Ambrosiana, Fondo Bonomelli, pos. 149).

[6] UDEP-Istituto Storico Scalabriniano, Werthmann, Bonomelli e l’assistenza religiosa alla prima emigrazione in Germania. Parte terza, L’Opera Bonomelli, «Documenti emigrazione», 4, 1992, p. 77.

[7] Don Caselli rientra successivamente a Torino, dove pubblica il giornale cattolico «Il Momento». Nel 1927, in occasione della Fondazione dell’Agenzia Fides da parte di Propaganda Fide, gli è affidata la redazione dell’edizione italiana. Infine diviene direttore dell’Agenzia, finché non si ritira nel 1948 a Piosacco presso Torino, dove muore nel 1949.

[8] Dorneich, Julius, Mons. Lorenzo Werthmann e la prima assistenza ai lavoratori italiani in Germania, “Servizio Migranti”, 7-8, 1971, p. 75.

[9] Riportato in Bordin, Livio; ZANCAN Livio, Il vescovo Ferdinando Rodolfi e l’Opera Bonomelli per gli italiani emigrati in Europa. Quinto Vicentino, Tipografia editrice Peretti, 1997, p. 113.

[10] Biblioteca Ambrosiana, Fondo Bonomelli, Cart. 34, pos. 66, lettera del 21 settembre 1911.

[11] Rosoli, Gianfausto, L’Opera Bonomelli di Assistenza agli operai italiani emigrati in Europa durante la fase milanese tra confessionalismo e azione sociale (1908-1914). In: Id. (a cura di), Geremia Bonomelli e il suo tempo. Atti del Convegno storico 16-19 ottobre 1996. Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana, 1999, p. 645.

[12] Ibidem, p. 621

[13] Vicenza, Archivio Storico Diocesano, Vescovo Ferdinando Rodolfi, Archivio Personale, vol. I,, ff. 406-409, e Archivio Personale 2, f. 410.

[14] Ibidem, vol. IV. S., f. 876.

[15] Ibidem, vol. IV. S., f. 1025.

[16] Lettera del Segretario Generale dell’Opera Emanuele Greppi del 22 dicembre 1915 n. 80 a Mons. F. Rodolfi. Riportato in BORDIN, Licio, ZANCAN, Licio, Il vescovo Ferdinando Rodolfi..., op. cit., p.112.

[17] Lettera di don Mietta al direttore de «L’Emigrato Italiano», ottobre 1955, p. 127.

[18] Cit. in Cannistraro, Philip; Rosoli, Gianfausto, Emigrazione e fascismo. Lo scioglimento dell’Opera Bonomelli (1922-1928). Roma, Edizioni Studium, 1979, p. 128.

[19] Vicenza, Archivio Storico Diocesano, Vescovo Ferdinando Rodolfi, Archivio personale, vol. III.18, ff. 1432-1433.

[20] «Probabilmente per marcare meglio la funzione del bollettino della MCI in seno alla collettività italiana di Ginevra e in considerazione dei mutati interessi e bisogni informativi, la sua testata è stata modificata a più riprese: nel maggio del 1942 divenne “Bollettino Missionario per gli Italiani della Missione di Ginevra”; con l’inizio dell’anno 1945 il notiziario della Missione venne trasformato in “Il Vincolo”, per sottolineare il desiderio di unità in seno alla Comunità italiana dopo gli anni delle divisioni; nel mese di gennaio 1973 il titolo del mensile divenne la “Missione” e dal formato “A 5” del bollettino si è passati ad una veste tipografica del tipo tabloid con l’intenzione di farlo diventare un organo disponibile per l’intera comunità italiana di Ginevra. Tale volontà è stata accentuata ulteriormente a partire dal gennaio del 1979, quando, con la testata “Presenza Italiana”, il vecchio bollettino è divenuto un organo d’informazione e di sensibilizzazione della collettività, che tratta argomenti di carattere pastorale, culturale e sociale» (Cremonte, Reiner M., Una presenza rinnovata attraverso i secoli. Storia degli italiani a Ginevra. Roma, CSER, 1997, p. 119, n. 28).

[21] Archivio Generale Scalabriniano, Archivio Babini, fascicolo 207 – Berna.

[22] Ibidem.

[23] Ibidem.

[24] Ibidem , Babini a Rizzi, 18 settembre 1929.

[25] «Il Foglio della Missione Italiana. Settimanale per gli Emigrati», n. 1, settembre 1930, p. 1.

[26] Archivio Generale Scalabriniano, Archivio Babini, fascicolo 215 – Linthal, Rampo a Babini 12 febbraio 1932.

[27] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 55.

[28] Borruso, Paolo, Missioni cattoliche ed emigrazione italiana in Europa (1922-58). Roma, Istituto Storico Scalabriniano, 1994, p. 112. L’A. rimanda ad un articolo di Rosoli, Gianfausto, La problematica religiosa degli italiani in Francia. In: MILZA, Pierre (a cura di), L'immigration italienne en France dans les années 20. Colloque franco‑italien, Paris 15‑17 octobre 1987. Paris, Éditions du CEDEI, 1988, pp. 312-327.

[29] Borruso, P., Missioni cattoliche ed emigrazione italiana, op. cit., p. 112.

[30] Ibidem., p. 102.

[31] Ibidem., p. 121.

[32] Ibidem.

[33] Ibidem., p. 117.

[34] Ibidem., p. 129.

[35] Ibidem., p. 145.

[36] Perotti, Antonio, Storia della presenza progressiva dei missionari scalabriniani in Europa. In: Scremin, Lorenzo; Guglielmi, Silvano (a cura di), Sulle sponde del Reno. Missione Cattolica Italiana Basilea 1903-2003. Lugano, La Buona Stampa, 2003, p. 149.

[37] Andreotti, Giulio, Mons. Babini e l’emigrazione italiana in Francia. In: Ridolfi, Silvano; Minardi, Everardo (a cura di), Migrazioni in Europa. La presenza pastorale e missionaria della chiesa italiana. Studi e Ricerche in memoria di Mons. Costantino Babini direttore dei missionari di emigrazione in Europa. Faenza, Biblioteca “Card. Gaetano Cicognani”, 1988, p. 59.

[38] Giacomo Sartori, noto per le sue prese di posizione tempestive e coraggiose a favore della classe operaia emigrata, era dotato di una rara vis polemica contro ogni forma di sfruttamento. Abramo Seghetto ha curato la ristampa dei suoi articoli più famosi: La Lanterna magica di Astarotte. Piacenza, “L’emigrato”, 2001; La terza generazione ricorda. Quaregnon, “L’Eco del Belgio”, numero speciale, giugno-luglio 2001.

[39] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 67.

[40] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 66.

[41] Gallo, Benito, Les Italiens au Grand-Duché de Luxembourg. Luxembourg, Imprimerie Saint-Paul, 1987, p. 530.

[42] Ibidem, p. 551.

[43] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 68.

[44] Marin, Umberto, Italiani in Gran Bretagna. Roma, Centro Studi Emigrazione, 1975, p. 150.

[45] Ibidem.

[46] Ibidem. Il periodico londinese “La Voce degli Italiani”, nota testata fondata nel gennaio del 1948, cesserà definitivamente la pubblicazione dopo sessantatre anni di vita al servizio della Comunità italiana residente nel Regno Unito, il periodico, che da quindicinale si era ridotto a trimestrale, con massimi picchi di lettori nel periodo tra il 1955 ed il 1975, non era più nelle condizioni di tirare avanti. “Anche oltre Manica – spiega il direttore Giorgio Brignola a de.it.press - è, progressivamente, mutato il concetto di vivere l’italianità. Sono venute meno, a mio avviso, alcune realtà nelle quali si veniva ad identificare la nostra numerosa Comunità in Gran Bretagna. Gli italiani, di terza e quarta generazione, hanno impostato diversamente il loro modo d’essere cittadini del Bel Paese.  Il processo d'integrazione è stato totale e, sotto molti aspetti, anche provvidenziale”.

[47] Cfr. PEROTTI, Antonio, Storia della presenza progressiva dei missionari scalabriniani in Europa, in GUGLIELMI, Silvano; SCREMIN, Lorenzo (a cura di), Sulle sponde del Reno. Missione Cattolica Italiana Basilea 1903-2003, Basilea, 2003, p. 149.

[48] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 70.

[49] Ibidem, p. 71.

[51] S. E. Mons. Zaffonato con gli italiani in Svizzera, «Le Missioni Scalabriniane», aprile 1949, p. 83.

[52] A. Spadacini, Settimanale della Svizzera. Il Corriere degli Italiani nel 40° anniversario, “Servizio Migranti”, 2, marzo-aprile 2002, p. 192.

[53] Ibidem.

[54] Ibdem, p. 195.

[55] Ferrando, Dino, Quando ho trovato un amico, «Il Lavoro», 26 settembre 1986.

[56] Ibidem, pp. 196-197.

[57] La nascita della testata era stata auspicata da un voto unanime espresso a Torino nel 3° Congresso Internazionale dei Cooperatori Salesiani del maggio 1903. L’editoriale de «Il Bollettino Salesiano» riporta che l’intervento sull’emigrazione italiana del prof. Olivi, presidente del Comitato locale della S. Raffaele a Treviso e l’Opera di Scalabrini avevano ricevuto «il plauso entusiasta dei Congressisti che avevano fatto voti che venisse alla luce un periodico che illustrasse l’espansione di quest’opera eminentemente religiosa e patriottica».

[58] Perotti, Antonio I primi vent’anni, «L’Emigrato», novembre 2003, p. 7.

[59] Ibidem, p. 9.

[60] Ibidem, p. 10.

[61] Rosoli, Gianfausto, La Federazione “Italica Gens” e l’emigrazione italiana oltreoceano. 1909-1920, «Il Veltro. Rivista della Civiltà Italiana», XXXIV, 1-2, 1990, p. 88.

[62] L’ANFE è fondata da Maria Federici, deputata nell’ Assemblea Costituente e nella prima legislatura. Nel 1944 Federici è tra i fondatori delle ACLI, nella cui direzione ricopre l’incarico di delegata femminile, e tra le fondatrici del Centro Italiano Femminile, del quale diventa prima presidente dal 1945 al 1950

[63] Nata nel 1956, sull’onda del flusso migratorio, e sviluppatasi dal ceppo dell’edizione nazionale che oggi raggiunge 700mila famiglie residenti nella penisola (e che ha iniziato la sua attività nel 1898), l’edizione italiana per l’estero ha conosciuto negli anni settanta una crescita progressiva. Oggi la tiratura si è attestata su una media di 45-50 mila copie. Altre copie, dei numeri di dicembre e giugno, vengono spedite ad amici anziani (residenti soprattutto nell’America Latina), che hanno inviato un’offerta insufficiente per coprire i costi del regolare abbonamento.


Vai a: