DOCUMENTAZIONE
La
relazione di Padre Graziano Tassello (Cserpe)
al Seminario promosso da Fondazione Migrantes, Agenzia Sir e Fisc
su “Emigrazione italiana in Europa e comunicazione”
Stampa cattolica di emigrazione in Europa
L’analisi
dell’emigrazione italiana dal 1850 al 1900 indica la presenza di una stampa
che gli esperti definiscono “politicizzata”, collegata prevalentemente alle
lotte risorgimentali e indipendentistiche. Alle testate curate da esuli
politici e mazziniani, subentra quella che gli studiosi descrivono come
“stampa coloniale”, in quanto assomiglia più ad un bollettino di comunità
che ad un giornale vero e proprio, con uscite intermittenti, con una informazione
sulla vita della comunità e un collegamento con la realtà provinciale italiana.
Essa si collega spesso al fenomeno che i ricercatori chiamano del “prominentismo”. Sono gli italiani riusciti, gli intellettuali,
il clero – insomma gli elementi più
Giuseppe Fumagalli, nel volume pubblicato in occasione della Mostra
su Gli Italiani all’Estero, in
concomitanza con l’Esposizione internazionale di Milano del 1906, offre
una tipologia dei periodici stampati all’estero negli anni 1903-1905[1]. Tra
i giornali «impropriamente detti»
annovera, accanto ai «giornali rivoluzionari»,
i «giornali religiosi». Commenta:
«Veniamo in aria più sana e troveremo
altri giornali di propaganda onesta, fra i quali, per la nobiltà degli intendimenti,
dovremmo dare il posto d’onore ai giornali religiosi». L’autore dà ampio
risalto soprattutto ai giornali di matrice protestante. Tuttavia nell’arco
di oltre un secolo, la stampa di emigrazione di matrice cattolica ha saputo
ritagliarsi uno spazio rilevante all’interno delle comunità, sebbene l’individualismo,
il frazionamento, e la scarsa preparazione professionale l’abbiano resa,
in talune circostanze, meno incisiva e provocatoria.
Dagli inizi alla seconda guerra mondiale
Troviamo a Malta una sorprendente produzione in lingua italiana di ispirazione cattolica. Da quando il 15 marzo 1839 il Regno Unito accorda la libertà di stampa, il giornalismo passa quasi interamente nelle mani degli emigrati italiani, raggiungendo uno sviluppo di grande rilievo, anche se non si può parlare stricte dictu di stampa di emigrazione[2]. Anche in Svizzera troviamo alcune testate religiose, per esempio «La Rezia italiana», fondato da D. G. Schiavi nel 1872[3].
Claude Cantini
in un saggio del 1996 offre una tipologia dettagliata di 240 anni di giornalismo
italiano in Elvezia[4].
Vi appaiono anche le pubblicazioni religiose, sebbene il clima risorgimentale
prima, e socialista e anarchico poi, ne ostacolino
Dall’Italia l’Opera Bonomelli invia regolarmente
in Svizzera il proprio giornale, «Il Bollettino»[5].
Ma il panorama editoriale italiano spinge ben presto i membri dell’Opera
in Germania, Svizzera e Lussemburgo a creare un giornale sul posto. La prima
testata diffusa nei segretariati bonomelliani
di Svizzera e Germania è il settimanale «
Il missionario «dr. Bernardino Caselli di Torino fu redattore dal 1904 al 1906 del primo
giornale italiano
L’intenzione del nuovo direttore era quella
di sviluppare ulteriormente il giornale per arrivare dove i missionari non
potevano giungere[10].
In una lettera al vescovo di Friburgo, mons. Thomas Norber,
in cui Bonomelli cerca di risolvere il conflitto con Werthman,
il vescovo di Cremona ribadisce l’importanza del giornale dell’Opera: «Viene [...] affidata ai missionari l’assistenza sociale degli emigrati, che i missionari
sono soliti esercitare direttamente o per mezzo di collaboratori, in mezzi
svariati, secondo lo richiedano i luoghi o i tempi (Segretariato, giornale
La Patria etc.). In questo settore
devono essere autonomi, come insegna l’esperienza; diversamente l’Opera
non avrebbe ragion d’essere»[11].
«L’Operaio Italiano», quindicinale socialista
pubblicato in Germania, si distingue per la particolare acredine con cui
combatte la testata cattolica. «La Patria», infatti, si rivelava un rivale
coraggioso, espressione autentica dei missionari che non ammettevano condizionamenti
da parte delle istituzioni statali, le quali invece «ritenevano con l’assegnazione di un annuo contributo all’Opera di Assistenza,
di poter esigere un totale allineamento dei missionari. Così avvenne da
parte del ministro Tittoni, nell’ottobre del 1907,
per via di alcune frasi pubblicate su La Patria (in merito ai rapporti tra Stato e Chiesa,
peraltro riprese da agenzie) che vennero ritenute dal ministro ‘accuse ingiuriose’
verso il governo e tali da motivare la negazione del contributo governativo»[12].
In «La Patria» si trovano articoli assai utili
sulle varie missioni[13].
L’11 febbraio del 1915 all’ordine del giorno del Consiglio direttivo dei
missionari, vi è anche il «trasferimento
del giornale La Patria»[14].
Il periodo bellico, con il conseguente rientro di molti italiani, aveva
indotto i missionari a sospenderne
Luigi Mietta, direttore
de «La Patria» dal 1908 al 1926 descrive così il suo lavoro: «Il solo missionario circolante era il sottoscritto
che, essendo direttore-redattore del settimanale La Patria, non aveva la responsabilità di una missione
fissa e dal venerdì al lunedì (nel tempo libero dal lavoro del giornale)
si dedicava alle missioni volanti nelle piccole colonie italiane»[17].
Successivamente i dirigenti laici dell’Opera, succubi delle pressioni fasciste,
nel giugno 1926 costrinsero don Mietta ad abbandonare
la direzione, dopo che si era deciso di trasferire la sede del giornale
a Milano per controllarne meglio i contenuti. Il sacerdote confidava ad
un altro missionario: «De Michelis
nei nuovi accordi ha chiesto la mia testa e i nostri bravi signori, gliel’hanno
data subito. Me l’aspettavo, ma non credevo che le schiene fossero così
pieghevoli»[18].
Nel 1926 è messo a capo dell’Opera Bonomelli un commissario fascista, l’on.
Orazio Pedrazzi, interessato all’inquadramento
dell’Opera nelle forze vive e attive del governo nazionale. Le reazioni
dei missionari alle crescenti misure repressive per un loro allineamento
spingono
Accanto al
settimanale «La Patria»,
qua e là si registrano spinte per pubblicazioni locali. Don Alessio Caucci, missionario a San Gallo, nel 1918 scrive a mons. Rodolfi chiedendogli l’autorizzazione di pubblicare un bollettino
religioso quindicinale per gli italiani[19].
Don Giuseppe Bergamo, direttore della missione di Naters
(Vallese) nel 1928 inizia a pubblicare l’«Eco della Patria, Bollettino bimestrale
della Colonia Italiana del Vallese», definito inizialmente «Bollettino bimensile
della Colonia Naters-Briga» e, successivamente,
«Bollettino parrocchiale». A Ginevra nel
novembre 1933 esce il mensile «
Nel
Dopo
la soppressione dell’Opera Bonomelli, Giuseppe Rampo, destinato alla cura
degli italiani nel cantone Glarona, nel settembre
1930 dà vita a «Il Foglio della Missione Italiana. Settimanale per gli Emigrati»,
con il preciso intento di «tenere
uniti tutti i cari emigrati italiani di questo Cantone»[25]. Già il 6 settembre 1931 il giornale cambia impostazione
e diviene «
«Il Corriere»
«All’indomani del primo conflitto
mondiale, nel Sud Ovest della Francia tra Tolosa e Bordeaux, il problema
della denatalità aveva assunto proporzioni molto serie. Nel giro di un trentennio
il vasto territorio aveva perduto ben 458.000 contadini; in un decennio
erano stati abbandonati
In questo
contesto il 4 novembre 1926 esce ad Agen «Il Corriere»,
curato da mons. Noradino Eugenio Torricella
che, prima di divenire nel 1924 missionario di emigrazione, aveva prestato
servizio presso
Nel frattempo le tensioni, la guerra civile in Spagna , la crisi finanziaria, il conflitto italo-etiopico hanno incrinato profondamente il già precario equilibrio europeo ed inasprito la contrapposizione di quegli schieramenti che avrebbero portato alla guerra, Nel luglio del 1939 Torricella deve far fronte all’internamento degli italiani nel campo di prigionia di Vernet. Con lo scoppio della guerra tra Italia e Francia del giugno 1940, vi vengono rinchiusi anche numerosi appartenenti alle organizzazioni fasciste operanti in Francia. La loro permanenza è piuttosto breve, perché con la firma dell’armistizio, dopo la repentina caduta della Francia in mani germaniche, le autorità fasciste italiane provvedono a farli liberare.
Accanto a
«Il Corriere», testata dal respiro europeo, in Francia, dove fra le due
guerre erano attive 22 missioni per le colonie italiane, troviamo altri
bollettini, quali «Il Pro-Familia», «
Nel secondo dopoguerra
Belgio
Il Belgio
è il primo paese europeo a richiamare una forte corrente immigratoria dall’Italia
nel secondo dopoguerra, soprattutto nel settore minerario. Verso la fine
del 1946, mons. Ferdinando Cento, nunzio apostolico in Belgio e Lussemburgo,
lancia l’idea di due giornali, uno settimanale e l’altro mensile pere gli
italiani. .Il patronato ACLI, in collaborazione con il sindacato cristiano
, assume l’incarico del settimanale «Sole d’Italia» che esce nel 1947. Gli
articoli dello scalabriniano Giacomo Sartori,
fondatore delle ACLI in Belgio, fanno parte della storia giornalistica dell’emigrazione
per le sue prese di posizione coraggiose a favore dei diritti dei lavoratori
emigrati[38]. La
testata, diretta da Ettore Anselmi, estende la diffusione anche negli altri
Paesi del Benelux, modificando nel corso degli
anni «l’assunto iniziale per acquisire tonalità sempre
più marcatamente politiche»[39]. Oggi il giornale è divenuto il mensile «Qui Italia».
I missionari avviano la pubblicazione di un mensile che, inizialmente,
si chiama «
A Morceau sur Sambre è pubblicato il mensile «Presenza operaia», diretto dall’allora segretario provinciale del movimento aclista di Charleroi, Giuseppe Piccoli. La testata continua anche oggi e porta il nome di «Presenza». A Bruxelles Epifanio Guarneri da alcuni anni pubblica un trimestrale elettronico dal titolo «MCL Belgio Flash», mentre a Genk l’aclista Fernando Marzo pubblica «Azione sociale». La missione di Liegi cura un foglio mensile. La comunità di Ixelles (Bruxelles) invia un foglio di collegamento trimestrale, mentre la missione di Quaregnon edita un bollettino bimestrale.
Olanda e Lussemburgo
L’Olanda
accoglie una percentuale sia pure modesta della nuova emigrazione italiana
nel secondo dopoguerra. Nel dicembre 1949 la missione cattolica italiana
dell’Aja inizia a pubblicare il periodico «La Squilla», come supplemento
de «L’Operaio Cattolico» della Tipografia Giacomo Rumor a Vicenza. Col cambio
di direttore, nel dicembre 1952, cambia anche il nome della testata. Esce
così, per i tipi della stessa Tipografia, il primo numero de «La Voce d’Italia»,
che si qualifica come «Periodico per gli emigrati italiani in
Olanda». La Voce
d’Italia» persegue principalmente tre obiettivi: «Creare un collegamento ideale nel ristretto numero dei connazionali presenti;
fornire tutte le informazioni relative al mondo dell’emigrazione e ai problemi
sociali attinenti la vita degli emigrati; coltivare una educazione civica
ed una formazione religioso-morale»[40]. Ma
come tante piccole testate sorte all’interno delle missioni, anche «La Voce
d’Italia» conosce ben presto difficoltà di vario tipo per cui è costretta
a sospendere la pubblicazione ed esce poi saltuariamente fino alla totale
chiusura. Anche ad Amsterdam il direttore della missione don Fabio Marchetti pubblica con periodicità irregolare, l’informativo
religioso «La Gondola».
In Lussemburgo, ad Esch-sur-Alzette, nel 1949 vede la luce il bollettino «La Missione» diffuso in 4000 esemplari[41]. Si cerca anche di diffondere il settimanale «L’Eco d’Italia»[42]. Nel 1969 lo scalabriniano Giovanni Guadagnini dà vita al mensile informativo «Vita italiana – mensile degli Italiani in Lussemburgo». La testata riporta notizie di carattere locale concernenti la collettività, provvedimenti adottati dal governo nazionale nel settore migratorio, nonché informazioni sui principali avvenimenti di politica interna italiana. Anche questo mensile si fonde nella rivista europea «Nuovi Orizzonti Europa».
Gran Bretagna
Le condizioni
degli italiani che risiedono in Gran Bretagna al termine della seconda guerra
mondiale risultano assai penose, «avviliti
per i quattro lunghi anni di internamento nell’Isle
of Man, addolorati per il grande numero di scomparsi nell’affondamento
della Arandora Star, senza
poter usufruire di alcuna assistenza ospedaliera, scomparsa
Con l’arrivo della nuova emigrazione, «il giornale prese a cuore le vicende e i problemi dei nostri lavoratori: funse da organo di informazione, prestò assistenza asociale e in alcuni casi incresciosi prese posizione in difesa dei loro diritti»[44]. Collaboravano numerosi intellettuali presenti nella metropoli inglese, tra cui Ruggero Orlando, C. M. Franzero e Renzo Salvadori. Nel 1957 «La Voce degli Italiani» diviene quindicinale e nel 1963 la testata è ceduta agli scalabriniani, «i quali ne operarono un rilancio attraverso una nuova impostazione redazionale e una maggiore diffusione tra le collettività italiane di provincia […] convertendo il giornale in uno strumento promotore di particolari iniziative sociali, culturali e sportive»[45]. Nel 1968 «La Voce degli Italiani» incorpora «L’Italiano», fondato nel 1950 quale organo ufficiale delle missioni cattoliche italiane in Inghilterra, e che «si era via via trasformato in un analogo organo di informazione, assumendo di volta in volta il titolo di “La Luce”, “La Squilla”, e infine “L’Italiano”»[46].
Accanto alla «La Voce degli Italiani» si registrano altri giornali di ispirazione cattolica, come «Backhill», mensile della Chiesa italiana di Londra, «Il messaggero
Italiano», mensile fondato nel 1994 da Giacomo Morone
e diffuso nell’area consolare di Manchester, «Nuova Presenza», mensile fondato
nel 1980 e edito dalle ACLI a Londra.
Francia
Nel 1948
il giornale di Francia «L’Eco Missionario»[47],
riallacciate le vecchie file, recuperati gli abbonamenti di un tempo, ripresa
la periodicità settimanale ed il formato originario, subisce un’ulteriore
trasformazione, tralasciando la qualifica di «missionario» e divenendo semplicemente «L’Eco». Poiché i nuovi flussi migratori ora
si dirigono prevalentemente verso i grandi centri urbani, «L’Eco» si trasferisce prima a Marsiglia e, successivamente, nel
1962, alla periferia di Parigi con l’attrezzatura occorrente alla composizione
e all’impaginazione,
Trasformato ancora una volta il nome della testata, che diviene «L’Eco d’Italia», il periodico allarga la sua diffusione curando ogni quindici giorni un’edizione speciale per gli italiani in Svizzera; una volta al mese un’edizione per i connazionali del Lussemburgo; ed infine una diecina di edizioni, sempre mensili, per altrettante regioni della Francia con una media sulle 20.000 copie settimanali e punte di 40-45.000.
Questo considerevole e sforzo editoriale, nonché qualche dissenso ideologico all’interno della redazione sulla natura dell’apostolato migratorio, induce la testata a sospendere “provvisoriamente” la pubblicazioni l’8 gennaio 1972.
In Francia,
la cessazione de «L’Eco» è concomitante all’uscita di altri periodici editi
dalle missioni. A Lione, lo scalabriniano Enrico
Larcher fonda nel 1971 il mensile
I vari fogli
informativi, notiziari, bollettini pubblicati dalle missioni rispondevano
ad un bisogno reale offrendo risposte ad urgenti ed importanti problemi
agli italiani di fresca immigrazione. Con il passare degli anni alcune missioni
italiane prendono coscienza che, da sole, non hanno più le possibilità materiali
e il personale adatto per continuare a mantenere vivo il proprio periodico.
Inizia un processo di riavvicinamento che porta alla creazione di un periodico
comune. Le testate che per prime prendono coscienza di questa necessaria
e vitale collaborazione sono «
Germania
In Germania,
nell’immediato dopoguerra, i pochi sacerdoti operanti su un vastissimo territorio
tentano di riallacciare le fila con i circa 30.000 connazionali presenti
nella RFT. Come primo tentativo di collegamento ritengono utile nel 1951
diffondere «La Squilla» olandese. L’accordo di emigrazione italo-tedesco
del 1955 genera un flusso sempre maggiore di emigrati verso e «La Squilla» deve far fronte a sempre nuovi, più impegnativi compiti. Nel
1963 il periodico – che nel frattempo è passato sotto la direzione di don
Accanto al giornale della Delegazione dei missionari italiani in Germania, finanziato dalla Conferenza episcopale tedesca, in alcune grandi città dove la concentrazione di italiani è assai numerosa sorgono bollettini locali. A Colonia nel gennaio 1991 la missione, retta dagli scalabriniani, inizia a pubblicare «Insieme-Gemeinsam». La periodicità è di quattro numeri all’anno. Il trimestrale è stato preceduto per alcuni anni da un bollettino ciclostilato, inizialmente distribuito a mano da un gruppo di volontari. Il nome prescelto sottolinea l’intento di raggiungere i cittadini di altre nazionalità, in particolare i concittadini tedeschi, che desiderano conoscere da vicino la vita della comunità italiana. Per questo il giornale pubblica anche articoli in tedesco e brevi sintesi in tedesco di quelli in italiano. Attualmente è spedito per posta a 15.000 indirizzi.
«Contatto» è il bimestrale della missione di Monaco. L’iter storico di questa testata è esemplare per lo sviluppo di molti altri bollettini, che nel tempo hanno raggiunto una notevole perfezione formale. Nasce nel 1975 come ciclostilato ed è il tipico foglietto di informazione della missione. I primi due numeri portano il nome di «Collegamento». Dal terzo (marzo 1975) diviene «Contatto» ed è distribuito in occasione di celebrazioni e feste. Nel 1978 alla testata è data una nuova impostazione grafica e nel gennaio 1981 sono raggiunte le 1000 copie. Passato alla stampa e ad una grafica accattivante raggiunge oggi i 6500 esemplari ed è inviato per posta a tutte le famiglie italiane di Monaco e dintorni.
Mentre «Contatti» di Stoccarda (1979-2007) ha cessato la pubblicazioni, nonostante avesse raggiunto una tiratura di 30.000 copie, gli altri bollettini non solo continuano, ma con il passare degli anni hanno migliorato considerevolmente la composizione grafica e i contenuti.
Accanto ai bollettini delle missioni e al mensile della Delegazione dei missionari italiani, in Germania sono stati pubblicati per un certo tempo anche strumenti di lavoro miranti a sensibilizzare la società su aspetti particolari dell’emigrazione e ad aggiornare missionari ed operatori sulla evoluzione in atto, anche attraverso la pubblicazione di documentazione pertinente. Segnaliamo «CEDOM Selezione», uscito la prima volta nel gennaio 1976, emanazione del Centro Documentazione Migratorio, sorto a Monaco ad opera degli scalabriniani il 13 dicembre 1975. Il bollettino si proponeva di mettere in circolo, anche approfondendoli, i risultati di dibattiti e tavole rotonde organizzati dal Centro sui più importanti temi dell’emigrazione in Europa. Il periodico, prima a scadenza mensile e, successivamente, trimestrale, in un secondo momento concentra la sua attenzione sui problemi educativi e culturali in emigrazione. Cessa le pubblicazioni nel dicembre 1981.
Il «Bollettino UDEP», edito dall’Ufficio Documentazione e Pastorale per le Missioni Italiane in Germania e Scandinavia, esce nel gennaio 1971 e nel novembre 1973 diventa «Quaderno UDEP». Dapprima ciclostilato, nel 2001 passa alla stampa e successivamente diventa bilingue. Pensato come sussidio per gli operatori pastorali riporta atti di convegni, interventi, saggi apparsi su altre riviste, documenti ufficiali e tesi di pastorale.
In Germania si registra di recente una grande novità, il Webgiornale bilingue, curato da Tobia Bassanelli. In una intervista, il missionario dehoniano descrive così il nuovo compito: «Nel 1998 terminava il mio impegno di lavoro presso il “Corriere d’Italia” (di cui sono stato direttore negli ultimi sei anni, dal 1992 al 1998). Desideroso di continuare ad operare nel mondo dell’informazione a favore della collettività italiana in Germania, ho pensato di investire nei nuovi media le competenze acquisite. Ho così creato un’agenzia stampa, la “de.it.press”, che inizialmente diffondeva le informazioni via fax (“Faxgiornale”) e, successivamente, nel novembre del 1999, ho avviato l’attuale pubblicazione telematica su Internet, il “Webgiornale”»[50].
Svizzera
Oltre ai bollettini delle missioni, in Svizzera
sono pubblicati anche altri notiziari di ispirazione cristiana in lingua
italiana. Ricordiamo, ad esempio, «Acfeinformazioni», un periodico trimestrale curato dal
Centro Familiare Emigrati (CFE), «Il Dialogo» delle ACLI Svizzera, giunto
nel 2008 al XVIII anno con 5000 copie, «Sulle strade dell’esodo», pubblicato
dall’aprile
Alcune missioni hanno anche curato per un po’
di tempo giornalini per gruppi specifici. È il caso de «Il Corrierino
degli Asili della Missione Cattolica Italiana del Birseck».
Recentemente inoltre qualche missione (Zürichsee-Oberland,
Frauenfeld-Sirnach, Kreuzlingen-Winfelden,
Allschwil-Leimental, Horgen,
Oberland-Glattal) ha preferito rinunciare ad un
bollettino proprio e pubblicano un inserto mensile sul settimanale «Corriere
degli Italiani». Altre missioni hanno invece optato per unirsi in un bollettino
a carattere zonale. Questo ha permesso un notevole miglioramento della veste
tipografica e la formazione di una redazione più composita, sebbene la testata
risulti in parte appesantita dalla ripetizione di avvisi parrocchiali e
di messaggi religiosi assai simili tra di lori.
Tratti caratteristici dei bollettini
di missione
Colpisce anzitutto il numero
elevato di bollettini pubblicati dalle missioni, soprattutto in Svizzera.
Anche i vescovi che dall’Italia si recano in visita agli emigrati sono sorpresi
favorevolmente da questo impegno. Leggiamo nel diario di viaggio di mons.
Zaffonato, vescovo di Vittorio Veneto, che visita
le missioni della Svizzera dal 5 al 20 novembre 1949, «La missione (di Ginevra) diffonde a migliaia
un ottimo bollettino “Il Vincolo”, titolo che dice un programma»[51].
L’inizio è caratterizzato
da tirature basse e a livello amatoriale; soltanto in un secondo momento
si passa alla stampa. Nonostante le dichiarazioni di intenti il bollettino,
almeno inizialmente, è frutto del lavoro, delle intuizioni e del gusto del
missionario di turno. Il che si riflette anche nelle variazioni intercorse
nel tempo. Esso mira a creare un legame forte ed immediato con la comunità
che sperimenta un forte isolamento. Intende inoltre fare opinione su alcune
questioni e ad offrire notizie che non appaiono in altri organismi di stampa.
I nomi dati ad alcune testate esprimono bene, seppure un po’ ingenuamente,
il desiderio di ricreare l’atmosfera di un focolare, tenere viva una fiamma,
promuovere un collegamento, seminare
Non si può sottovalutare
la diffusione capillare di queste testate, le uniche a raggiungere per posta,
e quindi in modo certo, tutte le famiglie di una determinata località, garantendo
un metodo insostituibile di contatto con tutti. Nonostante il pubblico ristretto
(una zona particolare) cui si rivolgono, cercano di superare il pericolo
del localismo. Non dedicano spazio a polemiche e personalismi, che spesso
caratterizzano la stampa di emigrazioni, e si propongono come strumenti
di formazione di una comunità alla solidarietà.
Le testate delle missioni sottolineano la voglia
di raccontare una storia dal basso, fatta non di personaggi famosi, ma imperniata
sulla quotidianità. Forse è questo il motivo per cui la cultura ufficiale
ancorata su posizioni ideologiche ignora o non dà sufficiente peso a questa
catena di trasmissione capillare, classificata in tono dispregiativo nella
categoria dei bollettini parrocchiali, perpetuando un classico stereotipo
migratorio che toglie l’anima alle persone e rappresenta l’immigrazione
soltanto come investimento partitico e economico. Queste piccole testate
si sono invece rivelate un prezioso strumento di formazione, bollettini
di animazione, di collegamento e di sensibilizzazione, trasformandosi in
non pochi casi in autentici fogli di opinione. Esse hanno saputo garantire
alle comunità emigrate e ai loro discendenti, durante anni di latitanza
e di assenteismo da parte delle istituzioni italiane, degli intellettuali
e dei grandi media, oltre che un flusso vitale di informazioni generali
e specialistiche, anche un collegamento prezioso fra le diverse componenti
sociali, culturali e religiose delle comunità ed un senso di identità.
La recente evoluzione dei bollettini dà risalto
a contenuti specifici che mirano ad immettere nelle comunità una controcultura
attraverso la formazione alla solidarietà, alla partecipazione, all’impegno
di collaborazione con altri gruppi etnici, all’accettazione di un discorso
autenticamente pluriculturale. Sempre di più il
bollettino diviene uno strumento controcorrente per arginare un diffuso
individualismo teso ad azzerare i valori-guida della comunità. Nel suo piccolo,
esso punta pertanto ad ampliare gli orizzonti, stimolando la partecipazione
e aiutando il migrante ad essere parte attiva nella società dove risiede
e voce viva all’interno della chiesa locale.
Favorisce
anche, seppure con una certa difficoltà, il protagonismo del migrante, come
si evince dalla collaborazione di giovani professionisti, volontari della
penna, dell’impaginazione e della diffusione. Il bollettino si è così trasformato
in scuola di vita di volontariato, coinvolgendo le nuove generazioni nei
problemi e nelle sfide poste dalla comunità immigrata.
P. Giovanni Favero,
direttore dei missionari italiani in Svizzera, scriveva in data 3 gennaio
1952: «Carissimi Italiani! Arriva
finalmente a voi il giornale che da tanto tempo aspettate: “L’Eco”. Sarà
il vostro settimanale che vi porterà le notizie del mondo, della nostra
cara Italia e dei connazionali che lavorano in tutti i cantoni della Svizzera.
Fate buona accoglienza al vostro settimanale! Esso vi terrà al corrente
di ogni notizia interessante il vostro lavoro e vi porterà anche la buona
parola dei 24 missionari italiani che in tutta
Ma l’aggiunta di un inserto ad hoc per
In una riunione tenutasi a Parigi l’11 gennaio
1961, i responsabili de «L’Eco» decidono di sospendere l’edizione riservata
alla Svizzera. Lo scalabriniano Angelo Ceccato, direttore dei missionari in Svizzera, ha intanto
intrapreso una consultazione e costituito una commissione per pubblicare
e gestire in proprio un settimanale delle missioni cattoliche italiane in
Svizzera. La nuova iniziativa della Direzione dei missionari in Svizzera
ottiene i più ampi consensi da parte delle autorità ecclesiastiche e civili.
Il 1° febbraio 1962 esce il primo numero del
nuovo settimanale «Il Corriere degli Italiani». In data 3 febbraio 1962,
inviandone copia al card. Carlo Confalonieri, segretario della Sacra Congregazione
Concistoriale, il direttore dei missionari scrive: «Questo primo numero esce con oltre ottomila
esemplari: l’impegno dei missionari, in partenza, ha permesso di raddoppiare
il numero delle copie del settimanale delle missioni, fin dal primo numero.
Se lo slancio e l’unità persevereranno, spero che si possa diffondere efficacemente
la voce della Chiesa tra molti emigrati»[53].
Sotto la direzione dello scalabriniano
Giuseppe Miele, il giornale, attento alle problematiche degli italiani in
Svizzera, denuncia coraggiosamente manchevolezze e ingiustizie nei loro
confronti.
Il 19 settembre 1963 viene approvato lo statuto
della Società Italo-Svizzera per
Negli anni settanta sembra venire meno l’appoggio
generalizzato dei missionari, nel cui interno le discussioni sul senso della
pastorale migratoria portano ad una proliferazione di prese di posizione
che rendono assai ardua la presentazione di una linea omogenea e soprattutto
di essere punto di riferimento e voce di tutte le missioni.
La fioritura dei bollettini
di missione del tempo è quasi sempre accompagnata da un minor impegno dei
missionari nel sostenere il settimanale. Questa frammentazione obbliga il
comitato direttivo a convocare per il 16 novembre 1972 un’assemblea generale
dei soci a Olten per trovare nuove soluzioni.
Emergono tre proposte, una da parte della commissione ufficiale che desidera
apportare alcune modifiche allo statuto per garantire la linea ufficiale
del «Corriere»; un’altra (conosciuta come la proposta del Gruppo dei 18)
chiede il coinvolgimento dei laici nella gestione, nonché quella di enti
e associazioni di ispirazione cristiana; una terza domanda di prendere ancora
tempo in modo da approfondire i vari aspetti delle problematiche emerse
tra i missionari. Pur tra aspre polemiche, viene seguita la proposta del
Gruppo dei 18 e all’inizio del 1973 è designato presidente del SISSE Giuseppe
Bosa, segretario centrale del sindacato cristiano della metallurgia.
Anche la posizione del direttore viene messa in discussione e da più parti
si chiede che la direzione del giornale sia affidata ad un laico o ad un
direttore più progressista. La soluzione indicata non risolve comunque tutti
i problemi. Come tutti gli altri giornali di emigrazione, negli anni successivi
il settimanale conosce momenti di euforia e momenti di depressione. Non
viene tuttavia mai meno il ruolo di tutela dei diritti civili e religiosi
degli immigrati. L’ex direttore don Dino Ferrando, un sacerdote ticinese,
in occasione del 25.mo del settimanale, esprime bene il ruolo che il giornale
ha esercitato nella comunità e a favore degli emigrati: «Quando è stata aperta la missione per gli immigrati italiani in Ticino
non son venuto subito a sapere che esisteva un settimanale dei missionari.
Pur stampandosi a Lugano non avevo avuto occasione, a quei tempi, di incontrarlo,
di conoscerlo. A farmelo scoprire è stata la lettera di un nostro connazionale
residente in Svizzera interna che, mandandomi in ritaglio la notizia, ricavata
dal “Corriere”, di una sciagura sul lavoro in cui erano deceduti degli operai
italiani, avrebbe voluto che ne facessi oggetto di un’atroce filippica tramite
Radio Monteceneri, nei confronti del governo italiano
che mandava a morire i suoi lavoratori in giro per il mondo [...] C’erano tante attese nell’elenco delle aspettative
fra i governi svizzero e italiano, aspetti sociali basilari che reclamavano
una risposta; c’erano sul tappeto diritti internazionali, per l’uomo del
lavoro, da mettere in luce. È il giornale a rispecchiare ogni situazione,
a essere voce di chi non aveva voce, palestra di ricerca, di sprone, di
conoscenza, di battagliero vigore in difesa degli umili, di parole di speranza.
Ha parlato per loro, il giornale. Ha chiesto giustizia per chi è rimasto
schiacciato sotto la gelida coltre del ghiacciaio di Mattmark rotolato sugli operai del cantiere che costruivano
la diga; per chi è rimasto asfissiato, senza nessuna sua colpa, nella galleria
di Robiei-Stabiascio; per Zardini,
gettato come immondizia a languire e morire sul selciato della Brauerstrasse di Zurigo. Ha alzato la voce, il giornale, per
lo stagionale, senza famiglia, ritenuto meno uomo di chi aveva un permesso
annuale in tasca - per lo scolaro parcheggiato nelle scuole speciali. È
stato amico, il “Corriere”,
che ha chiesto per l’immigrato amore, accoglienza fraternità, comprensione
e ha detto a lui di donare amore, di aprirsi agli altri, di fraternizzare,
di comprendere, di non chiudersi in ghetti. Ha ricordato agli immigrati
il loro patrimonio di fede, di quei principi che non pagano dogana e danno
sapore alla vita, soprattutto quando, all’offertorio, unitamente al pane
e al vino, puoi aggiungere fatica e sofferenza. Un buon, un fraterno amico,
che non solo non ti ha mai tradito - che razza di amico sarebbe stato se
non ti fossi potuto fidare di lui? - ma che ti è rimasto al fianco, fedele,
da sempre»[55].
Le crisi non mancano, soprattutto negli anni
1997-1998, tanto da costringere i soci a indire un’assemblea straordinaria
il 10 gennaio 1998 al termine della quale viene diffuso il seguente comunicato:
«I soci della Società Italo-Svizzera
per
In questo passaggio certamente non indolore,
tanto da ritenere impellenti una verifica della impostazione ed un risanamento
delle finanze, riemergono le ragioni profonde che avevano spinto alla nascita
del settimanale. In un documento del 1981 mons. Otto Wüst
e mons. Anton Hänggi, parlando a nome di tutti
i vescovi svizzeri in riferimento al settimanale delle missioni cattoliche
italiane, così si esprimevano: «Il
Corriere degli Italiani è un servizio a livello socio-politico e religioso
per i migranti. Il parere dei vescovi e del Comitato del Sacrificio Quaresimale,
coerente con le direttive del Concilio e del Sinodo, è che: un settimanale
socio-politico di ispirazione cristiana, al servizio dei migranti, non deve
morire; le comunità ecclesiali dei migranti devono avere i mezzi di finanziamento
senza obbligare il giornale a vivere alla giornata o con l’incubo del fallimento;
l’impostazione socio-religiosa può sempre migliorare; il maggior numero
di migranti deve trovarsi in condizione di leggere il giornale perché lo
scopo della pubblicazione è di formare e informare». Recentemente, anche
per garantire una sicurezza economica alla testata, è stato adottato un
nuovo statuto e si è dato vita ad un comitato di presidenza cui fanno parte
di diritto, oltre che al coordinatore nazionale delle missioni cattoliche
italiane in Svizzera, anche due membri della Fondazione Migrantes della
Conferenza episcopale italiana.
Il settimanale «Corriere degli Italiani», rimasto oggi l’unico settimanale cattolico per gli italiani in Europa, assume un peso ancora più rilevante. L’attenzione al migrante in tutti i suoi bisogni, derivata dalla centralità della persona e ai suoi diritti fondamentali, obbliga la testata a trattarne la vita in ogni suo aspetto. Il «Corriere» pertanto non è rivolto soltanto alla comunità immigrata. Cerca di interpretarne l’evoluzione e di comunicarne messaggi ed esigenze alla società locale, coadiuvandola nel suo sforzo di diventare società autenticamente interculturale.
Il «Corriere» mira anche a dare risposte alla
sfida della bidirezionalità dell’informazione.
La stampa italiana – anche quella di matrice cattolica – spesso ignora o
sottovaluta la capacità educativa che offre una comunità con una storia
più che centenaria. Lo scambio di notizie nelle due direzioni serve a far
conoscere alle testate pubblicate in Italia la valenza di una storia dal
basso, fatta di sperimentazione nella accettazione reciproca, ed aiuta gli
italiani rimasti in patria ad intravedere risposte umane e cristiane alle
sfide poste dai nuovi arrivati. D’altro canto le esperienze di solidarietà
e di impegno presenti nella chiesa italiana, che spesso vengono messi in
rilievo dalla stampa cattolica edita in Italia, possono costituire un mezzo
prezioso per immettere idealità nuove nelle seconde e terze generazioni,
afflitte dalla mancanza di esperienze forti di vita cristiana sebbene siano
alla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza.
Ma il «Corriere» esercita
anche un’altra importante funzione. Si pone come portavoce delle istanze
delle missioni nei confronti della chiesa locale, dando risalto alla loro
ricerca teologica e pastorale e diffondendone le intuizioni e i metodi.
In un contesto in cui il frazionamento continua a caratterizzare la comunità
italiana in Svizzera, il «Corriere» diventa uno strumento capace di coniugare
e mettere in dialogo i molteplici aspetti della comunità. In ambito socio-politico
la definizione e le conseguenze di una appartenenza multipla (spinta al
voto amministrativo locale, partecipazione negli organismi consultivi, impegno
politico e solidaristico) richiedono sforzi sempre maggiori per superare
la renitenza alla partecipazione, causata da uno stato di emarginazione
troppo prolungato.
Le testate pubblicate in
Italia
Anche in Italia esiste una stampa di emigrazione di matrice cattolica. La prima testata che tratta di problemi di assistenza ai migranti è il «Bollettino» dell’Opera Bonomelli, che esce la prima volta il 20 gennaio 1902: «È negli scopi dell’Opera nostra il diffondere, per quanto sia possibile, fra gli emigrati quelle notizie che possono più direttamente interessarli nella ricerca di lavoro». Memorabili alcun articoli come quello di Geremia Bonomelli su La condizione degli operai italiani al Sempione e quello a firma di F. Tommaso Gallarati Scotti su Le reali condizioni degli operai italiani al Traforo del Sempione. Appare anche un articolo di Luigi Einaudi su Le correnti dell’emigrazione italiana.
Nel 1903 esce a Piacenza un modesto bollettino di 8 pagine dal titolo «Congregazione dei Missionari di S. Carlo per gli Italiani emigrati nelle Americhe»[57], come organo di informazione e di sensibilizzazione del clero e del laicato sulle problematiche dell’emigrazione attraverso la pubblicazione di relazioni, della corrispondenza dei missionari, la ristampa delle pagine più significative degli scritti sull’emigrazione italiana. Il bollettino riempie un vuoto nell’organizzazione della nuova congregazione fondata da mons. G. B. Scalabrini.
Inizialmente sono soprattutto le missioni ai porti di imbarco e di sbarco a costituire «la vetrina privilegiata della direzione del periodico per fare conoscere l’Opera di assistenza dell’emigrazione, in quanto essa era quella che meglio rappresentava la sua duplice finalità: venire incontro ai bisogni morali e religiosi nonché sociali e materiali degli emigrati»[58]. Sospesa dopo la morte di Scalabrini, la rivista riprende nel 1906 con un nuovo nome «L’Emigrato Italiano in America» a periodicità mensile di 20 pagine. Durante la direzione di p. Paolo Novati il periodico «è tutt’altro che un bollettino interno della Congregazione Scalabriniana: esso si presenta come una vera palestra di problematiche internazionali sia sul piano civile che ecclesiale, concernenti le migrazioni».[59]. Dal periodo che va dal 1911 al 1924 la direzione passa a p. Massimo Rinaldi, futuro vescovo di Rieti, convinto assertore dell’importanza della stampa nella causa dell’emigrazione. Per Rinaldi «la rivista è parte integrale della nostra missione», come vi scrive nel gennaio-marzo 1920.
Si può affermare che «la rivista costituì per l’ambiente italiano (società civile ed ecclesiale) il più valido strumento di credibilità delle ispirazioni del suo fondatore, lo strumento che maggiormente ne difese l’originalità, l’espressione più efficace di fronte all’opinione pubblica della validità dell’Opera Scalabriniana, di cui si metteva in dubbio la stessa esistenza»[60].
Nel 1939 la rivista muta nuovamente il titolo e diviene «Le Missioni Scalabriniane tra gli italiani all’estero», con attenzione all’emigrazione italiana in ogni continente e con cadenza bimestrale. Nell’editoriale del gennaio 1950 il direttore scrive: «La nostra rivista [...] si sforza di far penetrare nello spirito pubblico il sentimento del dovere che tutti abbiamo di occuparci seriamente dei nostri emigrati; inculca i principi cristiani a riguardo dei diritti sociali degli emigrati e contribuisce, con le notizie di cui può disporre dai vari paesi di emigrazione, a facilitare la scelta di chi deve emigrare».
Dopo alterne vicende e minacce di chiusura negli anni ottanta, nel 1989 la nuova direzione decide per un cambio di corso, dando maggiore risalto all’immigrazione in Italia.
«Le Missioni Cattoliche Italiane» è il bollettino dell’Associazione Nazionale per soccorrere i Missionari Cattolici Italiani, un bimestrale pubblicato a Firenze dal 1897 e che talune volte contiene corrispondenze e articoli sulle attività favore degli emigrati italiani. Nelle statuto leggiamo all’art. I: «È costituita in Italia una Associazione Nazionale autonoma, avente sede in Firenze, per soccorrere i Missionari cattolici italiani, e per promuovere, sotto la loro direzione o vigilanza, la fondazione di nuove scuole e la diffusione della lingua italiana, specialmente in Oriente e nell’Africa, e mantener vivo, insieme colla Fede, l’amore per la patria nei numerosi Italiani che si trovano in lontane regioni». Il segretario generale è Ernesto Schiaparelli, mentre il presidente è il sen. Fedele Lampertico.
Il 1° febbraio
1910 esce a Torino il primo numero della rivista «Italica Gens», organo
della omonima Federazione per l’assistenza degli emigranti transoceanici,
fondata e diretta dall’Associazione Nazionale pei Missionari Cattolici Italiani
(1910-1916). Nell’editoriale leggiamo: «L’associazione
nazionale rivolge ora direttamente le sue cure ai nostri connazionali emigrati
in paesi transoceanici e chiede all’uopo il concorso di tutti i Missionari
italiani ed anche di quegli Ecclesiastici di altra nazionalità che con alto
sentimento di carità cristiana si sono affezionati agli emigranti italiani
come a gente della loro nazione, e nel nome d’Italia li invita tutti a raccogliersi
in una vasta organizzazione, l’Italica Gens, federazione per l’assistenza degli emigrati italiani in paesi transoceanici».
Il gruppo dirigente è composto, oltre che da Ernesto Schiaparelli, da Ranieri Venerosi
Pesciolini, in qualità di direttore responsabile, e da Eugenio Bonardelli. La rivista e
Nel secondo dopoguerra qualche testata cattolica si mostra sensibile al fenomeno emigratorio. Non manca inoltre l’invio di bollettini parrocchiali ai parrocchiani emigrati all’estero. Nel frattempo anche il nascente mondo associativo inizia la pubblicazione di bollettini di informazione e collegamento, per esempio l’«ANFE. Notizie fatti problemi dell’emigrazione»” che esce la prima volta nel 1956[62]. Numerosi sono anche i bollettini delle associazioni provinciali, alcune delle quali di chiara ispirazione cattolica come «Trevisani nel mondo», fondata nel 1974 da don Canuto Toso, anche se con il tempo molti di essi si trasformano in organismi para partitici.
Il «Bollettino della Giunta Cattolica per
l’Emigrazione Italiana» nasce
nel 1951 e continua fino al 1964. Nel 1965 la responsabilità diretta dell’assistenza
pastorale agli emigrati italiana passa alla Conferenza Episcopale Italiana.
La testata si trasforma allora in «Bollettino dell’Ufficio Centrale per
l’Emigrazione» che, nel dicembre 1969, diventa «Servizio Migranti». Gaetano
Bonicelli ne diventa il direttore. La rivista, bollettino
ufficiale prima dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana e dal 1987
della Fondazione Migrantes, offre saggi, documentazione e spunti di pastorale
migratoria della chiesa italiana. Ha subito una evoluzione nel tempo ed
attualmente si può considerare portavoce delle attività pastorali della
Chiesa italiana nei cinque settori della mobilità: emigrazione italiana
nel mondo, immigrati e rifugiati in Italia, circensi e fieranti,
rom e sinti, marittimi.
«Migranti Press» è un settimanale d’informazione e esce come supplemento di «Servizio Migranti»: Nel primo numero (1° marzo 1979) leggiamo che lo scopo della nuova testata è quello di «attuare un più organico collegamento tra UCEI, missioni cattoliche, delegazioni regionali [...], di facilitare la lettura dei fatti di emigrazione alla luce dei valori cristiani e di avere, inoltre, al riguardo uno scambio franco e proficuo con altre associazioni e organismi. L’informazione di Migranti Press vuole, infatti, privilegiare esperienze, interpretazioni, proposte ecclesiali; vuole cogliere il risvolto socio-pastorale dei vari aspetti implicati elle migrazioni interne, in quelle estere, nella problematica degli stranieri in Italia e in quella dei profughi». Non vuole entrare in concorrenza con altre testate, ma assolvere ad un ruolo complementare.
Nell’ottobre
1964 nasce
«Selezione
CSER» (1964-1974), nato come notiziario quindicinale e supplemento di «
Il primo
numero di «Scalabriniani» esce nel dicembre 1993 come bimestrale della Congregazione dei Missionari
di S. Carlo (Scalabriniani): «Vuole semplicemente essere un segno di affetto:
intendiamo condividere le nostre ansie apostoliche, i nostri problemi, le
nostre difficoltà e le nuove prospettive facendo conoscere opere rese possibili
anche da una miriade di volontari e cooperatori che traggono ispirazione
e motivazione di vita da Mons. Scalabrini».
Fra tutte le testate di matrice cattolica edite in Italia
per gli italiani all’estero, il «Messaggero di sant’Antonio - edizione italiana
per l’estero» occupa una posizione preminente. Si tratta di un mensile a
colori, in lingua italiana, di 52 pagine, diffuso solo per abbonamento[63]. È
suddiviso in nove parti: Primopiano, che presenta il fatto o il personaggio del
mese; Società, che affronta i
temi della politica italiana, internazionale, dell’economia e del lavoro
in un’ottica cristiana; Noi giovani,
con 3 pagine riservate a interviste con giovani discendenti d’italiani all’estero
e con informazioni sulle iniziative delle varie istituzioni riguardanti
corsi, stage universitari ecc. Dopo
Il «Messaggero di sant’Antonio - edizione italiana per l’estero» è diffuso soprattutto in Canada (22%), negli Stati Uniti (13%), in Australia (14%). Ciò che contraddistingue i suoi abbonati è la fedeltà alla rivista. oltre il 46% di loro lo sono da più di 15 anni, mentre solo il 21% lo è da meno di 5 anni. Il primo dato presenta i due volti dell’abbonato alla rivista: l’elevata anzianità di abbonamento spesso nasconde l’elevata anzianità anagrafica. Il secondo dato conferma che esiste ancora un mercato potenziale per questa rivista che dovrà essere stimolato da continue e maggiori iniziative promozionali.
La testata
si può leggere anche in Internet, inoltre viaggia pure nell’etere. Oltre quaranta emittenti radiofoniche di lingua
italiana nei cinque continenti (in particolare negli Stati Uniti, in Canada,
in Australia, in Europa e in Sudamerica) irradiano
Conclusioni
I centri di pastorale migratoria, impegnati
nella promozione umana e cristiana del migrante e nel sostegno ad un suo
inserimento nella chiesa e nella società locali senza che questo comporti
la rinuncia della sua cultura ed espressività religiosa, hanno ritenuto
la stampa cattolica di immigrazione un sussidio pastorale assai pertinente.
Ne hanno fatto ampio uso, investendovi molte risorse umane e finanziarie.
A differenza
di altri continenti dove le missioni e le parrocchie hanno via via abbandonato la carta scritta ed hanno occupato spazi significativi
nel settore radiofonico e, talvolta, anche televisivo, in Europa si continua
a privilegiare
Si pone il problema della lingua. Le giovani generazioni, infatti, privilegiano la lingua locale, anche se non bisogna dimenticare il profondo legame che esiste tra lingua materna e trasmissione della fede e il desiderio delle seconde e terze generazioni di conservare l’italiano come lingua di cultura. Si registra inoltre un crescente desiderio di riflessione e di interpretazione religiosa dell’esperienza migratoria per cui le testate delle missioni, accanto alla informazione per la comunità locale, tendono a specializzarsi sempre di più nella proposta di una formazione religiosa disseminata capillarmente, ponendosi come strumenti di dibattito e di lettura in chiave sapienziale della vicenda migratoria. Queste testate di matrice cattolica si avvalgono spesso di articoli, prese di posizioni ed editoriali comuni, garantendo così una maggiore incisività e sensibilizzazione per alcuni temi specifici.
Come per
tutte le altre testate in lingua italiana edite all’estero, anche i giornali
di matrice religiosa corrono il rischio di perdere la rilevanza che godevano
nel passato. La crescita delle seconde generazioni che privilegiano la lingua
del posto e prediligono l’uso di internet, l’invasione della TV che minaccia
di far perdere agli emigrati il gusto della lettura, i maggiori costi della
carta stampata rispetto alle testate telematiche e gli elevati costi della
spedizione postale che penalizzano soprattutto la stampa cattolica diffusa
capillarmente sul territorio, costituiscono alcune delle sfide da affrontare.
In precedenza la stampa di matrice religiosa ha giocato un ruolo preminente
nella creazione di federazioni della stampa di emigrazione per rimediare
alle varie difficoltà. Si è anche dato vita ad una federazione della stampa
scalabriniana che per alcuni anni ha prodotto
notevoli risultati. Di fatto la stampa cattolica di emigrazione ha migliorato
la sua produzione sia a livello grafico sia di contenuti.
Ed ora alcune testate sono state ammesse alla Federazione dei settimanali
cattolici italiani (Fisc), nata il 27 novembre 1966 e che raggruppa oltre 150
giornali diocesani con una diffusione settimanale di circa un milione di
copie. (Giovanni
Graziano Tassello, CSERPE – Basel) gtassello@cserpe.org
[1] FUMAGALLI, Giuseppe, La stampa periodica italiana all’estero. In: La stampa periodica italiana all’estero. Indice dei periodici preceduto da uno studio storico. Milano, Fratelli Bocca, 1909.
[2] Briani, Vittorio, La stampa italiana all’estero dalle origini ai nostri giorni. Roma
Istituto Poligrafico dello Stato, 1977, p. 23.
[3] Briani, V. La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 39.
[4] Cantini, Claude, La stampa italiana in Svizzera (1756-1996). Zurigo,“Quaderni di Agorà”, 1996.
[5] Cfr.
la lettera di E. Schiaparelli alla missione
di Friburgo del 5 giugno
[6] UDEP-Istituto Storico Scalabriniano, Werthmann, Bonomelli e l’assistenza religiosa alla prima
emigrazione in Germania. Parte terza, L’Opera Bonomelli, «Documenti
emigrazione», 4, 1992, p. 77.
[7] Don Caselli rientra successivamente a Torino, dove pubblica
il giornale cattolico «Il Momento». Nel
[8] Dorneich,
Julius, Mons. Lorenzo Werthmann e la prima
assistenza ai lavoratori italiani in Germania, “Servizio Migranti”,
7-8, 1971, p. 75.
[9] Riportato in
Bordin, Livio;
ZANCAN Livio, Il vescovo Fer
[10] Biblioteca
Ambrosiana, Fondo Bonomelli, Cart. 34, pos. 66, lettera del 21 settembre 1911.
[11] Rosoli, Gianfausto, L’Opera Bonomelli di Assistenza agli operai italiani emigrati in Europa durante la fase milanese tra confessionalismo e azione sociale (1908-1914). In: Id. (a cura di), Geremia Bonomelli e il suo tempo. Atti del Convegno storico 16-19 ottobre 1996. Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana, 1999, p. 645.
[12] Ibidem, p. 621
[13] Vicenza,
Archivio Storico Diocesano, Vescovo Fer
[14] Ibidem, vol. IV. S., f. 876.
[15] Ibidem, vol. IV. S., f. 1025.
[16] Lettera del Segretario Generale dell’Opera Emanuele Greppi
del 22 dicembre 1915 n.
[17] Lettera di don Mietta al direttore de «L’Emigrato Italiano», ottobre 1955, p. 127.
[18] Cit. in Cannistraro, Philip; Rosoli, Gianfausto, Emigrazione e fascismo. Lo scioglimento dell’Opera Bonomelli (1922-1928). Roma, Edizioni Studium, 1979, p. 128.
[19] Vicenza,
Archivio Storico Diocesano, Vescovo Fer
[20] «Probabilmente per marcare meglio la funzione
del bollettino della MCI in seno alla collettività italiana di Ginevra
e in considerazione dei mutati interessi e bisogni informativi, la sua
testata è stata modificata a più riprese: nel maggio del 1942 divenne
“Bollettino Missionario per gli Italiani della Missione di Ginevra”; con
l’inizio dell’anno 1945 il notiziario della Missione venne trasformato
in “Il Vincolo”, per sottolineare il desiderio di unità in seno alla Comunità
italiana dopo gli anni delle divisioni; nel mese di gennaio 1973 il titolo
del mensile divenne
[21] Archivio
Generale Scalabriniano, Archivio Babini,
fascicolo 207 – Berna.
[22] Ibidem.
[23] Ibidem.
[24] Ibidem , Babini a Rizzi, 18 settembre 1929.
[25] «Il
Foglio della Missione Italiana. Settimanale per gli Emigrati», n. 1, settembre
1930, p. 1.
[26] Archivio
Generale Scalabriniano, Archivio Babini,
fascicolo 215 – Linthal, Rampo a Babini
12 febbraio 1932.
[27] Briani, V., La stampa
italiana all’estero, op. cit., p. 55.
[28] Borruso, Paolo, Missioni cattoliche ed emigrazione italiana in Europa (1922-58). Roma,
Istituto Storico Scalabriniano, 1994, p. 112.
L’A. rimanda ad un articolo di Rosoli,
Gianfausto, La
problematica religiosa degli italiani in Francia. In: MILZA, Pierre (a cura di), L'immigration italienne en France
dans les années
20. Colloque franco‑italien,
Paris 15‑17 octobre
1987. Paris,
Éditions du CEDEI,
1988, pp. 312-327.
[29] Borruso, P., Missioni cattoliche ed emigrazione italiana, op. cit., p. 112.
[30] Ibidem., p. 102.
[31] Ibidem., p. 121.
[32] Ibidem.
[33] Ibidem., p. 117.
[34] Ibidem., p. 129.
[35] Ibidem., p. 145.
[36] Perotti, Antonio, Storia della presenza
progressiva dei missionari scalabriniani in
Europa. In: Scremin, Lorenzo;
Guglielmi, Silvano (a cura
di), Sulle sponde del Reno. Missione Cattolica Italiana Basilea 1903-2003.
Lugano,
[37] Andreotti, Giulio, Mons. Babini e l’emigrazione italiana in Francia. In: Ridolfi, Silvano; Minardi, Everardo (a cura di), Migrazioni in Europa. La presenza pastorale e missionaria della chiesa italiana. Studi e Ricerche in memoria di Mons. Costantino Babini direttore dei missionari di emigrazione in Europa. Faenza, Biblioteca “Card. Gaetano Cicognani”, 1988, p. 59.
[38] Giacomo
Sartori, noto per le sue prese di posizione tempestive e coraggiose a
favore della classe operaia emigrata, era dotato di una rara vis polemica contro ogni forma di sfruttamento.
Abramo Seghetto ha curato la ristampa dei suoi articoli più famosi:
[39] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 67.
[40] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 66.
[41] Gallo, Benito, Les Italiens au Grand-Duché de Luxembourg. Luxembourg, Imprimerie Saint-Paul, 1987, p. 530.
[42] Ibidem, p. 551.
[43] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 68.
[44] Marin, Umberto, Italiani in Gran Bretagna. Roma, Centro
[45] Ibidem.
[46] Ibidem. Il periodico londinese “La Voce degli Italiani”, nota
testata fondata nel gennaio del 1948, cesserà definitivamente la pubblicazione
dopo sessantatre anni di vita al servizio della Comunità italiana residente
nel Regno Unito, il periodico, che da quindicinale si era ridotto a trimestrale,
con massimi picchi di lettori nel periodo tra il 1955 ed il 1975, non
era più nelle condizioni di tirare avanti. “Anche oltre Manica – spiega
il direttore Giorgio Brignola a de.it.press
- è, progressivamente, mutato il concetto di vivere l’italianità. Sono
venute meno, a mio avviso, alcune realtà nelle quali si veniva ad identificare
la nostra numerosa Comunità in Gran Bretagna. Gli italiani, di terza e
quarta generazione, hanno impostato diversamente il loro modo d’essere
cittadini del Bel Paese. Il processo d'integrazione è stato totale
e, sotto molti aspetti, anche provvidenziale”.
[47] Cfr. PEROTTI, Antonio, Storia della presenza progressiva dei missionari
scalabriniani in Europa, in GUGLIELMI, Silvano;
SCREMIN, Lorenzo (a cura di), Sulle
sponde del Reno. Missione Cattolica Italiana Basilea 1903-2003, Basilea,
2003, p. 149.
[48] Briani, V., La stampa italiana all’estero, op. cit., p. 70.
[49] Ibidem, p. 71.
[50]http://portal.lombardinelmondo.org/lombardinelmondo/portal/nazioni/Europa/Articoli/Testimonianze/bassanellinterv/document_view
[51] S. E. Mons. Zaffonato
con gli italiani in Svizzera, «Le Missioni Scalabriniane»,
aprile 1949, p. 83.
[52] A. Spadacini, Settimanale della Svizzera. Il Corriere degli Italiani nel 40° anniversario, “Servizio Migranti”, 2, marzo-aprile 2002, p. 192.
[53] Ibidem.
[54]
Ibdem, p. 195.
[55] Ferrando, Dino, Quando ho trovato un amico, «Il Lavoro», 26 settembre 1986.
[56]
Ibidem, pp. 196-197.
[57] La nascita della testata era stata auspicata da un voto unanime espresso a Torino nel 3° Congresso Internazionale dei Cooperatori Salesiani del maggio 1903. L’editoriale de «Il Bollettino Salesiano» riporta che l’intervento sull’emigrazione italiana del prof. Olivi, presidente del Comitato locale della S. Raffaele a Treviso e l’Opera di Scalabrini avevano ricevuto «il plauso entusiasta dei Congressisti che avevano fatto voti che venisse alla luce un periodico che illustrasse l’espansione di quest’opera eminentemente religiosa e patriottica».
[58] Perotti,
Antonio I primi vent’anni, «L’Emigrato»,
novembre 2003, p. 7.
[59] Ibidem, p.
9.
[60] Ibidem, p. 10.
[61] Rosoli, Gianfausto,
[62] L’ANFE è fondata da Maria Federici, deputata nell’ Assemblea Costituente e nella prima legislatura. Nel 1944 Federici è tra i fondatori delle ACLI, nella cui direzione ricopre l’incarico di delegata femminile, e tra le fondatrici del Centro Italiano Femminile, del quale diventa prima presidente dal 1945 al 1950
[63] Nata nel 1956, sull’onda del flusso migratorio, e sviluppatasi
dal ceppo dell’edizione nazionale che oggi raggiunge 700mila famiglie
residenti nella penisola (e che ha iniziato la sua attività nel 1898),
l’edizione italiana per l’estero ha conosciuto negli anni settanta una
crescita progressiva. Oggi la tiratura si è attestata su una media di
45-50 mila copie. Altre copie, dei numeri di dicembre e giugno, vengono
spedite ad amici anziani (residenti soprattutto nell’America Latina),
che hanno inviato un’offerta insufficiente per coprire i costi del regolare
abbonamento.