INFORM - N. 241 - 28 dicembre 2011


ITALIANI ALL’ESTERO 

Da “Il Popolo. Pordenonesi nel Mondo” dell’Efasce

Dai fornaciai di Buia ai gelatai della Valcellina, ai maniaghesi

 

PORDENONE - All’inizio dell’estate del 1968 un’agenzia turistica regionale lanciò un concorso, mettendo in palio una vacanza gratis per un mese a Lignano, per chi avesse proposto il miglior slogan da mettere nei propri depliant pubblicitari. Vinse una ragazza francese con la frase "Un mese di vacanza in Italia…. undici mesi di nostalgia". Una locuzione che rifletteva perfettamente anche lo stato d’animo dei nostri emigranti che in primavera partivano per la "stagione" all’estero. Il giorno stesso dell’arrivo in terra straniera incominciavano a contare prima i mesi, poi le settimane e infine i giorni che mancavano al rientro a casa per le feste natalizie. La ricorrenza del Santo Natale è da sempre considerata la festa della famiglia, il momento più bello dell’anno, ma era anche il più triste per quegli emigranti che dovevano trascorrerlo lontani da casa e dai propri affetti familiari. Ma per i più fortunati che a giorni sarebbero rientrati al paese natio, erano momenti febbrili di preparativi e di attesa.

La partenza

Con due grosse valigie, a volte rinforzate con lo spago, una per i vestiti e gli oggetti personali, l’altra contenente gli attrezzi di lavoro (perché non si sapeva mai se in primavera si sarebbe ritornati nello stesso posto) salivano sui treni che dalle varie regioni della Germania, dal Belgio, dall’Olanda e dalle regioni orientali della Francia erano diretti alla stazione di Monaco di Baviera, nodo ferroviario strategico e collo di bottiglia nei collegamenti ferroviari fra il nord e sud d’Europa dove in quei giorni anche la proverbiale organizzazione teutonica veniva messa a dura prova. Altri tempi Il giorno prima della partenza il telegiornale tedesco aveva avvisato che per la vigilia di Natale era previsto un aumento del traffico ferroviario in transito nella stazione bavarese di oltre 400 mila passeggeri. Man mano che questa marea umana arrivava in stazione, veniva smistata in modo brusco e sbrigativo. Oscurati i grandi tabelloni che normalmente indicavano gli orari degli arrivi e delle partenze, i passeggeri venivano indirizzati ai rispettivi treni dal personale delle ferrovie federali, affiancati da poliziotti in tenuta militare con tanto di pistola mitragliatrice e cani da guardia al guinzaglio, che trasmettevano agli sbigottiti passeggeri le informazioni sui convogli che loro stessi ricevevano attraverso il radiotelefono: "Passeggeri con destinazione Italia avanti sulla destra, quelli verso la Jugoslavia a sinistra, il treno per Istanbul al binario 28. Schnell, Schnell...Vorwärts!" Odissea «Ma dove sarà il treno per Udine?». «Udine? Non c’è nessun treno con destinazione Udine!». Bisogna prendere un treno con destinazione Jugoslavia e una volta arrivati a Villach, in Carinzia, scendere e affidarsi alla buona sorte. Da lì dipenderà da che ora arriveremo, un treno per Udine ci sarà di sicuro».

In treno

«Torno a casa, siamo in tanti sul treno, occhi stanchi ma nel cuore il sereno » era il verso iniziale di una canzone dell’Equipe 84 che andava di moda negli anni ’60. Ed era proprio così! Il treno, sia negli scompartimenti che nei corridoi, era strapieno di emigranti, in maggioranza jugoslavi e turchi, che rientravano nei loro rispettivi paesi. Mescolati in mezzo a loro anche parecchi friulani. Molti terrazzieri e muratori provenienti dal centro Europa, ma anche un gruppo di fornaciai di Buia che lavoravano nelle fornaci di mattoni della Baviera, diversi gelatai della Val Cellina e alcuni giovani del maniaghese che lavoravano negli stabilimenti Ford di Colonia

Mentre il convoglio, nella notte, lentamente oltrepassava, una ad una, le stazioni austriache illuminate a giorno dagli addobbi natalizi, i passeggeri, stanchi e mezzi addormentati, non erano molto loquaci. Negli scompartimenti e nei corridoi non si sentiva molto parlare ma i pensieri che attraversavano la mente di ognuno di loro, anche se inespressi in lingue diverse, erano per tutti gli stessi: «Ormai il peggio è passato… ancora poche ore e poi saremo finalmente a casa». (M.B.-Il Popolo.Pordenonesi nel Mondo/Inform)

 


Vai a: