RASSEGNA STAMPA
Da “Il Messaggero”
Terzi: « l'Italia chiede all'Onu di difendere la libertà
religiosa»
ROMA - Solidarietà al governo nigeriano e alle vittime; condanna assoluta «per questo episodio di efferata barbarie compiuto da un folle estremismo che colpisce nel momento più sacro per la comunità dei cristiani». Giulio Terzi di Sant'Agata, ministro degli Esteri, analizza la strage di Natale e ribadisce, in questa intervista, che l'impegno contro il terrorismo e insieme per il dialogo e lo sviluppo è una priorità del governo.
Ministro,
chi c'è dietro questi attentati su vasta scala?
«E’ una sequenza
che ripete quanto avvenuto lo scorso anno alla vigilia di Natale e che combina
queste azioni di terrorismo nel Nord della Nigeria a una serie di altri terribili
eventi che hanno colpito negli ultimi due-tre anni
le comunità cristiane in altri Paesi dove sono presenti componenti islamiche
estremiste. I due centri più coinvolti negli attentati di questi giorni, Bauci
e Yobe, erano già stati teatro di scontri sanguinosi
in passato; a Bauci nel 2009, dopo l'uccisione di
Mohamed Yusuf, leader del gruppo Boko
Aram, al quale sembrano far capo gli attentati dell'altroieri,
ci fu un'escalation di guerriglia con 700 morti.
La denuncia
delle violenze contro le comunità cristiane è stata una costante dell'azione
del passato governo. Vale anche per quello attuale?
«Certamente.
E’ il momento non soltanto di declamazioni di condanna, ma di proseguire le
iniziative e i piani di azione che abbiamo avviato nell'Unione europea, nelle
Nazioni unite e nell'Alleanza per le civiltà, per una ripresa del dialogo
tra le società civili e per dare incoraggiamento e assistenza ai governi delle
nazioni colpite. Questo governo continuerà l'azione che è stata svolta dall'Italia
negli ultimi anni, talvolta con non poche difficoltà. Su impulso italiano,
nel luglio 2010,
Questi
attentati ci riportano al clima dell'11 settembre 2001, da scontro di civiltà?
o sono azioni residuali?
«Sono tensioni assolutamente residuali. Abbiamo sempre rifiutato la teorizzazione di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà, che non è la vera interpretazione della storia del momento in cui viviamo; i Paesi sono insieme nell'affrontare i problemi della realtà economica, dello sviluppo sociale, della realtà istituzionale e democratica. Questo sente la stragrande maggioranze delle popolazioni. E una volontà di cooperare e superare le sfide, non certo di creare crociate o lotte di religione. Bisogna eliminare i presupposti della tensione fra le culture. L'eliminazione della diffamazione religiosa, dell'incitamento all'odio e il rispetto delle religioni devono rientrare seriamente nell'attività dell'Onu».
Di fronte
alle novità della primavera araba e degli eventi in Libia, l'Italia non si
è mossa in ritardo, rispetto al protagonismo francese?
«Assolutamente
no, ne ho avuto la prova all'incontro del presidente del Cnt
Jalil con il capo dello Stato e con il presidente
del Consiglio. E stato evidente quanto importante sia il nostro Paese e come
l'Italia rappresenti il primo partner per il nuovo governo e per l'intera
popolazione libica. Non c'è nessun deficit, bensì una grande volontà di costruire
insieme un percorso democratico istituzionalmente solido dei nuovi assetti
libici; vuol dire far crescere l'interscambio, i rapporti umani, i contatti
universitari, il lavoro e l'assistenza. L'Italia viene ritenuta un partner
fondamentale per aiutare nella ricostruzione sulla base della riattivazione,
già di
Il premier
Monti sarà in Libia a fine gennaio. I dossier della missione?
«Entrambi i Paesi puntano alla riattivazione del Trattato di amicizia. I dossier sono quelli esplicitati nel Trattato: economico, della cooperazione sul piano di controllo delle frontiere e dell'emigrazione e il dossier della cooperazione universitaria e dell'educazione».
Rispetto
al precedente governo c'è una maggiora sintonia con l'America di Obama?
«Onestamente
non mi sento di discettare su questo aspetto. Quando ero ambasciatore a Washington
mi sforzavo di spiegare, soprattutto in Italia, perché gli americani l'avevano
ben chiaro, che il rapporto fra Italia e Usa ha una tale intensità che è un
dato di fatto, è difficile dire se ci sia una gradazione in più o meno; basti
ricordare il riconoscimento americano non appena noi abbiamo di