STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, dicembre 2011
Polesani e piemontesi
Ricordando l’alluvione del Polesine
1951-2011: per ricordare i sessant’anni
dall’alluvione del Polesine, la Fameja Polesana di Chieri ha organizzato
una mostra e un convegno. In un’Italia ancora oggi devastata dalle alluvioni
Sono passati ben
sessant’anni dal 14 novembre 1951, data indimenticabile per gli abitanti del
Polesine quando il Po ruppe gli argini a Occhiobello, Paviole e Malcantone,
nell’entroterra veneto, riversando la furia delle sue acque sulla Pianura padana.
Un triste anniversario che la Fameja Polesana di Chieri (TO) ricorda
quest’anno con una mostra fotografica di grande impatto. Non è l’unica iniziativa
che fa memoria di quei tragici fatti. Già nel 2009, l’associazione attraverso
il suo Centro studi e con la collaborazione della Regione Piemonte, aveva pubblicato
un volume dal titolo: Polesani e Piemontesi… dal 1951 ne è passata di acqua
sotto i ponti del Po.
Il disastro, che è costato anche molte vite umane e la distruzione dei mezzi di sopravvivenza, ha lasciato i superstiti con un’unica possibilità di scelta: quella di emigrare. Le regioni verso le quali si indirizzarono i flussi migratori furono quelle che allora facevano parte del cosiddetto «triangolo industriale» e cioè Milano, Torino e Genova.
La mostra, che consta di circa trecentocinquanta gigantografie e di una nutrita rassegna stampa, ripercorre con immagini di straordinaria efficacia, tutte le fasi dell’alluvione e del disastro, puntando soprattutto sull’elemento umano. Emergono dalle acque distruttrici campanili e pochi tetti di quelle che furono abitazioni. L’inaugurazione della mostra è avvenuta il 19 novembre presso la Sala conceria di Chieri, alla presenza di autorità polesane e piemontesi, le quali hanno voluto testimoniare, a sessanta anni da quell’evento, lo stretto collegamento tra la gente polesana e quella piemontese.
Un collegamento evidenziato nei diversi interventi da tutti i convenuti: la presidente della Provincia di Rovigo Tiziana Virgili e l’assessore provinciale al Turismo e territorio Laura Negri, unitamente al sindaco di Adria Massimo Barbujani e al consigliere comunale Daniele Lucchiari.
Anche da parte del sindaco di Chieri Francesco Lancione, dell’assessore alla Cultura Giuseppe Pellegrino e dell’assessore al Turismo e sport Franco Bosco è stata evidenziato come, in un’occasione così drammatica come l’alluvione, sia stata fondamentale la solidarietà espressa dai piemontesi verso coloro che emigravano dalle zone colpite. Molti si sono sentiti coinvolti e si sono fatti carico di alleviare la precarietà del primo impatto dell’immigrazione.
Il convegno sul tema
Subito dopo l’inaugurazione si è svolto il convegno, voluto dal Centro Studi polesani e piemontesi della Fameja di Chieri dal titolo 1951-2011: Sessant’anni dalla grande alluvione. Il Polesine com’era e com’è oggi.
I relatori sono stati Federico Saccardin, già presidente della Provincia di Rovigo e dell’Ente parco veneto del Delta del Po e Augusto Grandi, capo redattore del quotidiano «Il Sole 24 ore».
Gli interventi dei relatori hanno preso spunto dai temi che sono stati trattati nel volume dedicato alla grande alluvione e curato dal Centro studi polesani e piemontesi e hanno così analizzato non solo le varie fasi dell’alluvione e le sue conseguenze, ma anche le motivazioni che hanno spinto molti polesani a cercare una nuova speranza di vita in terra piemontese.
Di grande effetto sono state le letture di alcune lettere degli emigrati, fatte dall’attore veneto Adriano Pellegrin, che ha saputo coinvolgere emotivamente il pubblico. Ciò che ha colpito particolarmente è che, nonostante la sofferenza e la povertà, gli alluvionati hanno sempre espresso nei loro scritti speranza e fiducia nella vita futura che, in quei momenti, non era facile condividere.
Lo sradicamento repentino non ha però distrutto i legami con la terra d’origine: chi se ne è andato è sempre rimasto in contatto con chi ha deciso di rimanere. L’analisi dei ritorni in Polesine dopo l’alluvione è infatti uno spaccato di testimonianze in cui prevale il dualismo dell’ identità: una piemontese legata soprattutto agli affetti creati nella terra d’emigrazione, e l’altra ancora più incisivamente polesana, legata ai ricordi delle famiglie, agli affetti perduti, e a una terra mai dimenticata e, soprattutto, mai rinnegata, nonostante sia stata causa di sofferenze e privazioni.
Forse proprio
grazie a questo dualismo e alla capacità di mantenere fattivi rapporti culturali
e associativi, si sono sviluppati, in questi ultimi anni, forti interscambi
tra Piemonte e Polesine. Ciò ha avvicinato le due culture non solo sotto il
profilo delle tematiche migratorie, ma anche sotto quello della conoscenza reciproca.
L’economia polesana è molto mutata dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Il
ritorno alle origini è avvenuto non solo per motivi nostalgici ma anche per
sinergie occupazionali. L’analisi che conclude il volume approfondisce anche
la riscoperta del Polesine ai giorni nostri.
La forte integrazione tra piemontesi e polesani, l’interscambio fattivo, la voglia di scoprirsi per ritrovarsi simili nella tragedia e nei vissuti di sofferenza sono alcuni dei fil rouge del volume.
Un popolo che non si arrende
Il Piemonte è sempre stata una terra d’emigrazione, di gente che ha sofferto sulla propria pelle il trauma dell’abbandono dei propri luoghi ed è quindi consapevole dei patimenti di chi emigra. Forse proprio per questo il Piemonte si è aperto all’accoglienza e quindi all’integrazione, che sono state la base della voglia di conoscersi per capirsi ed essere un’unica comunità. Tanto che i figli degli emigrati polesani, nati in Piemonte, si riconoscono piemontesi pur non trascurando la terra dei loro genitori.
Nel convegno sono emerse tutte queste variabili e, attraverso le immagini della mostra, è scaturito un vero e proprio racconto di un popolo che non si è arreso alle acque distruttrici del Po e che, ripercorrendone il corso, ha ritrovato la forza e la voglia di ricominciare.
Un popolo rinato proprio in terra piemontese, là dove il grande fiume nasce. Quasi una rivincita dettata dalla voglia di continuare a vivere accanto al Po, perché in lui i polesani ritrovano le proprie radici e la propria forza vitale. (Paola Taraglio- Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero /Inform)