ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, dicembre 2011
La forza della tradizione: Natale a Londra
Come viene vissuto il Natale dai nostri
connazionali nella capitale britannica? Lo abbiamo chiesto a due protagonisti
dell’emigrazione italiana a Londra: padre Carmelo Di Giovanni e padre Renato
Zilio
LONDRA - Come ogni anno, il Natale giunge a rischiarare i nostri cuori regalandoci gioia e speranza in un mondo conflittuale e privo di certezze. Un appuntamento, quello del 25 dicembre, che non viene mai cancellato all’ultimo momento, come spesso accade per gli impegni delle nostre agende super zeppe, ma che ci invita a fermarci e a riflettere. Accade, naturalmente, anche nelle grandi metropoli come Londra, dove la vita sembra fermarsi d’incanto: le strade si svuotano, rimangono le luminarie del centro, dei negozi e delle case, dove si intravvedono le famiglie riunite per la festa. Ma come viene vissuto il Natale dai nostri connazionali nella capitale britannica? Lo abbiamo chiesto a due protagonisti dell’emigrazione italiana a Londra, due sacerdoti che attraverso le loro parrocchie vivono a contatto con la comunità: padre Carmelo Di Giovanni, pallottino, da quarant’anni parroco della chiesa di St. Peter (San Pietro) nel nord di Londra e padre Renato Zilio, scalabriniano, arrivato nella capitale dopo aver svolto la sua pastorale nel mondo. Entrambi ci espongono il significato del Natale per le migliaia di italiani che si danno appuntamento durante il periodo dell’Avvento e per la tradizionale messa di mezzanotte.
Padre Carmelo
«Ho vissuto i Natali più belli proprio a Londra, nella chiesa di San Pietro. Nella Notte Santa si respira un’aria divina, celestiale. Accanto ai fedeli italiani ci sono persone di ogni nazionalità e la chiesa abbraccia tutti in una cerimonia impregnata di gioia e di grande comunione. Le preghiere dei fedeli vengono recitate in svariate lingue tra cui il cinese, l’arabo, il somalo e ognuno si sente a casa propria. Da diciotto anni depongo nella mangiatoia del presepe un neonato, che talvolta fa vibrare la chiesa con i suoi vagiti, aumentando la partecipazione dei fedeli. Il nativity play, la recita natalizia dei bambini, coinvolge anche le nuove generazioni e aggiunge colore e spontaneità alla ricostruzione dei momenti salienti della storia di Betlemme. Allo stesso tempo gli adulti trovano nel Natale un momento per rinvigorire la propria fede, talvolta messa a dura prova dai ritmi della grande metropoli. La chiesa di St. Peter attira, sia prima che dopo il periodo natalizio, molti giovani: coppie di promessi sposi, genitori con figli piccoli, anziani che hanno vissuto gran parte della propria vita in Inghilterra e che qui trovano sia un legame con la propria spiritualità che con la tradizione italiana. Non mancano i volontari che si prodigano affinché questa festa porti un po’ di gioia anche tra gli ammalati, gli anziani soli, le persone in carcere e quelle con problemi di droga e di Aids. Da molti anni il “St. Peter’s Project” (l’ente fondato da Padre Carmelo, di cui questo giornale si è occupato in passato n.d.r.), si prodiga al fine di aiutare quei ragazzi che nella capitale inglese hanno trovato l’inferno piuttosto che il paradiso che sognavano. Ma il Natale porta anche un messaggio concreto di pace nelle famiglie, affinché si ricuciano gli strappi e le fratture e si superino gli egoismi e l’indifferenza. Purtroppo tra le seconde o terze generazioni di italo-inglesi notiamo un affievolirsi del legame con la Chiesa, forse per l’influenza della cultura in cui sono cresciuti. In compenso, aumentano i giovani professionisti emigrati di recente, che partecipano alla messa domenicale e che incontriamo regolarmente per approfondire un cammino di fede, che spesso continua anche quando si trasferiscono altrove. Il loro rapporto con la Chiesa di St. Peter continua nel tempo e mi è capitato di celebrare i loro matrimoni ai quattro angoli del pianeta. Per tante storie a lieto fine, ce ne sono altrettante di sofferenza e disperazione che si acuiscono proprio durante il periodo natalizio. Le persone carcerate vivono con angoscia questo momento soprattutto per la mancanza della famiglia.
A tanti portiamo una parola di conforto, insieme a un segno di festa come un panettone. Ma spesso i sofferenti si isolano nel proprio dolore. Ed è la solitudine uno degli aspetti più tristi della società inglese, dove ognuno vive accanto ad altri ma non necessariamente a contatto diretto con loro. Credo che il regalo più grande che potremmo fare, e potremmo farci, sarebbe di stare insieme con spirito di fratellanza, stringere la mano con amicizia, ascoltare il prossimo, vivere il messaggio cristiano nella quotidianità. Gli educatori, i governanti, gli stessi sacerdoti dovrebbero leggere i segni dei tempi, come per esempio le rivolte giovanili che hanno messo a ferro e a fuoco Londra lo scorso agosto. Tra questi giovani c’è tanta rabbia che viene espressa in modo violento e pericoloso ma che non deve essere ignorata. Il regalo che vorrei trovare sotto l’albero è la pace nel mio cuore e quella luce che rischiara il buio della nostra esistenza e del mondo in cui viviamo. Anche quest’anno vivrò il miracolo della Natività accanto ai fratelli nella fede e a tanti compagni di viaggio di questi miei quarant’anni a Londra, luogo in cui io stesso sono nato spiritualmente. Un grande atto di grazia divina nei miei confronti».
Padre Renato
«La Chiesa del Redentore, fondata dall’Ordine degli scalabriniani nel 1966, mantiene intatta la sensibilità interculturale e la sua tradizionale vocazione di apertura e accoglienza degli italiani residenti a Londra. Dal 2000, ha accolto nel centro di Brixton, al Sud della città, un’ampia comunità filippina a cui, in seguito, si è aggiunta anche una comunità portoghese, originaria principalmente di Madeira; ogni comunità vive in armonia sotto lo stesso tetto e, quando ci si riunisce a Natale, ciascuna cultura arricchisce la celebrazione con le proprie tradizioni: è un grande momento di spiritualità e aggregazione. Nella nostra “casa comune” si assiste alla novena, ovvero una messa tradizionale portoghese dedicata alla Madonna del Parto con l’esposizione di una bellissima Madonna in dolce attesa. Una celebrazione che si ripete per nove giorni, in ricordo dei mesi di gestazione di Maria. Dopo tocca ai filippini, i quali illuminano la chiesa con centinaia di lumini per accendere la speranza nei cuori. Un Natale davvero multietnico quello del centro scalabriniano che apre le porte agli emigrati di ieri e a quelli di oggi, i quali, a loro volta, dimostrano la propria generosità partecipando a importanti gesti di solidarietà con progetti appositamente pensati per questo periodo. Quest’anno sosterremo i bambini orfani della Lawrence House a Cape Town in Sudafrica, un centro di recupero affidato agli scalabriniani. Questo è un modo per aiutare i bambini di un altro continente in grave difficoltà e per aggiungere significato concreto al nostro Natale. Gli italiani che si raccolgono intorno alla nostra chiesa percorrono, in alcuni casi, ampie distanze. Rispetto ai decenni scorsi, quando si appoggiavano al nostro centro anche per varie necessità, oggi sono ben integrati e hanno spostato la propria residenza nei sobborghi o in altre zone della capitale. Tuttavia non rinunciano alla partecipazione alle festività: il nostro centro continua a essere per loro un polo d’attrazione e di irradiazione della nostra cultura e delle nostre tradizioni popolari. Per Santa Lucia, ad esempio, l’Associazione dei Piacentini organizza una festa con doni per i più piccoli. Gli oriundi, figli e nipoti della prima generazione, partecipano ai nostri corsi di catechismo e si preparano ai sacramenti con grande senso di partecipazione. Il Natale vissuto nella chiesa del Redentore è quindi un momento di grande comunione a più voci. Natale, per me, infatti, si può tradurre in due semplici parole quotidiane: fare posto. La stalla di Betlemme lo ha fatto per Maria, Giuseppe e il Bambino, per gli animali, i poveri pastori e gli avventurosi re magi. Noi dovremo imparare a far posto all’altro, alle sue idee differenti dalle nostre, ai suoi orizzonti lontani e alla sua sofferenza.
Fare del cuore la grotta di Betlemme è dunque l’augurio che esprimo per ognuno di noi.
Per ciò che mi riguarda, sarò al centro scalabriniano per vivere il Natale italiano, portoghese e filippino con i suoi canti, i suoi costumi e tradizioni festeggiandolo, magari, anche con un bel brindisi con tutti i presenti, che sia segno della festa e della meraviglia dello stare insieme, proprio come a Betlemme». (Sagida Syed-Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero /Inform)