BILANCIO 2011
Dal
“Messaggero di sant’Antonio”, dicembre 2011
Un anno che ci consegna molte incognite
Quando finirà la crisi?
I Paesi arabi verso la conquista di una
nuova libertà. L’Occidente in ostaggio delle speculazioni finanziarie. Mentre
si aggravano le emergenze del pianeta: fonti energetiche, inquinamento e guerre
Il
2011 sarà sicuramente ricordato come «l’anno delle rivoluzioni arabe» che hanno
segnato il definitivo tramonto dei raìs (l’appellativo arabo dei «capi carismatici»,
che noi chiameremmo dittatori), e l’avvento della democrazia in tre Paesi: Tunisia,
Egitto, Libia mentre in altri, come Siria e Yemen, la lotta popolare continua.
Ancora una volta,
L’annunciata buona volontà va messa alla prova, ma dobbiamo far presente che in Turchia la mutazione è riuscita, con il Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdogan, che governa il Paese ormai da quasi dieci anni senza derive confessionali. Al momento in cui scrivo, non si conoscono ancora i risultati delle elezioni parlamentari in Egitto del 29 novembre, ma i Fratelli musulmani hanno creato un partito politico con un nome simile a quello turco e, forse volutamente, non si sono presentati in tutte le circoscrizioni per non raggiungere la maggioranza assoluta e partecipare a un governo di coalizione.
In
Libia, ha fatto scalpore la di
Da
qui il timore, nelle minoranze religiose – ad esempio dei cristiani/copti egiziani
– di un trattamento discriminatorio nei loro confronti. Si sa che, da un decennio
ormai, è in atto l’emigrazione cristiana dai Paesi arabi musulmani, per un malessere
diffuso, e anche per gli attentati subiti. Ma si deve avere fiducia nella democrazia
e ricordare che, in Egitto, nelle dimostrazioni contro Mubarak, musulmani e cristiani
erano fianco a fianco. Esistono gruppi musulmani fondamentalisti, ma stanno ai
margini degli islamisti moderati; molto spesso sono stati espulsi dall’organizzazione
dei Fratelli musulmani. Il successo degli islamisti nelle prime elezioni libere
è d’altronde comprensibile, in quanto sono stati i più decisi oppositori dei regimi
dei raìs e, in Paesi come
Crisi, speculazioni e indignados
Dal
maggio di quest’anno, le Borse hanno cominciato a scendere, segno della ripresa
della crisi globale iniziata nel settembre del 2008 con il fallimento della Lehman
Brothers. Allora era partita dagli Stati Uniti, quest’anno invece ha coinvolto
soprattutto l’Europa. Per salvare il sistema bancario mondiale sono stati usati
sinora 1.500 miliardi di dollari: una «bella» sommetta se si considera che, a
favore degli stati più colpiti, come ad esempio
Intanto il 15 maggio scorso, una folla di giovani si è accampata nella centrale piazza di Puerta del Sol a Madrid, presto imitati da altri giovani in varie parti del mondo. Ecco perché hanno assunto un nome in spagnolo (mentre, a loro volta, si ispirano al libro di un intellettuale francese di 93 anni, Stephan Hessel, che chiamava alla protesta col titolo «Indignez-vous»). Questi giovani sono stati paragonati ai loro coetanei dei Paesi arabi, che hanno dato vita alla «Primavera araba». Il paragone mi sembra non tenga: mentre la rivolta dei giovani arabi appare di natura soprattutto politica, contro i raìs dittatori, ed è sfociata in vera rivoluzione, i «nostri giovani» protestano soprattutto contro questo tipo di capitalismo che nega loro le speranze di un lavoro stabile e di una maggiore uguaglianza sociale. Il loro movimento è molto importante perché scuote le coscienze e organizza la protesta, anche se poi non sanno indicare originali alternative, oltre a slogan già vecchi. Tocca a una nuova classe politica dare sbocco positivo a questa protesta.
Tra luci e ombre
L’11 marzo, in Giappone, uno tsunami (ovvero il maremoto prodotto dal terremoto) di proporzioni gigantesche, ha colpito anche la centrale nucleare di Fukushima, pur progettata per resistere a eventi tellurici, come tutti gli edifici di quel Paese. Le perdite radioattive prolungate hanno suonato la campana a morto per la costruzione di nuovi impianti nucleari. Almeno sino a quando non si arriverà – in tempi piuttosto lontani – a utilizzare l’idrogeno, che non produce scorie. Si va quindi, in tutto il mondo, a una riconversione gigantesca e allo sviluppo delle fonti alternative, possibilmente «pulite», che cioè non producono (o producono poco) inquinamento: dall’eolico al solare. È una nuova via di sviluppo che può servire da stimolo alla ripresa economica. Non dobbiamo, però, dimenticare che le due superpotenze posseggono ancora 500 bombe atomiche ciascuna, e che la tentazione «dell’atomo a fini bellici» continua a serpeggiare nel mondo, come attestano i casi della Corea del Nord e dell’Iran.
Ma
il 2011 si è aperto anche con l’accesso alla carica di «presidenta» del Brasile,
per la prima volta, di una donna, Dilma Roussef, erede di Lula. Il 23 ottobre
un’altra donna, Cristina Kirchner, è stata rieletta «presidenta» di un altro colosso
latino americano: l’Argentina. Il 7 ottobre, il Nobel per
Il
9 luglio è nato un nuovo Stato, il Sud-Sudan: il 193° dell’ONU. C’è solo da chiedersi
perché ci sono voluti cinquant’anni di guerra e un milione di morti, per raggiungere,
finalmente, questo risultato. La domanda va girata a uno dei raìs ancora in sella,
quello del Sudan, Ahmed al-Bashir, al potere da ventidue anni. Ha chiesto l’ammissione
all’ONU anche
Il 2 maggio un commando di militari statunitensi ha ucciso in Pakistan il «re del terrore», Osama bin Laden. Anche se sarebbe stato meglio tradurlo davanti al Tribunale per i crimini contro l’umanità, l’episodio conferma che la lotta ai terroristi si combatte più efficacemente con mezzi di intelligence e di polizia internazionale piuttosto che invadendo altri Paesi. Il presidente degli Stati Uniti, Obama, ha confermato il ritiro completo dei militari americani dall’Iraq entro quest’anno, e l’inizio del ritiro dall’Afghanistan, entro il 2014. Questi ritiri di truppe straniere toglieranno altro terreno sotto ai piedi del fondamentalismo islamico di matrice terrorista.
Aspettando l’anno che verrà
Ad
Assisi, il 27 ottobre, Papa Benedetto XVI, ha ribadito che la volontà di dialogo
e di riconciliazione è il più forte cemento spirituale per un Paese che si costruisce
nelle coscienze, prima di farsi azione politica. Nel 2012 possiamo facilmente
prevedere una continuazione delle rivoluzioni arabe alle quali non dobbiamo restare
indifferenti, soprattutto nel caso di gravi violazioni dei diritti umani e civili
da parte dei governanti-dittatori, come sta avvenendo, mentre scriviamo, in Siria
e Yemen. Si voterà, invece, di nuovo, nei Paesi liberati, come Tunisia ed Egitto
mentre
In Europa, si voterà in Francia e in Russia, dove Putin vuole ritornare alla presidenza, sembra senza rivali. Le elezioni parlamentari in Iran ravviveranno il dissenso popolare e dei giovani o saranno «regolate» dal regime? In Cina cambieranno i vertici secondo il metodo di cooptazione dall’alto che i «nuovi mandarini» del partito comunista cinese hanno mutuato dalle tradizioni millenarie del «celeste impero». Ma le elezioni più importanti appaiono quelle che si terranno a novembre negli Stati Uniti, dove Obama si gioca la rielezione e la sua politica, invero sempre più edulcorata, di cambiamento. (Valerio Ochetto-Il Messaggero di sant’Antonio edizione italiana per l’estero /Inform)