Da IL PUNTO DI MARCO ZACCHERA
La
resa
Non so
come finirà l’avventura di Monti e del suo imminente nuovo governo, se godrà
di una maggioranza “politica” o solo
tecnica ma è evidente che – giunti a questo punto – ci sia poco altro da fare
più che varare un governo che in qualche modo conduca il Paese fuori dalla tempesta.
Una soluzione di fatto obbligata, ma comunque una resa.
Una resa
personale di Berlusconi, del centro-destra che pur vinse le elezioni del 2008,
una resa del sistema bipolare, in generale una nuova resa della classe politica
italiana, replica del 1992 che anche allora sigillò il fallimento della prima
repubblica.
Proprio
dalla crisi di allora e da “tangentopoli” nacque la volontà di creare due schieramenti
contrapposti che garantissero la stabilità anziché avere tanti partiti che si
bacchettavano a vicenda con governi deboli e divisi ma che “costavano” mille
compromessi, alla base – alla prova dei fatti – anche di quell’enorme debito
pubblico che oggi ancora scontiamo.
Si doveva
cambiare il sistema favorendo una alternanza democratica tra maggioranza ed
opposizione ed infatti nel 2008 gli italiani ci avevano dato credito e voti.
Tre anni dopo si è finiti spacchettati e rissosi, divisi in partiti, gruppi
e sottogruppi con 156 parlamentari che solo in questi tre anni di legislatura
hanno cambiato bandiera (ma c’è chi ne ha cambiate anche tre e perfino quattro..).
Mese dopo
mese si è sostenuto che il Paese avrebbe resistito e non è vero, ma lo è anche
perché ad affogarlo sono state leggi finanziarie estranee alle nostre responsabilità
e soprattutto perché sempre di più l'intera Europa e soprattutto le nazioni più deboli sono diventate
preda della speculazione internazionale, della finanza sfrenata, della mancanza
di regole morali. Tutto è partito dalla crisi USA del 2008, non dimentichiamocelo,
anche se oggi è l'Europa che paga buona parte del conto.
Come posso
non pensare che l’immagine di Monti – di per sé irreprensibile – non sia l’esatta
rappresentazione di quei mercati virtuali che hanno portato alla resa di Berlusconi?
Perché un governo di “professori” sarà ottimo per fare accademia, ma lo aspetto
alla prova dei fatti ricordando che la crisi economica di oggi non è colpa di
Berlusconi, tanto è vero che il governo Monti dovrà attuare proprio le leggi
finanziarie votate dal governo che si è dimesso e che hanno ottenuto l'assenso
del “terzo polo” e l'astensione del Pd.
Non è
stato un voto obbligato solo per costringere Berlusconi ad andarsene, ma perché
obbiettivamente non ci sono altre scelte da fare per tentare di salvare la baracca.
Un uomo solo
Berlusconi
se ne va e gli sputano addosso, ma proprio chi in passato – come su queste colonne
– molte volte è stato critico ed inascoltato (anzi, pure criticato all'interno
del Pdl solo perché cercava di ragionare un po'...) oggi proprio non gioisce,
anzi, e trovo disgustosi lazzi e monetine. La sinistra festeggia perché sa bene
che Berlusconi è stato l'unico nel 1994 e nel 2001 e poi ancora nel
Tante
volte, “fiutando” pasticci e mentre intorno
a me era un turibolare di lodi, mi veniva da pensare “Ma è un re nudo?!” I fatti
hanno purtroppo dimostrato che lo era sul serio e se un difetto ha avuto Silvio è proprio di
essersi circondato da una corte dei miracoli inadeguata e furbona che gli hanno
fatto perdere anche il contatto con la gente.
Tre anni
fa aveva l'Italia ai suoi piedi, due anni fa il governo aveva agito bene (spazzatura
a Napoli, l'Aquila, il salvataggio Alitalia) poi si è bloccato perché al momento
buono, quando si doveva spingere su riforme importanti, tutti gli hanno detto
di no.
Riflettiamo:
non è stato tanto o solo Berlusconi a sbagliare quanto una certa Italia - e
una buona parte della nostra classe politica - a non volere il cambiamento,
a bloccare “l 'uomo del fare”. Certo, lui ha fatto di tutto per distruggere
la propria immagine in Italia, ma la
sostanza è che a ogni riforma annunciata qualcuno diceva di “no” e tutto si
fermava.
Erano
i sindacati o
La verità
è che in Italia si lamentano tutti, ma alla fine ciascuno difende i propri privilegi
e questo sistema - che alla lunga non funziona - vale sempre però per la politica
del giorno per giorno.
Certo,
Monti avrà più facilità ad imporre sacrifici visto che situazione è disperata
e soprattutto perché non avrà direttamente un elettorato cui rispondere, ma
questo modo di fare – lo dicevo all'inizio – è alla lunga il contrario della
democrazia.
Un popolo
che invoca i “tecnici” (come faceva secoli fa per i podestà) rinuncia ad avere
propri rappresentanti che rispondano
al suo potere sovrano ed è per questo che le elezioni sarebbero la ricetta migliore,
compatibilmente con la stabilità economica.
E vedremo
poi se quei poteri forti e quei partiti che oggi osannano Monti domani lo appoggeranno
davvero se avrà il coraggio di impostare riforme vere e socialmente eque, perché
a imporre tasse e tagliare risorse in fondo sono bravi tutti.
Fini e compagnia
Poi c'è
Fini, che ieri poteva gioire: l'odiato Berlusconi era finalmente crollato. Chissà
se Gianfranco non si sia però chiesto se lo sconfitto di ieri non fosse anche
lui, l'uomo che avrebbe avuto la possibilità di diventare leader alternativo
all'interno del centro-destra ed ha fallito in una stagione politica che forse
non tornerà mai più.
Fini ha
voluto sciogliere An quando non era indispensabile ed ha voluto un matrimonio
nel Pdl sciolto solo l'anno dopo: nel bene e nel male non conosceva forse già
da 15 anni il Cavaliere? In compenso ha distrutto una classe dirigente cresciuta
con lui, non ne sta costruendo un'altra e alla lunga verranno al pettine anche
i conti di qualche suo collaboratore.
Certo
il “centro” diventa adesso l'ago della
bilancia e – soprattutto se si cambierà il sistema elettorale – tornerà determinante
pencolando di qua e di là, dove meglio gli conviene.
Ma Fini
è credibile in questo centro politico, o è invece surclassato da Casini che
in quel ruolo si esprime molto più coerentemente di lui?
Ma soprattutto
- anche per responsabilità di Fini - il centro-destra è ora spaccato, astioso,
diviso e non tanto o non solo tornerà all'opposizione quanto ha perso una occasione
unica e storica per cambiare il paese.
Non dimentichiamoci
che la situazione è cominciata a crollare proprio il 14 dicembre dell'anno scorso
quando Berlusconi, dopo la scissione finiana, resse all'assalto ma per continuare
a governare (in fondo rispettando la volontà elettorale, mentre altri cambiavano
bandiera) ha dovuto accordarsi con troppi mercenari avvitandosi in mille compromessi.
Il futuro
Quello
che più mi angoscia in queste ore è vedere impotente il fallimento di una speranza
politica che aveva trasformato una destra emarginata e nostalgica in una parte
viva e rispettata del paese e che doveva, poteva ed avrebbe dovuto essere punto
di riferimento di una politica più alta, più corretta, più onesta, più concreta
dopo decenni di spartizioni partitiche e di tante ipocrisie.
Una speranza
nata grazie a Fini e Tatarella, ma anche grazie a Berlusconi, che è appassita
in una sorta di culto della personalità che salvava le forme (e i posti in parlamento)
ma man mano perdeva la sostanza e infine si frantumava proprio quando sarebbe
stato il momento di affermarsi.
Sono stato
un illuso, un sognatore sperando in tutto questo? Non lo so: in tanti anni di
parlamento ho sempre cercato di fare il mio dovere, di convincere, di spiegare
e tante volte sono stato emarginato come fossi un “grillo parlante”, ma l'ingloriosa
fine per Silvio Berlusconi mi dà la certezza di essere stato onesto anticipatore
di molte cose, scegliendo con convinzione nel 2009 di fare il sindaco della
mia piccola città proprio per giocarmi un'altra sfida dove potessi essere però
più concreto protagonista visto che a Roma certi comportamenti non sono apprezzati.
Non so
ora cosa ci riserverà il futuro:
Non nascondo
che mi sento molto in difficoltà a votare per un governo appoggiandolo insieme
a Rosy Bindi o a Di Pietro: si vedrà.
Ma lasciatemi
sperare che dopo questa crisi chi resterà nel Pdl voglia finalmente crederci
e lo voglia costruire con altri uomini e altre convinzioni a cominciare dallo
spirito di sacrificio che dovrebbe tornare ad essere una caratteristica della
politica troppe volte diventata invece “casta” ingombrante e spocchiosa.
Certo
un mese fa pensavo seriamente di piantare lì Roma e chiudermi a Verbania, stasera
mi chiedo invece se non ci sia più che mai bisogno di qualche testa in più che
pensi, che non viva di salotti, ma lotti e si impegni trovando il tempo di spiegare
ai ragazzi che crescono che l'Italia ha sì 150 anni ma è - ancora una
volta - tutta da rifare nei cuori, nei princìpi, nelle
coscienze. (Marco Zacchera*- Il Punto /Inform)
* Presidente del Comitato permanente
per gli italiani all’estero della Camera dei Deputati