INFORM - N. 208 - 9 novembre 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Le conclusioni del Convegno “Il ruolo dell’emigrazione italiana nell’unità nazionale”

Gli studiosi Baggio, Kammerer, Colucci e Luconi parlano della storia delle nostre comunità in Australia, Germania, Svizzera e Stati Uniti e del loro rapporto con l’Italia. Interventi di Prencipe e e Sanfilippo. Proiettato il filmato realizzato dal Mae “Italiani nel mondo, la storia”

 

ROMA – La sessione pomeridiana del Convegno “Il ruolo dell’emigrazione italiana nell’unità nazionale”, promosso presso il Vittoriano dal Mae e dal Museo nazionale dell’Emigrazione Italiana (MEI),  si è aperta con la proiezione del filmato “Italiani nel mondo, la storia”. “Questo documentario – ha spiegato Lorenzo Prencipe, coordinatore del comitato scientifico del MEI - fa parte di un kit di 6 dvd che il ministero degli Esteri ha preparato come forma di sensibilizzazione e conoscenza, anche del Museo dell’emigrazione, da utilizzare all’estero. Il Kit, che è stato inviato alle varie rappresentanze consolari, agli Istituti Italiani di Cultura e alle nostre ambasciate, contiene anche uno specifico dvd con musiche e canti di emigrazione e un dvd in cui alcuni registri raccontano la loro esperienza di cinematografia migratoria. Vi sono poi quattro film integrali sull’emigrazione da poter utilizzare in cineforum e dibattiti all’estero”.   

E’ poi intervenuto Fabio Baggio, del Scalabrini International Migration Institute (SIMI), che ha illustrato le vicissitudini storiche della nostra comunità in Australia che oggi conta 128.000 iscritti all’Aire. Una presenza, quella italiana in Australia.  che ha conosciuto anche momenti dolorosi come ad esempio l’internamento dei nostri connazionali durante la seconda guerra mondiale, in tutto quasi 5000 uomini su una comunità di 26.000 unità a cui vanno aggiunti circa 18.000 soldati italiani tenuti prigionieri. Baggio ha poi ricordato come, dopo la fine del secondo conflitto mondiale e fino agli anni 70, la nostra emigrazione in questo paese conobbe una crescita vertiginosa che fu favorita dai programmi di assistenza varati a più riprese dal Governo australiano .   

“Quando negli anni 70 l’Australia abbandona la scelta assimilatrice e prende la via della  società multiculturale, - ha spiegato Baggio - la comunità italiana cambia atteggiamento, passando da isola etnica,  arroccata in difesa contro gli attacchi discriminatori degli anni precedenti, ad un atteggiamento più attivo nei confronti della società australiana, offrendo la propria ricchezza a tutti i livelli”.

Peter Kammerer, docente di Sociologia dell’Università di Urbino ha invece sottolineato come la comunità italiana in Germania, che oggi conta 631.000 iscritti all’Aire, abbia contribuito, insieme agli altri connazionali nel mondo, alla costruzione economica e sociale dell’Italia, attraverso l’alleggerimento della pressione sul mercato sul lavoro delle zone da cui è partito l’esodo e il fondamentale strumento finanziario delle rimesse che ha favorito l’industrializzazione di parte dell’Italia. 

“L’emigrazione – ha aggiunto Kammerer – è stata una scuola di internazionalismo e fratellanza fra i popoli, fatta da minoranze che non vanno dimenticate ma esaltate, perché hanno conquistato nuovi orizzonti e morali che superano i nazionalismi”.

“Se vogliamo dare una funzione culturale  – ha proseguito Kammerer auspicando la creazione attraverso i migranti di una vera identità europea  - alla straordinaria comunità italiana in Germania, caratterizzata da grandi dislivelli e carenze di strutture e vittima di un sistema scolastico tedesco estremamente selettivo, portiamo avanti insieme una politica per la scuola e per i giovani e investiamo in questa grande collettività. Facciamo di queste persone cittadini europei”

Michele Colucci, professore di Storia Contemporanea presso l’Università della Tuscia, si è invece soffermato sulla presenza italiana in Svizzera che oggi vanta 536.000 iscritti all’Aire, ma che, nel secondo dopoguerra, ha superato abbondantemente quota due milioni. Un comunità, quella italiana in territorio elvetico, che, per Colucci, nel corso degli anni ha dovuto fronteggiare sia una politica della Svizzera mirata a scongiurare una permanenza duratura dei nostri emigranti,sia atteggiamenti razzisti che sfociarono nell’indizione di più referendum volti alla cacciata degli stranieri dal territorio della confederazione. Iniziative che furono sempre osteggiate dalle associazioni dei nostri connazionali, di ispirazione cattolica e operaia, presenti sul territorio elvetico. Sodalizi, fautori di una forte domanda di cittadinanza molto simile a quella degli immigrati presenti in Italia, che si battono ancora oggi per i diritti lavorativi e previdenziali dei nostri connazionali.

Stefano Luconi, professore di Storia all’Università degli Studi di Padova ha illustrato la complessa storia degli italiani negli Stati Uniti. Una comunità che oggi conta  215.000 iscritti all’Aire e più di 15 milioni di itali americani. Luconi ha ricordato come fra il 1870 e l’inizio degli anni 20 arrivarono negli Stati Uniti oltre 4 milioni di italiani. Una diaspora che si ridimensionò dopo il 1921 quando misure protezionistiche cominciarono a filtrare in maniera ferrea i flussi migratori. Secondo Luconi, dopo i primi anni caratterizzati da un certo distacco e da un legame quasi esclusivo dei migranti con il luogo regionale d’origine, il rapporto tra la nostra comunità e l’Italia migliorò con il primo conflitto mondiale e con il periodo del fascismo, quando vennero promosse iniziative di sostegno all’Italia. Allo scoppio della seconda guerra mondiale i nostri connazionali furono però costretti a disinteressarsi della patria d’origine. Ma le iniziative di appoggio politico all’Italia da parte della comunità proseguirono nel dopoguerra con azioni di pressione sul governo americano volte a favorire l’intensificazione degli aiuti per la ricostruzione del nostro paese, anche attraverso il suo inserimento nel piano Piano Marshall. A seguire, secondo Luconi,  gli italo americani consolidarono il loro rapporto nella terra d’origine favorendo gli interscambi commerciali e dando spazio, soprattutto nel tempo libero, alla dimensione simbolica della loro identità etnica. Per Luconi comunque, sia nell’emigrazione storica che in quella più recente della “fuga dei cervelli”, il distacco dall’Italia della collettività appare presente in alcune scelte fondamentali. 

“La storia si è sempre nutrita di questa emigrazione, - ha affermato Matteo Sanfilippo, docente dell’Università della Tuscia concludendo l’incontro  - basta però che noi la inquadriamo non soltanto nell’immagine di chi è partito ed è rimasto a Buenos Aires o a New York, ma la vediamo nel quadro di un grosso interscambio migratorio, fatto su più generazioni dal va e vieni dall’estero di intere famiglie italiane, che ha avuto come effetto collaterale il mescolamento delle nostre stesse regioni, provocando un’idea nazionale di Italia unita dagli anni 50 fino ad oggi, cancellando una serie identità precedenti”. (Goffredo Morgia – Inform)   


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