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Da www.ilcapoluogo.it, novembre 2011
L'Aquila Città Murata, intervista a mons. Orlando Antonini
L'Aquila Città Murata: come nasce questo modo di indicare
la città e perché era così importante la sua cinta muraria con le numerose porte?
La cinta muraria completa di porte e torri costituisce,
nella generalità dei casi e certamente all’Aquila, il dato principale tra quelli
che concorrono, definendone i contorni, a delineare la forma urbana, la fisionomia,
il volto di una città storica, luogo sicuro per vivere e per commerciare, struttura
difensiva ed urbanistica che nel medioevo e fino praticamente al ‘700 disegna,
come si esprime Maria Rita Acone, e comunica ancor oggi il tipo di organizzazione e il
modo di abitare della comunità.
All’Aquila le Mura si può dire abbiano conservato la
loro funzione fino alla prima metà del ‘900. Non quella difensiva, ovviamente,
ma la funzione fiscale. Fino agli anni Trenta del secolo scorso, infatti, ogni
porta fungeva da presidio daziario per l’entrata delle merci; perciò caduta
la notte si chiudevano tutte le porte - i giovani che facevano tardi, si racconta,
dovevano compiere acrobazie nei punti più bassi della cinta per rientrare! -
e al mattino si riaprivano per detta funzione. La cinta muraria recuperata ridarebbe
identità all’Aquila storica come monumento unico, giusta la visione del 1579
a volo d’uccello del Gonfalone civico del Cardone, o quella di Scipione Antonelli
del 1594, nella sua edilizia monumentale religiosa e civile giustamente nota,
ma anche nella meno nota edilizia minore connettiva e, per lo più sconosciuta
perché in degrado, nella sua edilizia difensiva. L’Aquila antica dentro le Mura
emergenti dal verde anello del pomerio si solleverebbe sul colle quasi una Bergamo
Alta, con la sua massa abitativa «in se compacta tota», sopra la caotica
urbanistica di post anni Sessanta del ‘900.
Purtroppo, ha scritto il D’Antonio nel 2011 in un testo
presentato da studiosi aquilani ai principali responsabili della ricostruzione,
la cinta muraria in parola, «splendidamente conservata fino a tempi recenti,
è stata oggetto di una sistematica opera di devastazione, quasi a volerla cancellare
del tutto. La si è resa di fatto inaccessibile per gran parte del suo sviluppo;
case private si sono addossate ad essa senza alcun tipo di rispetto; le porte
sono state quasi tutte chiuse e gli interventi della Soprintendenza di recupero
e ripristino sono stati in parte vanificati da atti vandalici deturpanti». Non
si dovrà assolutamente mancare l’opportunità unica, che il sisma ha paradossalmente
offerto, per rimediare alle scelte urbanistiche sbagliate fatte nel XIX-XX secolo
e che fecero perdere quella che era la struttura antica della città. Per rifare
oggi, dell’Aquila antica, una delle realtà urbiche
più compiute e pregevoli del Centro Italia.
Oggi questa storia come può aiutarci a ritessere
l'assetto urbanistico di una città lacerata dal sisma del 2009?
Il recupero della cinta muraria, che il sottoscritto
ed altri studiosi aquilani andiamo sollecitando, lungo tutto il suo percorso
obbligherebbe necessariamente anche a correggere molta dell’edilizia deturpante
con la quale nel ’900 l’urbanizzazione è arrivata ad aggredire la città antica
specialmente, appunto, lungo il circuito difensivo quasi volesse eliminarlo
come “elemento di ostacolo al proprio sviluppo” invece che come “importante
risorsa per il proprio futuro”, e chiudendo alla vista panoramica gran parte
del profilo antico.
Dovrebbero scomparire quindi, o essere ridimensionate
volumetricamente, gli alti anonimi caseggiati moderni che
si è permesso aggredissero il menzionato circuito murario difensivo e deturpassero
in parte lo stesso tessuto abitativo storico intra,
provvedendo a non ricostruirli o a decurtarli (anche in vista di facile evacuazione
in caso di altri sismi), estendendo gradualmente, appena si potrà, il criterio
che si va applicando per alcuni caseggiati i quali, dovendosi demolire per i
danni subiti e trovandosi dentro le Mura o in zona di rispetto, lodevolmente
si sta deliberando di ricostruirli, ivi stesso o nei pressi, ma ridimensionati
in cubatura, idealmente fino all’altezza delle classiche 5 canne - quelle stabilite,
anche come criterio anti-sismico, nel privilegio di fondazione della città del
1254.
Scelta programmatica, quest’ultima, ovviamente la più
ardua, il punto più delicato e difficile del modello di ricostruzione del «dov’era
ma meglio di com’era» proposto da me e da altri studiosi aquilani. La proposta
appare di certo utopistica, ma a ben vedere perderebbe il suo carattere provocatorio,
diventando proposta praticabile: la conforta il fatto che anche il maggior scrittore
di architettura, di pianificazione urbana e storia della città del XX secolo
in Italia, Leonardo Benevolo, nel 1977 aveva auspicato analoghi interventi per
lo stesso centro storico di Roma.
In particolare, vista la situazione odierna della
città, cosa può essere recuperato dell'antica cinta muraria e come questo recupero
potrebbe migliorare il volto e le funzioni della città futura...quella che si
spera verrà presto ricostruita?
Il modello di ricostruzione dell’Aquila «dov’era ma
meglio di com’era» proposto, comporta evidentemente costi maggiori e tempi
di ricostruzione più lunghi. Ma occorre inquadrare l’operazione in un preciso
e più ampio contesto. Credo occorra prendere di coscienza collettiva di un problema
di fondo. Tali costi aggiuntivi debbono essere visti non funzionali a mere esigenze
estetiche o ad uno sfizio archeologico di studiosi, ma come un investimento:
la conditio sine qua non, anzi, della stessa ripresa economica della
città e del futuro sviluppo del territorio. Un futuro economico ed occupazionale
che ci tragga fuori dalla recessione in cui versa l’Abruzzo montano e l’Aquilano
in specie.
Orbene è da almeno mezzo secolo che da parte di esperti
si è ripetuto a tutti i livelli e in tutti i fori, istituzionali, politici,
culturali, che la sola fondamentale ricchezza del nostro territorio è la vocazione
turistica, grazie alle sue bellezze naturali, al suo peculiare, ingente patrimonio
monumentale, e alla valenza culturale della città. Noi possiamo vivere soprattutto
di turismo. Mai però, di fatto, si è manifestata volontà politica concreta a
tradurre gli studi in programmi operativi inducendo gli investimenti in tal
senso, e mai L’Aquila è stata seriamente considerata quale potenziale città
turistica verso la quale incanalare gli interessi degli operatori economici.
Nel corso dei decenni in loco si sono impostate realtà economiche come
il polo elettronico e quello universitario: realtà solide ma, come poi dimostrato
dal polo elettronico, contingenti e delocalizzabili. Dovrebbe dunque accettarsi l’idea che in
un Abruzzo montano da riconvertire nella sua economia di base - la pastorizia
e lo zafferano - l’unica industria ‘strutturale’ è appunto l’industria turistica,
la sola organica alle locali naturali potenzialità, che copre non solamente
la città ma anche il territorio, non è suscettibile di delocalizzazione e tra
l’altro è ecologicamente sicura.
Un’industria, beninteso, integrata da industrie complementari,
ed essa stessa declinata in molteplici aree di sviluppo - il turismo culturale
per investire nello straordinario patrimonio architettonico-artistico del centro storico cittadino e dei
borghi antichi, nella tradizione musicale, cinematografica e teatrale di qualità,
nell’Università, in tradizioni ed eventi unici quali la Perdonanza celestiniana del 28-29
agosto, nell’artigianato; il turismo naturalistico di montagna, da valere per
tutte le stagioni; il turismo enogastronomico, e via dicendo. Tale industria
così declinata, fatta propria dalla politica e supportata da una Legge speciale
per L’Aquila finalmente varata dal governo, potrà cominciare ad esser valorizzata
e sviluppata come lo è in altre note zone turistiche italiane di montagna e
come fino ad ora da noi non è stato. Divenendo in tal modo la fonte di un indotto
importante per l’occupazione, il vero volano della ripresa economica dell’intero
Abruzzo interno.
E l’imperativo turistico divenendo il criterio normativo
di base tanto per il recupero, il trattamento e la promozione dell’esistente
patrimonio architettonico-artistico della città e
dei borghi, quanto per l’adeguamento ad esso criterio, rigorosamente, di ogni
successiva pianificazione paesaggistica, urbanistica, infrastrutturale ed economica
del territorio, e di ogni eventuale intervento nell’edilizia e nell’habitat
in termini di cubatura, forme, materiali, colore. Il recupero della cinta muraria
dell’Aquila sarebbe il primo importante passo in questa direzione.
Spesso anche prima del sisma si è aperto il dibattito
per il recupero delle mura della città rendendole fruibili con percorsi pedonali,
con parchi gioco per i bimbi, un po' sul modello Lucca: è una cosa fattibile
per L'Aquila?
L’esempio di Lucca, città di pianura e con una cinta
muraria cinquecentesca costruita secondo i principi della fortificazione alla
moderna, non è trasponibile tal quale al caso dell’Aquila;
ma come idea ispirativa sì. Come già espresso da altri
autori, percorsi pedonali e spazi verdi organizzati almeno in alcuni tratti
(quello da Porta Barete ripristinata fino a Porta
Rivera e Porta Roiana, l’altro da Porta Napoli a Porta
Tiona e Porta Bazzano, la
Porta Leoni messa a vista fin giù a Via Strinella
mediante una scalea monumentale, il tratto dal castello e San Basilio fino a
Porta Branconia e di nuovo a Porta Barete), e un ‘Passetto delle Mura’ realizzato grazie ai camminamenti
esterni di ronda riapplicati allo scopo, potrebbero fare delle Mura il filo
conduttore per un parco diffuso, ideale come luogo paesaggistico, che propizierebbe
la riappropriazione e fruizione di questo elemento architettonico e degli spazi
attigui non solo alla vita cittadina ma anche ai flussi turistici.
Quasi tutte le porte cittadine che noi conosciamo sono
state o saranno a breve restaurate e restituite alla collettività c'è anche
il progetto, che trova come sponsor principale la Fondazione Carispaq,
di riaprire al percorso pedonale Porta Branconio,
possono servire secondo lei questi interventi spot o bisognerebbe pensare ad
un progetto complessivo che ridia organicità al complesso sistema difensivo
della città medievale?
Si dovrebbe trattare senz’altro di un progetto complessivo,
da contestualizzare nel quadro di sviluppo economico sopra delineato basato
sull’industria turistica. Indubbiamente il “la” sarebbe dato dal recupero
di Porta Barete. Ne ho fatto fare un rilievo da Duilio
Miocchi. Si tratta di un fronte bastionato di ben
45 metri e mezzo, comprese torri angolari e fornice ogivale, che nel 1423 Braccio
da Montone tentò invano di forzare. Essa, com’è noto, era la principale della
città ma purtroppo, segnala anche, nel citato testo, il D’Antonio, «con il complesso
di mura circostanti, fra cui una torre angolare, è stata oggetto di sventramento
con la sistemazione ottocentesca di via Roma (cavalcavia) e di via XX Settembre,
in una logica di apertura della città verso l’esterno, e di un successivo consistente
rinterro sopra il quale si era costruito nel Novecento un gruppo di edifici».
Si sa che nel 1823 si era iniziata la costruzione di
una nuova monumentale Porta a due torrioni circolari bugnati, su disegno di
Giovanni Oberti e stilisticamente neo-classica, da
impostare dove ora è il cavalcavia, mentre all’interno, con altro prospetto
a colonne doriche, si sarebbe realizzata una piazza ad esedra a due ali semicircolari
porticate. Ma già nel 1826 la pianta del Catalani
testifica il diverso progetto poi realizzato: un accesso alla città più regolare,
diretto e comodo, ma sopraelevando via Roma, quindi sventrando l’antemurale
col rinterro del torrione sud e chiudendo poi la murata rialzata con la ‘barriera’
che si vede in vecchie foto. «L’operazione di cancellazione della porta medievale
principale della città – prosegue il documento D’Antonio – è un episodio non
certo frequente nella più generale storia dell’urbanistica, e denota ormai persa
la sensibilità per la propria storia e i propri monumenti dovuta a particolari
contingenti ragioni storiche».
In tale prospettiva la rampa ottocentesca di rinterro
in questione, che iniziando a salire fin dal bivio per via della Croce Rossa
e puntando verso San Paolo di Barete ha sommerso,
oltre la Porta, anche la bella fiancata della chiesa settecentesca di Santa
Croce, dovrebbe essere letteralmente rimossa a raso terra fin dal suo inizio,
e la Porta finalmente ripristinata come merita. Il che, si noti, non apporterebbe
disagi al traffico, posto che già l’apertura, nel secondo Ottocento, di Via
XX Settembre, che permise un accesso avvolgente alla città ancor più comodo,
aveva in pratica svuotato d’importanza la via Roma come accesso alla città –
rendendo così superfluo lo sfregio da poco eseguito allo storico bastione; ma
ormai era stato perpetrato! Io immaginerei una immensa Piazza dell’Esedra,
delimitata da un emiciclo di grandi caseggiati a portici – pregiata edilizia
sostitutiva, questa, per ospitare i centri commerciali e le residenze private
che ora insistono nell’area – realizzata, a somiglianza di quella romana davanti
alle Terme di Diocleziano, non dentro la Porta come nel citato progetto del
1823 ma fuori, proprio davanti al tratto di Cinta Muraria, dalla quale aggetterebbe
di nuovo, a piena suggestiva vista, la storica Porta Barete
disinterrata e recuperata nel potente antemurale come
sopra descritto. (Angela Ciano- http://www.ilcapoluogo.com/Terza-Pagina/Martedi-1-novembre)
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