RASSEGNA STAMPA
Intervista del
Secolo d’Italia di oggi al sottosegretario agli Esteri
ROMA - Lo dice da «amico»: «Israele, batti un colpo, facci capire cosa vuoi, non puoi solo lamentarti che il mondo ce l'ha con te. Questa non è una posizione politica». All'indomani dell'ammissione della Palestina all'Unesco, il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica spiega che «quella non è una sede politica e nessuno dovrebbe mai chiederle se lo Stato della Palestina esiste o no». Detto ciò, però, da amico di Israele, come ribadisce più volte, Mantica non nasconde che se si è arrivati a questo Tel Aviv qualche responsabilità la ha.
Senatore, l'Italia è tradizionalmente amica di Israele. Al di là della spaccatura in Europa, con cui è stata motivata, l'astensione di lunedì significa che sta cambiando qualcosa?
Significa che c'era imbarazzo per quella sede impropria. L'Unesco è un'agenzia fatta di funzionari, gente che costa l'ira di Dio, il 30-35% di spese è di mantenimento della macchina. Questi funzionari sono pagati per eseguire le politiche dell'Onu, non è accettabile che assumano decisioni politiche prima del Consiglio di sicurezza. Io lunedì non avrei proprio votato.
Ma non votano in base alle indicazioni dei
governi?
E’ chiaro che sì, ma il loro mandato è realizzare le politiche stabilite dall'Onu per l'ambito di lavoro dell'agenzia, non di assumere decisioni di carattere politico. Noi, con l'astensione, abbiamo voluto dire che eravamo contrari a un voto di rilevanza politica.
Che però è diventato tale nel momento stesso
in cui si è posto il problema.
E qui arriviamo al punto. Io penso che certe mosse della Palestina siano un'accelerazione che rischia di rompere un equilibrio già molto instabile, ma sono una provocazione dovuta all'assoluto immobilismo di Israele. Se Israele è incapace di uscire dall'assedio in cui si è rinchiusa, se non è in grado di fare proposte, se il suo ministro degli Esteri è Lieberman, non può impedire che altri ricorrano a passi che, in un altro contesto, sono condannabili sul piano diplomatico. Va riconosciuto, pur essendo amici di Israele.
Sta dicendo che la prima responsabilità di
questa situazione è di Tel Aviv?
Sto dicendo che da certi meccanismi si esce solo se Israele spariglia, se rilancia il gioco, altrimenti seguiranno altri passaggi come quello dell'Unesco. E questo è un problema prima di tutto per Israele.
E per l'Europa, che si è spaccata, e per gli
Usa, che pure rischiano l'isolamento?
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