INFORM - N. 203 - 2 novembre 2011


RASSEGNA STAMPA

Intervista del Secolo d’Italia di oggi al sottosegretario agli Esteri

Mantica: “Da amico dico a Israele: il mondo è cambiato, devi capirlo”

 

ROMA - Lo dice da «amico»: «Israele, batti un colpo, facci capire cosa vuoi, non puoi solo lamentarti che il mondo ce l'ha con te. Questa non è una posizione politica». All'indomani dell'ammissione della Palestina all'Unesco, il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica spiega che «quella non è una sede politica e nessuno dovrebbe mai chiederle se lo Stato della Palestina esiste o no». Detto ciò, però, da amico di Israele, come ribadisce più volte, Mantica non nasconde che se si è arrivati a questo Tel Aviv qualche responsabilità la ha.

Senatore, l'Italia è tradizionalmente amica di Israele. Al di là della spaccatura in Europa, con cui è stata motivata, l'astensione di lunedì significa che sta cambiando qualcosa?

Significa che c'era imbarazzo per quella sede impropria. L'Unesco è un'agenzia fatta di funzionari, gente che costa l'ira di Dio, il 30-35% di spese è di mantenimento della macchina. Questi funzionari sono pagati per eseguire le politiche dell'Onu, non è accettabile che assumano decisioni politiche prima del Consiglio di sicurezza. Io lunedì non avrei proprio votato.

Ma non votano in base alle indicazioni dei governi?

E’ chiaro che sì, ma il loro mandato è realizzare le politiche stabilite dall'Onu per l'ambito di lavoro dell'agenzia, non di assumere decisioni di carattere politico. Noi, con l'astensione, abbiamo voluto dire che eravamo contrari a un voto di rilevanza politica.

Che però è diventato tale nel momento stesso in cui si è posto il problema. La Palestina non avrebbe dovuto presentare la domanda...

E qui arriviamo al punto. Io penso che certe mosse della Palestina siano un'accelerazione che rischia di rompere un equilibrio già molto instabile, ma sono una provocazione dovuta all'assoluto immobilismo di Israele. Se Israele è incapace di uscire dall'assedio in cui si è rinchiusa, se non è in grado di fare proposte, se il suo ministro degli Esteri è Lieberman, non può impedire che altri ricorrano a passi che, in un altro contesto, sono condannabili sul piano diplomatico. Va riconosciuto, pur essendo amici di Israele.

Sta dicendo che la prima responsabilità di questa situazione è di Tel Aviv?

Sto dicendo che da certi meccanismi si esce solo se Israele spariglia, se rilancia il gioco, altrimenti seguiranno altri passaggi come quello dell'Unesco. E questo è un problema prima di tutto per Israele.

E per l'Europa, che si è spaccata, e per gli Usa, che pure rischiano l'isolamento?

Noi abbiamo criticato molte posizioni politiche all'interno dell'Ue, molti cedimenti alle posizioni palestinesi. Ma Israele cosa ha risposto quando ha visto che in Europa si frantumava la solidarietà nei suoi confronti? Quanto agli Stati Uniti se non fosse per il loro veto Israele non passerebbe mai in sede Onu e questo la dice lunga. Il problema è capire cosa pensa di fare Israele, se pensa di continuare con la politica degli insediamenti, di arroccarsi ancora nel non dialogo non solo con i palestinesi, ma con tutti i vicini. Non parla con l'Egitto, non parla con i sauditi, non dialoga più come prima con la Turchia. Questo immobilismo diventa devastante. Tutti abbiamo detto "Due popoli due Stati", che serve una road map, che vanno fatte le trattative di pace. L'ha detto anche Obama. Israele deve accettare e percorrere questa strada. Non può più sedersi sui banchi della storia e bacchettare tutti Viviamo in un mondo variegato, complesso, in cui ci sono mille ragioni e mille atteggiamenti con cui anche Israele deve misurarsi E invece sembra ferma al '45. Ha le sue ragioni, che sono moltissime, ma ora rischia che smettano di essere ragioni». (Annamaria Gravino -Il Secolo d’Italia del 2 novembre 2011)

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