INFORM - N. 202 - 31 ottobre 2011


RASSEGNA STAMPA

Sul “Mattino” di Napoli del 29 ottobre, intervista al sottosegretario agli Affari Esteri

Mantica: “tam-tam via radio per garantire cibo e medicinali”

 

ROMA - E’ reduce da un viaggio di quattro giorni in Somalia. Una missione rapida per il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica. Un contatto-bis, dopo quello già avuto a luglio, con esponenti politici di quel Paese definito la «nuova Tortuga» di quei pirati che attualmente hanno sotto sequestro 89 navi mercantili.

Sottosegretario, ha raccolto notizie sulle trattative perla liberazioni delle navi Savina Caylyn e Rosalia D'Amato?

«Non ho informazioni di prima mano. Le trattative non le svolge il governo, ma l'armatore attraverso un mediatore inglese collegato alla compagnia che copre l'assicurazione delle due navi».

In che cosa è consistita allora la sua missione a favore del dissequestro delle due navi?

«Abbiamo lanciato un appello congiunto con il presidente del Puntland, Abdirahman Mahmud Farole, via radio ai clan somali. Abbiamo chiesto di poter avviare un intervento umanitario sulle navi per assistere gli equipaggi».

Che genere di intervento?

«In poche ore, se ci danno l'ok i clan che controllano la Somalia e i pirati, potremmo essere in condizione di portare assistenza a quegli uomini. Medicine, pomate, integratori alimentari, cibi ad alto contenuto proteico e carboidrati, kit per la barba. Ci sarà anche un medico per verificare le loro condizioni fisiche».

Altre iniziative per arrivare alla liberazione non sono state possibili?

«Come abbiamo sempre ripetuto, i pirati sono gruppi di criminalità organizzata, strutturati con capi e manovalanza, privi di ideologie e finalità politiche. Non ci sono margini per trattative politiche e diplomatiche, quindi. Sono espressione della caotica situazione somala, coacervo di poteri e problemi».

Che controllo ha il governo centrale di Mogadiscio sul Paese?

«Un controllo molto limitato. Ecco perché l'obiettivo è fare della Somalia una repubblica federale, dando spazio alle realtà tribali e ai governi locali, come quello del Puntland dove in tanti parlano italiano, con cui abbiamo intrecciato relazioni».

C'entra il gruppo islamico Al-Shabaab con i rapimenti?

«I rapitori non ne sono legati direttamente. Nel gruppo Al-Shabaab, che controlla ampie fette del sud della Somalia e il porto di Chisimaio dove si finanzia con il 30 per cento delle tasse portuali, ci sono pakistani e afghani. Gente che ha combattuto in altre zone».

La Somalia è dunque realtà di difficile gestione e comprensione?

«È certamente un guazzabuglio di poteri tribali, governi su fette di territori anche ampi, in una realtà di povertà estrema. Gli interlocutori vanno coltivati, l'appello comune per le navi sequestrate è un successo. Entro dicembre, apriremo un ufficio di ambasciata con un funzionario nell'aeroporto di Mogadiscio dove hanno sede le forze Onu». (Gigi Di Fiore - Il Mattino, Napoli, del 29 ottobre 2011)

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