RASSEGNA STAMPA
Sul “Mattino”
di Napoli del 29 ottobre, intervista al sottosegretario agli Affari Esteri
Mantica:
“tam-tam via radio per garantire cibo e medicinali”
ROMA -
E’ reduce da un viaggio di quattro giorni in Somalia. Una missione rapida per
il sottosegretario agli Esteri, Alfredo Mantica. Un contatto-bis, dopo quello
già avuto a luglio, con esponenti politici di quel Paese definito la «nuova
Tortuga» di quei pirati che attualmente hanno sotto sequestro 89 navi mercantili.
Sottosegretario,
ha raccolto notizie sulle trattative perla liberazioni delle navi Savina Caylyn
e Rosalia D'Amato?
«Non ho
informazioni di prima mano. Le trattative non le svolge il governo, ma l'armatore
attraverso un mediatore inglese collegato alla compagnia che copre l'assicurazione
delle due navi».
In
che cosa è consistita allora la sua missione a favore del dissequestro delle
due navi?
«Abbiamo
lanciato un appello congiunto con il presidente del Puntland, Abdirahman Mahmud
Farole, via radio ai clan somali. Abbiamo chiesto di poter avviare un intervento
umanitario sulle navi per assistere gli equipaggi».
Che
genere di intervento?
«In poche
ore, se ci danno l'ok i clan che controllano
Altre
iniziative per arrivare alla liberazione non sono state possibili?
«Come
abbiamo sempre ripetuto, i pirati sono gruppi di criminalità organizzata, strutturati
con capi e manovalanza, privi di ideologie e finalità politiche. Non ci sono
margini per trattative politiche e diplomatiche, quindi. Sono espressione della
caotica situazione somala, coacervo di poteri e problemi».
Che
controllo ha il governo centrale di Mogadiscio sul Paese?
«Un controllo
molto limitato. Ecco perché l'obiettivo è fare della Somalia una repubblica
federale, dando spazio alle realtà tribali e ai governi locali, come quello
del Puntland dove in tanti parlano italiano, con cui abbiamo intrecciato relazioni».
C'entra
il gruppo islamico Al-Shabaab con i rapimenti?
«I rapitori
non ne sono legati direttamente. Nel gruppo Al-Shabaab, che controlla ampie
fette del sud della Somalia e il porto di Chisimaio dove si finanzia con il
30 per cento delle tasse portuali, ci sono pakistani e afghani. Gente che ha
combattuto in altre zone».
«È certamente
un guazzabuglio di poteri tribali, governi su fette di territori anche ampi,
in una realtà di povertà estrema. Gli interlocutori vanno coltivati, l'appello
comune per le navi sequestrate è un successo. Entro dicembre, apriremo un ufficio
di ambasciata con un funzionario nell'aeroporto di Mogadiscio dove hanno sede
le forze Onu». (Gigi Di Fiore - Il Mattino, Napoli, del 29 ottobre 2011)
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