INFORM - N. 201 - 28 ottobre 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Da “La Prima Voce”

Intervista al consigliere del Cgie Adriano Toniut

Oltre i ricordi del proprio vissuto di emigrante, Toniut parla del suo impegno negli organismi di rappresentanza della collettività italiana a Mar del Plata, per la promozione  della partecipazione giovanile e dei progetti connessi al nuovo incarico di presidente dell’Istituto Storico Italiano in loco

 

MAR DEL PLATA - Sono le quattro del pomeriggio. Sono seduto nella sala di attesa dello studio degli avvocati che Adriano Toniut porta avanti. Tutto è molto silenzioso e ordinato, solo la segretaria è nell’ufficio e sembra essere occupata al computer. Fuori il vento ed il sole di primavera.

- Lei è arrivato all’Argentina quando era molto piccolo, ha qualche ricordo d’ Italia?

- Sono nato a Udine. Quando sono arrivato avevo quattro anni e perciò non sono molti i ricordi del mio paese natale. La neve è una cosa che ho presente, è una sensazione forte che ho. Ricordo il percorrere le strade con i piedi molto freddi. Ricordo il freddo che faceva in inverno. Mi ricordo anche l’andare a casa di mia nonna materna, una casa molto grande, da cui si entrava attraverso un portone, nel mezzo c’era una fontana d’acqua. Ho questi ricordi isolati, non ne ho molti di più. Ê strano, ho parlato di questo con molta gente; io ho un sistema di autodifesa, consiste nel dimenticarmi delle cose brutte.

- È come una memoria selettiva o qualcosa simile?

-Esatto. Uno sceglie alcuni ricordi, altri li scarta per sempre. Mi succede qualcosa di strano anche con il mare, qualcosa che ha a fare con l’immigrazione. Io posso nuotare, andare in spiaggia, fare tutta una vita normale in questo senso, però non posso salire su una nave, soffro molto quando devo  farlo. Mia moglie mi ha chiesto di andare a fare crociere ed ho detto sempre di no. Ho fatto piccoli tragitti in barca, però sempre accompagnato da una disperazione che sparisce quando vedo terra o il porto che si avvicina. Non mi piace per niente, questo ha a che fare con il mio passato. Non posso salire in una nave.

-Uno psicologo potrebbe parlare a lungo di questo aspetto.

- Sicuramente. Mi hanno raccontato che questo succede perché le navi rappresentano una rottura con il mio passato e il mio Paese d’origine. La mia rottura si è prodotta attraverso il mare e una nave, questo elementi la rappresentano.

- Lei adesso vive nel nostro Paese, come si è inserito nella comunità italiana?

- Nel periodo dei miei studi, sino al 1969, non ho partecipato alla vita della collettività. Attraverso mio padre ho avuto i miei primi contatti con molti italiani, con i vecchi emigranti soprattutto. Mio padre aveva aperto un bar e in questo posto si riunivano molti italiani a chiacchierare e a socializzare, ed è così che ho conosciuto molti degli emigranti più grandi di me. L’inizio della mia partecipazione risale alla data della fondazione del Fogolar Furlan a Mar del Plata, il 10 dicembre del 1972. Mi invitarono alla festa che si svolse nel Club nautico. Le persone del circolo mi proposero di rappresentare il Fogolar Furlan nella Federazione delle Società Italiane. In questo modo ho cominciato ad avere una partecipazione attiva nella comunità. In seguito ho fatto parte della Comissione direttiva, sono entrato a far parte di una Federazione di Entità Friulane in Argentina, istituzione nella quale sono stato vicepresidente. Ho occupato diversi incarichi e ruoli, fino a quando arrivai finalmente al Comites e al CGIE, organismi ai quali partecipo dal 1986.

- Come vede dal suo punto di vista la comunità italiana?

-La comunità italiana si può dividere in due parti. L’italiano nato in Italia ed i figli, nipoti o pronipoti nati qui. I primi hanno una visione molto particolare. Sono rimasti in pochi, la spinta iniziale di costruire si è persa. Avevano un’idea di unione con la madre patria molto presente, mediata però dalla loro appartenenza regionale. Essi si identificavano attraverso l’idioma, i dialetti, abitudini, cibi, ecc... Un’identificazione che aveva a che vedere con una questione di amor proprio. I primi emigranti erano totalmente apolitici. Scappavano dal fascismo e non volevano aver nessun contatto con la politica in assoluto. Non so fino a che punto sia stata buona questa attitudine, però si può ben comprendere.

- E i giovani, o i figli dei primi emigranti?

-E’ completamente diverso. I giovani sono il futuro, dobbiamo rivolgere loro tutto il nostro impegno. E’ necessario che abbiano contatto con la cultura, offrire loro cose che possano interessarli. Però è un problema, perché è difficile farli sentire coinvolti. In tutti i modi, stiamo facendo del nostro meglio, perché è necessario costruire da lì, dare ai giovani il protagonismo che meritano.

- Prima ha menzionato l’atteggiamento apolitico dei primi emigranti. Sembra che questo adesso sia cambiato, e non per loro volontà. Gli italiani che vivono fuori d’ Italia hanno avuto la possibilità di votare poco tempo fa, il referendum...

-Sono stato una delle persone che ha lottato per il voto all’estero. Anzi, ho avuto la fortuna  di essere presente in Parlamento il giorno in cui è stata approvata la legge sul voto all’estero. Quello che dico è che è arrivata tardi, indipendentemente dal fatto che possa essere utile o meno, che possa essere ritenuta buona o cattiva. Doveva essere approvata 30 o 40 anni fa, non adesso. Chi vive fuori del nostro Paese d’origine pensa che il voto all’estero non serva. Invece chi vive in Italia vede il voto in un’altra forma, pensa che in realtà può cambiare il corso della  politica della Penisola. C’è poi la questione del contenuto. Uno, dall’Argentina, può votare per un governo, in base alla sua visione politica, di destra, centro o di sinistra. Se ci chiedono il parere sulle risorse idriche o sul luogo in cui installare una centrale elettrica, è possibile che l’interesse non sia più così forte.

- Tuttavia la circoscrizione di Mar del Plata è stata una di quelle in cui si è registrata una maggiore partecipazione al referendum.

-E’ vero, è stata la circoscrizione consolare in cui si sono registrati più voti di tutta l’Argentina. Lo stesso interesse alla partecipazione si registra però anche per l’elezione dei Comites, per la scena politica, in tutto. C’è un livello di informazione e partecipazione molto grande e questo è ottimo per sviluppare le attività che abbiamo.

- Da poco lei riveste anche l’incarico di presidente dell’Istituto Storico Italiano. Che aspettative nutre rispetto a questa nuova sfida?

-Forse l’ho intrapresa prima del tempo. Credo che la mia missione come membro del Comites e del CGIE sia finita. Sono già molti anni che vi lavoro e penso che non posso continuare ancora a lungo. Io a volte critico le persone che rimangono per molto tempo ai loro incarichi, critica che ho rivolto anche a me stesso. L’idea era finire con il mandato in questi organismi di rappresentanza e poi cominciare la mia attività nell’Istituto, per non mischiare le cose. Però non si è potuto fare.

La mia idea è di rendere più visibile l’Istituto. Per questo, come prima cosa, ci stiamo occupando del sito web. Poi stiamo organizzando una serie di conferenze, di proiezioni di film italiani e di incontri nelle scuole, perché è necessario andare incontro ai giovani. Purtroppo si conosce poco la storia italiana per cui l’idea è approfondire questo aspetto e parlare dei diritti e dei doveri dei cittadini italiani. Stiamo cercando di realizzare una distribuzione in loco della Costituzione italiana, in modo che i giovani posano comprendere ciò che avviene intorno a loro e riscoprire la loro storia. Speriamo di poter fare tutto ciò che ci proponiamo. (Ignacio Salinas/Monica Bartolo – La Prima Voce /Inform)

 


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