INFORM - N. 200 - 27 ottobre 2011


ITALIANI ALL’ESTERO

Dal Messaggero di sant’Antonio, novembre 2011

Anna M. Zampieri Pan dal Canada: incontro con il professor Francesco Loriggio

Trasmettere la storia

 

VANCOUVER - Arrivato undicenne a Vancouver con i genitori e le due sorelle, Francesco Loriggio rievoca - oltre mezzo secolo dopo - ambienti ed esperienze di vita che hanno caratterizzato il suo percorso umano e professionale. Alle mie domande il professore risponde in modo ampio e profondo, riesplorando un passato ricco di ricordi, sensazioni, scoperte, conquiste. È una specie di libro aperto su di un percorso esemplare. Trasmette il desiderio di conoscere meglio e di più, comunica idee originali ed indica traguardi tuttora conseguibili. Da Ottawa, dove vive e dove per decenni è stato docente alla Carleton University, viene periodicamente a Vancouver in visita alle sorelle, Mattea ved. Dalessandro e Rosa Citton, e rispettive numerose famiglie. Qui incontra anche qualche amico dei vecchi spensierati tempi di scuola e di gioco del calcio, quando non era ancora stato "quasi totalmente assorbito" dagli impegnativi studi all'università della British Columbia per la laurea in lettere, e alla University of California per il perfezionamento in italiano. "Ci volle del tempo per assuefarmi alla solitudine richiestami dal lavoro intellettuale. Con la partenza per Los Angeles, la separazione dalla famiglia e dal mondo di Commercial Drive (cuore all'epoca  della comunità italiana, nda) ebbi a riflettere sulla lontananza e sull’assenza, e mi venne di collegare l’intera esperienza universitaria all’emigrazione. Avevo intrapreso un secondo esodo". In che senso? Appartengo - mi dice - a quella generazione che è cresciuta nel secondo dopoguerra ed è diventata adulta negli anni sessanta del secolo scorso. Tra gli italocanadesi, quelli come me costituiscono un gruppo ancora più ristretto, non avendo noi scelto di emigrare nel Canada, come invece hanno fatto i nostri genitori, e non essendo noi nati qui, come lo sono i nostri figli. Il mio percorso personale non è probabilmente molto diverso dagli altri emigranti della mia generazione che si sono trovati nel Canada nello stesso periodo, eccetto per un dettaglio: io ad un certo punto incominciai a frequentare l’università, cosa a quell’epoca ancora abbastanza insolita tra gli emigranti, e soprattutto tra gli emigranti italiani. Ma se da un lato gli studi e la carriera ebbero come effetto di distanziarmi dalla famiglia e da Vancouver, perché per motivi professionali mi sono poi stabilito a Ottawa, da un altro lato mi hanno ravvicinato a quello che è stato l’itinerario dei miei genitori."

Gli chiedo che cosa ricordi della terra natia, ed egli premette di avere traversata l'Italia in lungo e in largo nel corso degli anni, trascinandosi dietro immagini di periodi, luoghi e persone. "Ma il nocciolo della faccenda - precisa - è sempre l’Italia dell’infanzia. Noi siamo di Vibo Valentia, in Calabria. I miei erano proprietari di un piccolo podere a ridosso del municipio. I miei ricordi più remoti mi propongono scene di una campagna quasi cittadina: visioni di terre coltivate e di terre brade, una convivenza di fauna e flora, di alberi, animali, esseri umani ma accanto al mondo civile, con il cinema, il giornalaio, i negozi a portata di mano. A volte mi pare che, sia sul piano privato che sul piano professionale, io non abbia fatto altro che cercare di capire cosa possa voler dire essere stato contadino e meridionale durante gli anni cinquanta del secolo scorso, nel bene e male, in modo da poter infine tirare le somme, determinare ciò che va cancellato per sempre e ciò che sarebbe possibile – e forse auspicabile – recuperare."  E per quanto riguarda la Vancouver degli anni Cinquanta? "La città di oggi è una bellissima metropoli, cosmopolita, di eccezionale vivibilità, nonostante l’ampiezza della superficie, quasi ai limiti del sostenibile e sempre in espansione. Nella Vancouver della mia adolescenza l’edificio più alto era l’Hotel Vancouver, ora sovrastato dalla selva di grattacieli che lo circondano e non più distinguibile. Non cambierei la Vancouver di allora, che era abbastanza provinciale, per la Vancouver di adesso, ma nella Vancouver di cinquant’anni fa c’era molto più verde, e molto meno cemento. Era più a misura d’uomo." E con una punta di nostalgia aggiunge: "Non credo ci sia in Vancouver un parco con le apposite attrezzature che io non abbia conosciuto: quando ci capita adesso di girare in automobile per la città, i miei figli e mia moglie mi fanno notare che indico i campi di calcio con fin troppa compiacenza. La moglie, Anne-Marie Demers, è "una queebecchese di Montreal, italofila e italofona"; i loro figlioli sono il trentenne plurilaureato Vanni, la cui vocazione sono il disegno e la fumettistica, e la ventottenne Paola, giornalista della Canadian Press New Agency, sede di Toronto. "Tutti - informa con orgoglio - parlano l'italiano, l'inglese e il francese. Ritorno volentieri con loro nei luoghi che ho abitato, e con il tempo l’esercizio della memoria, anch’esso una tendenza di solito associata agli emigranti, è diventato per me un’irrinunciabile consuetudine."

Ha mai chiesto a suo padre le ragioni della scelta di emigrare? Mi risponde con una serie di profonde considerazioni, storiche, sociologiche, politiche e soprattutto umane. Un ampio discorso, che varrà la pena di riprendere. "Mio padre era un piccolo proprietario e quindi non aveva il bisogno impellente che magari avevano altri conterranei della sua generazione. Anche nei momenti difficili dell’immediato dopoguerra non abbiamo mai patito la fame" premette, e aggiunge "per lui non era ipotizzabile, nella Calabria degli anni cinquanta, nessuna pur minima mobilità sociale, né nell’immediato futuro né in un futuro a più lungo termine. Non saremmo, altrimenti, emigrati tutti insieme e dopo aver venduto casa e podere, tagliando cioè i ponti. È interessante che i contadini che emigravano all’inizio del Novecento andavano via principalmente per poter rientrare e comprarsi un loro pezzo di terra (e non importa se molti abbandonarono l’idea per strada). L’impressione che io ho è che i contadini come mio padre non ne volevano più sapere della campagna, della terra che aveva sì procurato loro le necessità di base, ma niente altro. Con molta probabilità non furono estranei alla sua decisione il mito dell’America e il servizio militare, l’aver avuto, durante la seconda guerra mondiale, un primo, veloce contatto con il mondo metropolitano al di là della Calabria."

Ho proposto al prof. Loriggio di trasmettere, e proprio dalle pagine del Messaggero, un messaggio ai giovani, ma anche a genitori e nonni. L'immediata risposta?  "La storia, la storia, la storia!" e perciò "sapere da dove si viene e come si è venuti. Senza trasmutare la memoria in ossessione. La storia italocanadese si dipana su due binari, e sorvolare sull’uno o l’altro dei due la mutilerebbe. Chi vorrebbe che io fossi una sua copia non cerca il dialogo, perché io posso essergli utile solo se non sono lui. Accettando la differenza dell’altro posso magari arrivare a convincermi che lui certe cose le compie meglio di me, e quindi correggermi. Con un canadese di altra origine è la mia italianità che dovrebbe risaltare; con un italiano la mia canadesità (ecco perché avere la Rai in casa a Montreal o a Toronto o a Vancouver è stato un enorme progresso, ma sarebbe un progresso ancora più enorme se ci fosse una reciprocità, se informazione sulla comunità italocanadese fatta da fonti italocanadesi arrivasse in Italia)".

Una maggiore consapevolezza storica da parte degli italocanadesi dissiperebbe forse alcuni degli equivoci che aleggiano sulle relazioni all’interno della famiglia, afferma Francesco Loriggio. "La mia generazione, la generazione di chi è sbarcato giovanissimo nel Canada, ha avuto un potere eccezionale di fronte ai propri genitori. Siamo stati i loro ministri degli esteri, i loro traduttori, i mediatori tra loro e la realtà non-italiana. Ne è risultato che per certi versi i ruoli sono stati rovesciati: noi siamo stati via via i genitori dei nostri genitori.... I nonni, le nonne? Sono i depositari delle storie. Dovrebbero approfittare del fatto di non essere i genitori dei nipoti e raccontare. Mi augurerei che le loro narrazioni possano non essere solo narrazioni di successi o fallimenti. Sono un laico ma riconosco l’importanza delle virtù teologali, e vorrei che in ciò che i genitori diventati nonni, o i figli diventati genitori diranno alle nuove generazioni ci fosse posto per la carità, oltre che per la fede e la speranza". (Anna M. Zampieri Pan -Messaggero di sant’Antonio, edizione italiana per l’estero / Inform)

 


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