INFORM - N. 200 - 27 ottobre 2011


IMMIGRAZIONE

Caritas diocesana di Roma, Caritas Italiana e Fondazione Migrantes

Presentato oggi il Dossier Statistico Immigrazione 2011: “Oltre la crisi, insieme”

Le conclusioni della relazione di Franco Pittau, coordinatore del Dossier: “Bisogna imparare a vivere una società multiculturale”

 

ROMA - Si è svolto oggi a Roma, e in contemporanea in tutte le Regioni italiane, la presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2011, il rapporto annuale che la Caritas Italiana, la Fondazione Migrantes e la Caritas diocesana di Roma pubblicano dal 1991.

Gli oltre 50 capitoli si soffermano sui contesti internazionale e nazionale e sono completati da quelli dedicati alle regioni, alle province autonome e alla capitale. Nella trattazione si tiene conto dei nuovi dati d’archivio e delle ricerche da ultimo condotte per affrontare gli aspetti più rilevanti del fenomeno migratorio, da quelli socio-economici a quelli culturali e giuridici.

Concepito come un sussidio per la consultazione e per l’organizzazione di eventi di sensibilizzazione al fenomeno migratorio, la presentazione del volume avviene in una delicata fase di crisi economica ed occupazionale, di cui gli immigrati sono tra coloro maggiormente esposti. Per questo motivo è stato è scelto lo slogan Oltre la crisi, insieme”.

La presenza regolare dei cittadini stranieri in Italia si aggira attorno ai 5 milioni, come lo scorso anno, un numero cento volte superiore alle presenze straniere rispetto al 1861. In questi 150 anni di storia unitaria, esauritosi verso la metà degli anni ’70 l’esodo verso l’estero, è andata incrementandosi l’immigrazione in Italia, con un crescendo del tutto notevole nell’ultimo decennio, in cui la popolazione immigrata è aumentata di 3 milioni di unità e gli indicatori di inserimento sono diventati sempre più forti, dall’equilibrio tra maschi e donne immigrate (queste sono il 51,8%) al numero dei minori (993.238), dall’incidenza sulla popolazione residente (7,5%) a quella sulla forza lavoro (oltre il 10%), dal numero degli occupati (oltre 2 milioni) a quello dei titolari d’impresa (228.540), dalle acquisizioni di cittadinanza (66mila) ai matrimoni misti (21.357).

Questi indicatori attestano un insediamento sempre più stabile e strutturale, non sempre assecondato dalla legislazione sia per quanto riguarda l’offerta di pari opportunità per l’inserimento e la garanzia della stabilità del soggiorno. Nell’ultimo anno siano scaduti, senza più essere rinnovati, ben 684.413 permessi di soggiorno (2/3 per lavoro e 1/3 per famiglia), costringendo gli interessati al rimpatrio o al rifugio nel lavoro nero e sollevando la necessità di disposizioni in grado di temperare questa enorme rotazione, tenuto anche conto dell’apporto da loro dato al paese che li accolti.

Qui di seguito, le conclusioni della relazione di Franco Pittau, coordinatore del Dossier: “Bisogna imparare a vivere una società multiculturale”

Andando in giro per le strade, possiamo riscontrare che è di origine straniera poco meno di una ogni 10 persone che incontriamo. Attestano queste differenze i tratti somatici, le tradizioni, le lingue, le culture e le religioni, ma questi elementi sono tenuti insieme dall’attaccamento all’Italia, la “terraferma” per i nuovi arrivati. Il mondo intero è venuto a casa nostra, dai vicini paesi dell’Est e del Nord Africa, a quelli lontani dell’Africa subsahariana, dell’Asia e dell’America Latina.

Che l’Italia sia una società multiculturale è una constatazione di fatto: a scuola sono oltre 700mila gli studenti figli di immigrati; nelle sale parto i figli di madre straniera incidono per poco meno di 1/5 sui nuovi nati; nei posti di lavoro i lavoratori stranieri superano i 2 milioni, più di 1 ogni 10 occupati; pur avendo iniziato a inserirsi nel settore da appena un decennio, i titolari di azienda sono già 239mila; gli immigrati sono partner in un decimo dei matrimoni annualmente celebrati; sono numerosi i fedeli stranieri non solo nelle chiese (i cristiani sono quasi 2 milioni e mezzo) ma anche negli altri luoghi di culto (i musulmani sono 1 milione e mezzo, gli induisti e i buddisti oltre 200mila). più di 600mila hanno acquisito la cittadinanza italiana (66mila l’ultimo anno) e altri 600mila, nati in Italia, attendono che venga riconosciuto il legame con la loro terra; le stesse carceri accolgono detenuti per un terzo stranieri, constatazione che induce molti a equiparare immigrazione e delinquenza anziché pensare a rigidità normative che avrebbero potuto essere evitate.

Come definire questa realtà se non multiculturale? Questa realtà va accompagnata con una politica adeguata. Un documento interministeriale ha proposto (giugno 2010) alcune linee direttive, finalizzate a favorire l’inserimento nel rispetto delle identità e anche nel rispetto del paese che li accoglie. Unire senza confondere e distinguere senza separare: ecco il compito che ci attende. Questo è un compito che comporta anche investimenti ma, innanzi tutto, un motivato orientamento culturale, dal quale dipendono le decisioni dei politici e degli amministratori e anche i nostri comportamenti personali.

Le riserve sono tante, come spesso si sente dire. Ci dobbiamo proprio imbarcare in questa impresa? Ne vale la spesa? Non sarebbe preferibile tenere “gli stranieri” a debita distanza? Potranno mai essere affini a noi culturalmente? Riusciremo a salvaguardare le nostre tradizioni e la nostra fede cristiana?

Il Dossier Caritas/Migrantes ha il compito, attraverso i dati statistici, di non rendere angosciose queste domande e di non lasciarle senza risposta, mostrando che i benefici sul piano demografico, economico e occupazionale si possono accompagnare a una fruttuosa convivenza. Come in ogni realtà umana, vi sono inconvenienti da contenere, ricorrendo a strategie più efficaci. Ad esempio, il contenimento della criminalità non ha bisogno di proclami e di investimenti costosi sulle carceri, bensì di misure concrete, quali il ricongiungimento familiare e una decente sistemazione alloggiativa (il Dossier contiene al riguardo un contributo molto significativo).

Sarebbe auspicabile anche un inquadramento dei flussi migratori maggiormente praticabile nei suoi percorsi, che eviti di passare dalle disposizioni amministrative al piano penale, con un seguito di rimpatri forzati il cui costo è difficilmente sopportabile (un rimpatrio arriva a costare fino a 10 mila euro, come abbiamo rilevato dagli atti parlamentari).

Vi sono anche aspetti positivi da riconoscere. Il fatto che gli immigrati siano una popolazione più giovane offre notevoli vantaggi sul piano economico (basti pensare all’incidenza sulla produzione della ricchezza e al pagamento di 7,5 miliardi di contributi previdenziali senza il corrispettivo, al momento, di significativi flussi di pensionamento), particolarmente utili in questa fase in cui l’Italia è chiamata a sistemare meglio la spesa pubblica.

Si aggiungono gli aspetti positivi non economici. Sul piano culturale, la lettura e l’esperienza attestano che intercultura non è una parola vuota: lo dico a riconoscimento dei numerosi mediatori del Forum per l’intercultura della Caritas di Roma e di altre organizzazioni presenti in sala. A livello religioso, il Dossier, e ancor più significativamente l’odierno incontro di Assisi con la partecipazione di Papa Benedetto XVI, parlano di un cristianesimo aperto al dialogo, sperando che gli immigrati di altre religioni diffondano la stessa impostazione, nel Nord Africa o in altri paesi di origine.

 “Oltre la crisi, insieme”. Solidarietà è la parola chiave in una società multiculturale e ancora di più in questa tormentata fase di crisi. Noi possiamo aiutare gli immigrati e loro possono e vogliono aiutare il loro nuovo paese, purché non li si consideri come ruote di scorta ma come nuovi cittadini. (Franco Pittau-Dossier Statistico 2011/Inform)

 


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