SINDACATI
Discussa
dalla Cgil la proposta di riforma degli organi di rappresentanza degli italiani
all’estero
Al
due seminari hanno preso parte anche rappresentanti dello Spi e della Fiei.
La versione integrale di uno dei documenti approvati durante gli incontri
ROMA -
In due seminari, organizzati dal Dipartimento Politiche Globali della Cgil,
a cui hanno partecipato rappresentanti dello Spi, della Fiei e della Cgil-Esteri
, si è discusso dello stato delle politiche governative per le comunità di italiani
emigrati e della proposta di riforma degli istituti di rappresentanza, Cgie
e Comites (ddl Tofani), già approvata dall’aula del Senato, ed attualmente in
discussione alla Camera dei Deputati. Durante questi incontri, le cui risultanze
verranno inviate a Cisl, Uil, Acli, ai capigruppo parlamentari della Camera
e del Senato, ai parlamentari eletti nella circoscrizione Estero e alla segreteria
e presidenza del Cgie, sono stati approvati due documenti dal titolo “Osservazioni,
considerazioni e proposte sul ddl Tofani, approvato dal Senato ed inviato alla
Camera dei Deputati” e “Nuove norme in materia di rappresentanza degli italiani
all'estero: Raffronto tra le normative vigenti ed il ddl approvato dal Senato
ed inviato alla Camera”.
Riportiamo
di seguito in versione integrale il primo dei due documenti approvati
Osservazioni,
considerazioni e proposte sul ddl Tofani, approvato dal Senato ed inviato alla
Camera dei Deputati
Storicamente,
la rappresentanza dell'emigrazione italiana si è costruita attraverso il ruolo
decisivo dell'associazionismo nelle diverse forme politiche, religiose o legata
alle origini territoriali. Nel corso degli anni l'associazionismo nell'emigrazione
è stato un forte elemento di autodifesa e di promozione, in particolare nelle
difficili condizioni della prima emigrazione, per diventare nel tempo uno strumento
di partecipazione ed integrazione alla vita sociale e politica dei paesi di
accoglienza senza dimenticare le radici storiche e culturali del paese di origine.
Successivamente,
ed ancora oggi, l'associazionismo è il mezzo per riscoprire, attraverso la lingua,
i valori storici e culturali delle proprie origini e trasmetterli alle generazioni
di oriundi contribuendo a fare dell'emigrante e della sua discendenza una figura
nuova e ricca, un collegamento fertile fra culture diverse ed una ricchezza
sia per il paese d' accoglienza che per quello di provenienza.
Negli
ultimi decenni la forma della rappresentanza, sociale e politica, si è consolidata,
ed è stata riconosciuta dalle leggi italiane, su due livelli originari, i Comites
ed il Cgie e su un terzo, che si è aggiunto nel 2006, con le elezioni dei parlamentari
nelle circoscrizioni elettorali estere:
1) I Comites
(Comitati italiani all'estero), a livello delle circoscrizioni consolari, eletti
dagli italiani ivi residenti, con il compito di rappresentare, in quell'ambito,
i bisogni e le proposte delle comunità di emigrati ed oriundi, in collaborazione
con le autorità diplomatiche ed esprimere pareri sulle iniziative che interessano
il tema dell'emigrazione prevalentemente a livello locale;
2) Il Cgie
(consiglio generale degli italiani all'estero), eletto a livello di ogni singolo
paese dai membri dei Comites e da rappresentanti delle Associazioni dell'emigrazione
più rappresentative in quella realtà, individuate dalla rappresentanza diplomatica
e da essa riconosciute. I compiti del Cgie sono quelli di esprimere pareri sulle
iniziative del Governo riguardanti l'emigrazione, come fenomeno generale, e
di avanzare proposte sullo stesso argomento. Del Cgie fanno parte, nominati
dal Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentanti delle Associazioni
dell'emigrazione, dei sindacati e dei Patronati, della Federazione Italiana
della stampa , della Federazione Italiana della stampa all'estero e di un rappresentante
dei lavoratori trans-frontalieri;
3) I Parlamentari
eletti nella circoscrizione estero, 12 Deputatati e 6 Senatori.
Questo
equilibrio della Rappresentanza dell'emigrazione è il risultato di un impegno
e di una battaglia durata decenni e, per come essa è distribuita, è in grado
di rispondere in modo adeguato alle esigenze del mondo dell'emigrazione, fatta
salva l'opportunità di possibili e condivisi adeguamenti suggeriti dall'esperienza
e dalla necessità di garantire maggiormente la presenza delle donne, degli oriundi
e dei giovani in questi organismi.
Purtroppo,
in questi ultimi anni, il Governo ha condotto una politica di ostilità nei confronti
dell'emigrazione e della sua rappresentanza, rifiutando il confronto ed ignorando
ogni proposta.
Il culmine
di questa politica di ostilità è rappresentato dal disegno di legge Tofani sui
Comites e sul Cgie, approvato dal Senato e trasmesso all'esame della Camera.
In questo
disegno di legge è prevista una vera e propria trasformazione in senso burocratico
e dirigista dei Comites e della loro funzione e la trasformazione del Cgie in
un mero organismo di consulenza, privo di compiti reali e di ogni potere di
iniziativa. In particolare, per i Comites, viene ampliata la base elettorale
e l'area di competenza allontanando gli eletti dal rapporto concreto con il
territorio e le persone e dalla possibilità di controllo della comunità che
li ha votati. Rendendo, inoltre, più vasta l'area di competenza, si rende praticamente
impossibile per i consiglieri eletti, tutti volontari, di esercitare un ruolo
efficace.
La stessa
legge elettorale per i Comites è ispirata al famigerato “porcellum” vigente
in Italia per eleggere il Parlamento:
* ogni
lista deve indicare il proprio candidato presidente;
* la legge
prevede un premio di maggioranza per cui la lista che ottiene il maggior numero
di voti, fosse anche il 20 %, ottiene il 50 + 1 dei seggi a disposizione;
* viene
abbassato il numero delle firme necessarie per la presentazione delle liste
con l'effetto di alzarne artificiosamente il numero.
E' del
tutto evidente che l'obbiettivo di questa vera e propria controriforma è quello
di mettere i Comites nelle mani di autorevoli Ras locali, meglio ancora se ricchi,
rendendo la rappresentanza di base dell'emigrazione italiana più vicina ad un
espressione della cattiva politica e sempre meno partecipata e controllata dalle
comunità. Si attacca, in sostanza, il possibile ruolo dell'associazionismo democratico
e si ingessano, in una artificiosa contrapposizione maggioranza-minoranza, organismi
chiamati a rispondere a domande estremamente circoscritte e concrete, rendendo
impossibile la realizzazione di “larghe intese” su problemi concreti. Svuotando
i Comites di ruolo e di autonomia si vuole spianare la strada alla prospettiva
di un loro superamento. La stessa musica vale per le proposte di controriforma
del CGIE.
Anche
in questo caso si vuole trasformare un organismo che ha dimostrato capacità
di proposta e di concreta autonomia, compresa quella di trovare sui temi di
sua competenza una larga maggioranza, spesso trasversale, rispetto alle diverse
posizioni politiche, in una assemblea burocratica che viene convocato in seduta
ordinaria una volta l'anno, con l'unico compito di stendere una relazione.
Inoltre
non è prevista, nel nuovo Cgie, la rappresentanza dell'associazionismo, dei
sindacati, dei patronati e delle forze politiche, cosa che ha come immediato
effetto negativo quello di compromettere il legame tra emigrazione e realtà
italiana, di sottrarre competenze al lavoro del Cgie ed indebolire il contributo
che la realtà italiana può dare e ricevere dal lavoro comune con la rappresentanza
dell'emigrazione.
Solo la
cattiva politica può vedere come estranei e nemici i patronati e l'importante
ruolo di tutela e di assistenza che essi hanno svolto e svolgono all'estero
o considerare il ruolo altrettanto importante che assolvono le organizzazioni
religiose o i comitati per l'insegnamento della lingua e considerarli come corpi
estranei e non come parte viva della realtà dell'emigrazione. Inoltre, per ultimo
ma non ultimo, che significato ha cancellare la rappresentanza degli oltre settantamila
lavoratori transfrontalieri dagli organismi di rappresentanza?
D'altra
parte, ben diverse sono oggi le priorità ed i bisogni urgenti degli italiani
nel mondo, a cominciare dalla necessità di porre fine ad una politica di tagli
alle spese per la lingua e la cultura, all'assistenza nei confronti degli anziani
indigenti ed allo smantellamento della rete consolare.
Il Governo
non ha ancora reso pubbliche le modalità e l'entità dei tagli alla spesa dei
Ministeri che interessano gli Italiani all'estero (Mae, Lavoro, Istruzione e
Interni). Si delinea comunque, per i prossimi tre anni, un drastico peggioramento
dei servizi resi all'emigrazione.
Mentre
si mettono in cantiere proposte nuove ed adeguate, su queste priorità, si deve
andare al rinnovo dei Comites e del Cgie con la legge in vigore ed è importante
farlo, dopo due anni di prorogatio,
per rafforzarli, rinnovarli e metterli nelle condizioni di affrontare i problemi
urgenti. Vogliamo rivolgere un appello a tutti i Parlamentari eletti all'estero,
in particolare a quanti sono stati dirigenti attivi nell'emigrazione ed hanno
avuto un ruolo nei Comites e nel Cgie, affinché sappiano essere protagonisti
di questa battaglia di democrazia evitando tentazioni di contrapposizione tra
la “rappresentanza sociale” e quella “politica” che hanno, per tanti anni, convissuto
positivamente. Sull'emigrazione, la politica del governo e le sue proposte non
hanno un segno diverso rispetto a quelle che ha portato avanti, su economia,
lavoro, giustizia, libertà di stampa, ecc. ecc..
Per questo
pensiamo che sia arrivato il tempo di girare pagina e di impegnarsi affinché
la rappresentanza dei connazionali all'estero continui ad essere una realtà
praticabile e non un impegno meramente formale.
Questi
sono i problemi davvero decisivi su cui occorre impegnarsi, partendo dalla considerazione
che l'emigrazione non è un costo, al contrario è una importante risorsa e non
soltanto per le rimesse degli emigrati ma per il ruolo essenziale che essa può
giocare nel rilancio dell'economia valorizzando all'estero il made in Italy
ed i modelli culturali italiani, dando del nostro paese una immagine nuova e
migliore di quella che si è “conquistato”chi ci governa.
L'emigrazione
non è finita. Ancora oggi, ogni anno, settantamila giovani emigrano per sfuggire
alla disoccupazione, al lavoro precario o nero, alla ricerca di occasioni possibili
di valorizzazione delle proprie competenze, impoverendo ulteriormente l'Italia
di risorse essenziali per uscire dalla crisi.
Al contrario
la risorsa emigrazione, sia tradizionale che nuova, deve rappresentare una occasione
importante per fornire all'Italia la capacità di costruire una cultura globale
ed una sua più forte presenza nel contesto internazionale.
Considerare
l'emigrazione come un importante giacimento a cui attingere per stare nel contesto
della globalizzazione, in termini meno precari e provinciali, è la vera sfida
a cui siamo chiamati anche per superare le difficoltà e per riprendere la strada
dello sviluppo.