VATICANO
Messaggio di Papa Benedetto XVI per la 98esima Giornata
Mondiale del Migrante e del Rifugiato (15 gennaio 2012)
"Migrazioni e nuova evangelizzazione"
CITTA’ DEL VATICANO - Il presidente
del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, mons.
Antonio Maria Vegliò, ha presentato ieri nella sala stampa della Santa Sede
il messaggio del Santo Padre per la 98a Giornata Mondiale del Migrante e del
Rifugiato (15 gennaio 2012) sul tema: "Migrazioni e nuova evangelizzazione".
Il messaggio, di cui qui di seguito
pubblichiamo il testo integrale, come ormai avviene da qualche anno, dà attenzione
successivamente ai lavoratori migranti, ai rifugiati e agli studenti internazionali.
Cari Fratelli e Sorelle!
Annunciare Gesù Cristo unico Salvatore
del mondo “costituisce la missione essenziale della Chiesa, compito e missione
che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono meno urgenti”
(Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). Anzi,
oggi avvertiamo l’urgenza di promuovere, con nuova forza e rinnovate modalità,
l’opera di evangelizzazione in un mondo in cui l’abbattimento delle frontiere
e i nuovi processi di globalizzazione rendono ancora più vicine le persone e
i popoli, sia per lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, sia per la frequenza
e la facilità con cui sono resi possibili spostamenti di singoli e di gruppi.
In questa nuova situazione dobbiamo risvegliare in ognuno di noi l’entusiasmo
e il coraggio che mossero le prime comunità cristiane ad essere intrepide annunciatrici
della novità evangelica, facendo risuonare nel nostro cuore le parole di san
Paolo: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto; perché è una necessità
che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16).
Il tema che ho scelto quest’anno per
la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato – “Migrazioni e nuova evangelizzazione”
– nasce da questa realtà. L’ora presente, infatti, chiama la Chiesa a compiere
una nuova evangelizzazione anche nel vasto e complesso fenomeno della mobilità
umana, intensificando l’azione missionaria sia nelle regioni di primo annuncio,
sia nei Paesi di tradizione cristiana.
Il Beato Giovanni Paolo II ci invitava
a “nutrirci della Parola, per essere «servi della Parola» nell’impegno dell’evangelizzazione
..., [in una situazione] che si fa sempre più varia e impegnativa, nel contesto
della globalizzazione e del nuovo e mutevole intreccio di popoli e culture che
la caratterizza” (Lett. ap. Novo millennio ineunte,
40). Le migrazioni interne o internazionali, infatti, come sbocco per la ricerca
di migliori condizioni di vita o per fuggire dalla minaccia di persecuzioni,
guerre, violenza, fame e catastrofi naturali, hanno prodotto una mescolanza
di persone e di popoli senza precedenti, con problematiche nuove non solo da
un punto di vista umano, ma anche etico, religioso e spirituale. Le attuali
ed evidenti conseguenze della secolarizzazione, l’emergere di nuovi movimenti
settari, una diffusa insensibilità nei confronti della fede cristiana, una marcata
tendenza alla frammentarietà, rendono difficile focalizzare un riferimento unificante
che incoraggi la formazione di “una sola famiglia di fratelli e sorelle in società
che si fanno sempre più multietniche e interculturali, dove anche le persone
di varie religioni sono spinte al dialogo, perché si possa trovare una serena
e fruttuosa convivenza nel rispetto delle legittime differenze”, come scrivevo
nel messaggio dello scorso anno per questa Giornata Mondiale. Il nostro tempo
è segnato da tentativi di cancellare Dio e l’insegnamento della Chiesa dall’orizzonte
della vita, mentre si fanno strada il dubbio, lo scetticismo e l’indifferenza,
che vorrebbero eliminare persino ogni visibilità sociale e simbolica della fede
cristiana.
In tale contesto, i migranti che hanno
conosciuto Cristo e l’hanno accolto non di rado sono spinti a non ritenerlo
più rilevante nella propria vita, a perdere il senso della fede, a non riconoscersi
più come parte della Chiesa e spesso conducono un’esistenza non più segnata
da Cristo e dal suo Vangelo. Cresciuti in seno a popoli marcati dalla fede cristiana,
spesso emigrano verso Paesi in cui i cristiani sono una minoranza o dove l’antica
tradizione di fede non è più convinzione personale, né confessione comunitaria,
ma è ridotta ad un fatto culturale. Qui la Chiesa è posta di fronte alla sfida
di aiutare i migranti a mantenere salda la fede, anche quando manca l’appoggio
culturale che esisteva nel Paese d’origine, individuando anche nuove strategie
pastorali, come pure metodi e linguaggi per un’accoglienza sempre vitale della
Parola di Dio. In alcuni casi si tratta di un’occasione per proclamare che in
Gesù Cristo l’umanità è resa partecipe del mistero di Dio e della sua vita di
amore, viene aperta ad un orizzonte di speranza e di pace, anche attraverso
il dialogo rispettoso e la testimonianza concreta della solidarietà, mentre
in altri casi c’è la possibilità di risvegliare la coscienza cristiana assopita,
attraverso un rinnovato annuncio della Buona Novella e una vita cristiana più
coerente, in modo da far riscoprire la bellezza dell’incontro con Cristo, che
chiama il cristiano alla santità dovunque si trovi, anche in terra straniera.
L’odierno fenomeno migratorio è anche
un’opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo.
Uomini e donne provenienti da varie regioni della terra, che non hanno ancora
incontrato Gesù Cristo o lo conoscono soltanto in maniera parziale, chiedono
di essere accolti in Paesi di antica tradizione cristiana. Nei loro confronti
è necessario trovare adeguate modalità perché possano incontrare e conoscere
Gesù Cristo e sperimentare il dono inestimabile della salvezza, che per tutti
è sorgente di “vita in abbondanza” (cfr Gv 10,10); gli stessi migranti hanno un ruolo prezioso a questo
riguardo poiché possono a loro volta diventare “annunciatori della Parola di
Dio e testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” (Esort. ap. Verbum
Domini, 105).
Nell’impegnativo itinerario della nuova
evangelizzazione, in ambito migratorio, assumono un ruolo decisivo gli Operatori
pastorali – sacerdoti, religiosi e laici – che si trovano a lavorare sempre
più in un contesto pluralista: in comunione con i loro Ordinari, attingendo
al Magistero della Chiesa, li invito a cercare vie di fraterna condivisione
e di rispettoso annuncio, superando contrapposizioni e nazionalismi. Da parte
loro, le Chiese d’origine, quelle di transito e quelle d’accoglienza dei flussi
migratori sappiano intensificare la loro cooperazione, a beneficio sia di chi
parte sia di chi arriva e, in ogni caso, di chi ha bisogno di incontrare sul
suo cammino il volto misericordioso di Cristo nell’accoglienza del prossimo.
Per realizzare una fruttuosa pastorale di comunione, potrà essere utile aggiornare
le tradizionali strutture di attenzione ai migranti e ai rifugiati, affiancandole
a modelli che rispondano meglio alle mutate situazioni in cui si trovano a interagire
culture e popoli diversi.
I rifugiati che chiedono asilo, fuggiti
da persecuzioni, violenze e situazioni che mettono in pericolo la loro vita,
hanno bisogno della nostra comprensione e accoglienza, del rispetto della loro
dignità umana e dei loro diritti, nonché della consapevolezza dei loro doveri.
La loro sofferenza invoca dai singoli Stati e dalla comunità internazionale
che vi siano atteggiamenti di mutua accoglienza, superando timori ed evitando
forme di discriminazione e che si provveda a rendere concreta la solidarietà
anche mediante adeguate strutture di ospitalità e programmi di reinsediamento.
Tutto ciò comporta un vicendevole aiuto tra le regioni che soffrono e quelle
che già da anni accolgono un gran numero di persone in fuga e una maggiore condivisione
delle responsabilità tra gli Stati.
La stampa e gli altri mezzi di comunicazione
hanno un ruolo importante nel far conoscere, con correttezza, oggettività e
onestà, la situazione di chi ha dovuto forzatamente lasciare la propria patria
e i propri affetti e desidera iniziare a costruirsi una nuova esistenza.
Le comunità cristiane riservino particolare
attenzione per i lavoratori migranti e le loro famiglie, attraverso l’accompagnamento
della preghiera, della solidarietà e della carità cristiana; la valorizzazione
di ciò che reciprocamente arricchisce, come pure la promozione di nuove progettualità
politiche, economiche e sociali, che favoriscano il rispetto della dignità di
ogni persona umana, la tutela della famiglia, l’accesso ad una dignitosa sistemazione,
al lavoro e all’assistenza.
Sacerdoti, religiosi e religiose, laici
e, soprattutto, giovani uomini e donne siano sensibili nell’offrire sostegno
a tante sorelle e fratelli che, fuggiti dalla violenza, devono confrontarsi
con nuovi stili di vita e difficoltà di integrazione. L’annuncio della salvezza
in Gesù Cristo sarà fonte di sollievo, speranza e “gioia piena” (cfr Gv
15,11).
Desidero infine ricordare la situazione
di numerosi studenti internazionali che affrontano problemi di inserimento,
difficoltà burocratiche, disagi nella ricerca di alloggio e di strutture di
accoglienza. In modo particolare le comunità cristiane siano sensibili verso
tanti ragazzi e ragazze che, proprio per la loro giovane età, oltre alla crescita
culturale, hanno bisogno di punti di riferimento e coltivano nel loro cuore
una profonda sete di verità e il desiderio di incontrare Dio. In modo speciale,
le Università di ispirazione cristiana siano luogo di testimonianza e d’irradiazione
della nuova evangelizzazione, seriamente impegnate a contribuire, nell’ambiente
accademico, al progresso sociale, culturale e umano, oltre che a promuovere
il dialogo fra le culture, valorizzando l’apporto che possono dare gli studenti
internazionali. Questi saranno spinti a diventare essi stessi attori della nuova
evangelizzazione se incontreranno autentici testimoni del Vangelo ed esempi
di vita cristiana.
Cari amici, invochiamo l’intercessione
di Maria, “Madonna del cammino”, perché l’annuncio gioioso della salvezza di
Gesù Cristo porti speranza nel cuore di coloro che, lungo le strade del mondo,
si trovano in condizioni di mobilità. A tutti assicuro la mia preghiera e imparto
la Benedizione Apostolica. (Benedictus PP. XVI)
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