INFORM - N. 193 - 18 ottobre 2011


PARTITI

Il responsabile del Pd per gli italiani nel mondo, Eugenio Marino, sull’intervento al Cgie di Claudio D’Amico (Lega Nord)

“L’onorevole di Milano a Roma e l’operaio della Valtellina in Germania”

 

ROMA – Eugenio Marino, responsabile del Partito democratico per gli italiani nel mondo, ritorna sulle parole pronunciate da Claudio D’Amico, parlamentare della Lega Nord presente alla prima mattinata di lavori dell’assemblea plenaria del Cgie, svoltasi la scorsa settimana a Roma (vedi Inform del 13 ottobre: http://www.mclink.it/com/inform/art/11n19002.htm ). Nello specifico manifesta forte contrarietà alla contrapposizione fatta in quella sede dal deputato leghista tra emigrati italiani ed immigranti in Italia, affermazione che ignora, secondo Marino, la memoria storica dell’Italia. 

“D’Amico ha spiegato che lo Stato italiano deve fare delle scelte, perché attualmente non riesce più a pagare l’assistenza medica ai nostri connazionali in Venezuela, quindi non dovrebbe garantire l’assistenza agli immigrati che arrivano nel nostro Paese. Praticamente come se fosse automatico che evitando di assistere un immigrato con le cure mediche, i soldi risparmiati si potrebbero investire per gli italiani all’estero – scrive nella nota Marino,  definendo la teoria esposta “assurda e antistorica” e ricordano, tra le repliche ad essa avanzate in quella sede, quella di Norberto Lombardi. Quest’ultimo ha infatti ricordato come l’assemblea del Cgie fosse costituita da “rappresentanti di una storia e di un popolo che ha riempito i mari, gli oceani, le miniere e i cantieri di tutto il mondo di morti italiani, emigrati per mantenere le proprie famiglie, cercarsi un futuro e fare grande il nostro Paese”.

Marino evidenzia come, nonostante il richiamo, D’amico non abbia compreso di aver offeso tutti quegli italiani, “anche clandestini, morti in ogni angolo del mondo e che rappresentano la nostra storia patria”, oscurandone la memoria e vanificandone il sacrificio.

“Per questo, molto umilmente, con animo sereno e senza spirito polemico - scrive Marino, - mi piacerebbe consigliare a Claudio D’Amico la lettura di un grande padano come lui, Gianni Rodari, originario della Lombardia con famiglia ‘emigrata’ in Piemonte. In particolare di quella amarissima quanto struggente ed educativa favola de ‘Il muratore della Valtellina’, della sua stessa regione:

Un giovane della Valtellina, non trovando lavoro in Patria, emigrò in Germania, e proprio a Berlino trovò un posto in un cantiere come muratore. Mario – così si chiamava il giovane – ne fu molto contento: lavorava sodo, mangiava poco, e quel che guadagnava lo metteva da parte per sposarsi.

Un giorno però, mentre si stavano gettando le fondamenta di un palazzo nuovo, un ponte crollò, Mario cadde nella gettata di cemento armato, morì, e non fu possibile recuperare il suo corpo.

Mario era morto, ma non sentiva alcun dolore. Era chiuso in uno dei pilastri della casa in costruzione, e ci stava un po’ stretto, ma a parte questo pensava e sentiva come prima. Quando si fu abituato alla sua nuova situazione, poté perfino aprire gli occhi e guardare la casa che cresceva intorno a lui. Era proprio come se fosse lui a reggere il peso del nuovo edificio, e questo compensava la tristezza di non poter più dare notizie di sé a casa, alla povera fidanzata.

Nascosto nel muro, nel cuore del muro, nessuno poteva vederlo o almeno sospettare che fosse lì, ma questo a Mario non importava.

La casa crebbe fino al tetto, furono collocate al loro posto porte e finestre, gli appartamenti vennero venduti e comperati, e popolati di mobili, e da ultimo vennero ad abitare numerose famiglie. Mario le conobbe tutte, dai grandi ai piccini. Quando i bambini zampettavano sul pavimento, studiando i loro primi passi, gli facevano il solletico alla mano. Quando le ragazze uscivano sui balconi o si affacciavano alle finestre per vedere passare i loro innamorati, Mario sentiva contro la propria guancia il morbido fruscio dei loro capelli biondi. Di sera udiva i discorsi delle famiglie radunate intorno alla tavola, di notte i colpi di tosse degli ammalati, prima dell’alba il trillo della sveglia di un fornaio che era il primo ad alzarsi. La vita della casa era la vita di Mario, le gioie della casa, piano per piano, e i suoi dolori, stanza per stanza, erano le sue gioie e i suoi dolori.

Ed ecco che un giorno scoppiò la guerra. Cominciarono i bombardamenti su tutta la città e Mario sentì  che anche per lui si avvicinava la fine. Una bomba colpì  la casa e la fece crollare al suolo. Non rimase che un mucchio di macerie, di mobili infranti, di suppellettili schiacchiate sotto cui dormivano per sempre donne e bambini sorpresi nel sonno.

Fu soltanto allora che Mario morì davvero, perché  era morta la casa nata dal suo sacrificio. 

Credo, onorevole D’Amico, - conclude Marino -  che le sue parole nella sala delle conferenze internazionali della Farnesina, hanno avuto per gli emigrati italiani e le loro storie personali e collettive lo stesso effetto della guerra nella favola del suo conterraneo Gianni Rodari”. (Inform)

 


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